il setaccio

le passo al setaccio, le emozioni,
per isolare impurità 
che intralciano i pensieri
– salto le imprecazioni 
taccio su sentimenti e desideri 
dove non si distingue 
tra fremiti e dolori.
tutto scorre, dice, tutto passa,
ma quasi tutto passa appena un po' più in là
– a fare muffa, in quest'immaginario che non svecchia mai.





se ti dicessi

se ti dicessi che assomiglio al mare
non ridere di ciò che non conosci
di correnti, onde, e respirare.
un salto in verticale dalle acque più profonde
e poi di nuovo inabissare affanni
le offese quotidiane.
a decomporle sul fondale
mi soccorrono il silenzio, il buio, il sale.



solitudini da collezione

«Nasciamo senza saper parlare e moriamo senza aver saputo dire. 
La nostra vita trascorre fra il silenzio di chi tace 
e il silenzio di chi non è stato compreso, e intorno a tutto ciò, 
come un’ape in un luogo senza fiori, aleggia sconosciuto 
un inutile destino.» [F. Pessoa, Pagine esoteriche, Adelphi]




quando ti accorgi che parole senza suono
non formano pensieri
e si stanca pure l'anima all'ascolto,
ti pare inappropriato chiamare solitudine
quello che non c'è.
ma so che si fanno ancora mostre collettive 
di solitudini da collezione.


carestia

mi hanno smagrito gli anni,
e queste braccia ormai fanno impressione
tra pieghe di dolori accantonati
e l'assedio sottopelle di parole
per non dire che è già passato il tempo
di cominciare a dirsela, la fine.
ci vuole anche coraggio per guardare,
guardarsi l'anima, quando non è omissione.
sai, basta un'assenza di pensiero
e solitudine diventa carestia.



allucinazioni

«... le somiglianze e i segni hanno sciolto la loro antica intesa; 
le similitudini deludono, inclinano alla visione e al delirio; 
[...] le parole vagano all’avventura, prive di contenuto, 
prive di somiglianza che le riempia; non contrassegnano più 
le cose; dormono tra le pagine dei libri in mezzo alla polvere...»  
(M. Foucault, Le parole e le cose)


°

come lo schianto di una porta in faccia
a chi rimane fuori.
espulso dai pensieri
rimosso via dal tempo
lungo il non tempo delle allucinazioni.

l’istante

[dimenticata e casualmente ripescata...]


cancello l’inutile dal tempo
– la nostalgia, l’attesa, sempre, mai –
di me resta l’istante :
punto d’arrivo
di un inizio senza storia.
perché rimane un senso di durata?


e dunque faccio finta

su, usciamo, ché adesso è più facile il parcheggio
– ho il contrassegno d'invalidità –
e poi, appoggiata al bastone da passeggio
si nota meno se a camminare sbando.
e dunque faccio finta
– magari l'avessi fatto già da anni –
perché ormai è noia 
non l'idea di una morte prossima ventura
– da lì nessuno sfugge –
è noia parlare di ospedali
di cure, di controlli
come se questo