è diventata pietra

 

come una pena senza pianto
è diventata pietra
la creta che tenevo tra le dita.
qualcuno sa se si modella un sasso?

 

 

se si vedesse chiaro

«Solo il viandante che ha peregrinato nel suo infinito mondo interiore potrà accostarsi all’Anima, scoprendo che per anni altro non ha fatto che cercare Lei, poiché Lei è dietro e dentro ogni cosa. I viaggi, si fanno per cercare Anima e le persone si amano in quanto simboli di Anima» (Carl Gustav Jung)

Una delle formulazioni di Jung che possono generare, e hanno generato, equivoci, illusioni e soprattutto autoassoluzioni (spesso inflazionistiche) per l’incapacità di “amare in modo reale persone reali” e non come simulacri di qualche entità fantasmatica elusiva e sfuggente che esercita la sua fascinazione e può suscitare intense irragionevoli “passioni”, potenzialmente distruttive per sé e per l’altro, proprio perché e finché l’altro resta inafferrabile e inconoscibile, in definitiva inesistente.
“Persona reale” è quella che ci si sforza di conoscere nella sua individualità e l’energia per questo sforzo e questa tensione verso l’altro potrebbe essere alimentata da un’altra specie di “amore”, che non usi l’altro per i propri bisogni, più o meno coscienti, ma lo “vede”, lo “rispetta”, lo “riconosce” e lo “sceglie” come possibile compagno, diverso ma affine, soprattutto “amico e complice” nel comune progetto della reciproca conoscenza, che è anche coscienza di sé.

Se c’è un “fantasma”, questo è il mistero della “relazione” che può svelarsi progressivamente nel dialogo ininterrotto, sia pure inevitabilmente accidentato, dell’amore tra due persone “vere”.

 

se si vedesse chiaro quanto è inopportuno
assecondare le pretese
di altre finalità – per un sottile inganno –
si eviterebbe
l’umiliazione d’inutilità
si eviterebbe
anche l’insulto dell’ipocrisia,
che sia scandita in prosa o in forma di poesia.

 

 

due pesi e due misure

 

sai che ci sono due pesi e due misure
se per un grammo d’anima
il dispendio
non pareggia il conto
di parole sperperate
nell’algoritmo della ripetizione
neanche fosse, ma non è, copia d’autore
l’anatomia di un vecchio malinteso
tra basso_ventre e cuore.

 

prima o poi

prima o poi sbiadisce la traccia ricalcata sul modello
come le impurità
che hanno coperto il disegno originale
perché l’originale prima o poi riemerge
e allora ti domandi
se serve ancora fingere che non c’è
raccontarsi di un’età dell’oro
che prima o poi ritorna
tutto compreso
come sempre
nella madre di ogni cosmogonia.

 

dell’aver vissuto

se non capisci cosa sia
opporre una mano per difesa
ai transiti spontanei
fino alla stessa chiusa,
ascolta questo silenzio:
è così presente
ostinatamente a dirsi assente.
sono i piccoli lutti dell’aver vissuto:
si nasce un po’ per volta,
poco per volta si muore della vita.

 

ali

quelle ali posticce
inchiodate malamente sulla schiena
non si smuove un filo d’erba
senza riscontro d’aria
e due parole in croce.
nella casa dei ladri
non c’è imbarazzo a fare come se
fossimo tutti uguali
c’è invece la vergogna
di non avere ali.

 

non porta male

 

è quest’immensa distorsione
che ha rovesciato concavo e convesso
volare alto, volare basso, pur che sia volare.
anche la gravità non è ancoraggio
sufficiente a dare il giusto peso
a rompere gli specchi
che, no, non porta male.

 

la fabbrica dei mostri

non ho mai immaginato
di giocare con le bambole
facce di porcellana, vetri nelle orbite oculari.
dovevo immaginarlo?
c’erano segnali
la febbre alta
e c’erano dolori
ma fingersi malati non è la soluzione
neanche ai malati veri
hanno mai dato premi-produzione.
e la fabbrica dei mostri andava a pieni giri
correva come un treno sui binari
correva sui binari
sul mare
tra i canali
vicoli d’acqua come una città,
l’immaginario e le sue diramazioni.

 

a ricordarmi di dimenticare

 

a ricordarmi di dimenticare
le tante piaghe della banalità
in mezzo a tanto orrore
restava solo l’arte
ma se anche lì s’infiltra
l’abitudine molesta
a nominare invano desideri
a bestemmiare amore
e sentimenti per sentito dire,
riparerà in angoli lontani
dove la dignità non soffre di mancanza
e mette a fuoco
che dicono libertà, ma è una mattanza.

 
 

Gioielli Rubati 60: Loredana Semantica – Simonetta “Met” Sambiase – Mariella Tafuto – Leopoldo Attolico – Annalisa Rodeghiero – Gaia Rossella Sain – Luciana Riommi – Maria Allo.

almerighi

Tutto si ripete
con una regolarità circolare
sempre gli stessi poeti sull’altare
la Pozzi deliziosa grandioso è Montale.

Riconosci i testi sin dai primi
versi mentre lo scirocco sferza
il viso avanza il fortunale
la pioggia torrenziale si fa strada
tra le crepe allaga i campi invade
i sottoscala non è il ristoro
che apre alla vita
ma un modo metaforico
di perdere il respiro.

Tutto si ripete
le offerte ai cellulari i nomi
le proposte allettanti
le figure retoriche dei componimenti
i commenti le delusioni
le fughe dal lavoro
gli annegamenti.

di Loredana Semantica, qui:
https://www.facebook.com/loredanasemantica?__tn__=%2CdC-R-R&eid=ARAawDOlDwEW7UoIIMhVvlqEemG8ufDkyrhip4oSjPPqqvH9zq8tRN9t19Z9YeefCUE-k4NF1QSMKSVG&hc_ref=ARSB5ha3uhSqpWvA3Y38PKMCmcYpCPdlw3IK_CQsCCgFxgJb4oCkDNZgqDEafX4H4hk&fref=nf

*

Il perdono espia le pareti
scioglie i passi, nei battiti,
uno dietro all’altro il percorso delle cose
ci riconosciamo
forma
stato
instabili, circondati
come una fiamma insondabile,
non si sa spiegare
eppure si desidera
portarsi in dote a qualcun altro
raccontarsi, seconda età
terzo stato, nomi di miele nella bocca.

di Simonetta…

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Una donna di marmo nell’aiuola

«… Tutto il libro si rivela dunque un cammino che esplora senza paura i tanti aspetti del buio che ci sommerge, una voce familiare che sembra prenderci per mano, che ci lascia pure una sua ultima accorata richiesta di perdono e infine lancia una sorta di aperta profezia, che la vita forse sarà sempre un mendicare il sogno dei folli e dei poeti. (n. 49)»
[dalla Introduzione di Annamaria Ferramosca}

Libro Cristina

IN PARTI UGUALI

Esiste forse la metà del tempo?
o la metà del buio?
entrambi sono interi
e si può stare in luoghi oscuri
scritti nero su nero
o nel chiarore di quadranti
cifre di luce in luce.

Nei transiti ipogei di notti tristi
nel sottosuolo di menzogne dove
si scambiano per stelle i bulbi delle calle
la verità si arrende.

Andremo allora
affamati di sole
a sospettarci ancora vivi
per altre mille eternità.

tratta da Cristina Bove, Una donna di marmo nell’aiuola, Campanotto Editore, 2019 (n. 42, p. 63)
 

 

ironia

 

chissà che mi hanno messo addosso
questi neuroni specchiodeformante
– ma io non vesto rosso –
e la comodità di non vedere
la trasparenza delle tonalità
neanche per empatia
e se l’opaco tanto per darsi un tono
ti deride,
offensiva la mancanza di ironia.

 

una questione di capelli

 
magari è una questione di capelli
ma già non mi rispondo se mi chiamo
e tutta la fatica a darmi un nome
adesso che è scaduto.
chi sono? e poi mi lascio pendere
come se dentro non ci fosse niente
e di sicuro niente
che possa darsi in pasto a nostalgia
o che alimenti un punto di domanda.
vedi una differenza dalla bulimia
se poi la solitudine diventa anoressia?

 

fingere di mentire

 

aprire un varco alla finzione
e fingere di mentire per dire verità.
da lunga data, lunghissima agonia
e senza scorte d’acqua
a pulire queste mura
sporche di estraneità.
io non permetto di frugarmi l’ombra
e farsene figura.

 

A un’amica scomparsa

scrivere per immagini

veduta di Roma dal Palatino
(McPherson, veduta di Roma dal Palatino 1856)

(Tratto da C’era una volta Roma”, testo di  Giovanni Baldaccini; ricerche fotografiche e appendice di Luciana Riommi)

Lenire, allora. Una cena, per ricordare un’amica scomparsa.

Aspettando gli ospiti.
Percorriamole il corpo; per ricordarla, dalle ultime immagini dentro la memoria. Di pagina in pagina: estremamente bella. In ogni sua struttura, connotazione, forma. Dai lineamenti unici, sovrapposti negli anni, di interesse estremo. Soprattutto di sera, quando la luce, mentre cambia tono, ne rivela pensieri e sfumature. Anche le rughe.
Mi ricordo, quando passeggiavo con lei, di strada in strada, dai vicoli, finestre, archi, la sua colorazione bruna, quasi rossiccia, come fatta di terra: lavorata.
Lei ti affiancava mentre camminavi, accompagnandoti con la sua presenza. Impossibile non sentirla accanto, anche se non parlava. Perché parlava d’altro: di secoli, di storia, di figure fuggevoli e pesanti. Infinite. Le aveva tutte dentro e lo sapeva. Non avara; se…

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spiccioli fuori corso

questo silenzio a spiccioli non basta
dove il deserto è polvere
e non fondo del mare

°

non basta per giocare
a chi arriva per primo a ricordare
com’era la stazione di partenza

°

all’inizio della fine
già era, ancora è
la casa di un’ospite straniera.

 

sante parole

sante parole, quelle rimaste in fila
tra dolori di mancanza
a rispettare il turno
per guardarsi giù da ogni fessura
fino a vedere il fondo.
in fin dei conti si tratta di una scelta
stare di qua o di là
tra le contraddizioni.
come si fa a vedere tutto rosa, per esempio,
mentre si piange il morto?
tanto più se, da vivo, il morto
non amava quel colore
nel nudo di gengive sovraesposte
sguainate a ridere
mentre si sparge il seme
dicono, del  vero sentimento
– già, il sentimento, quasi nessuno sa che cosa sia
ma se ne parla tanto.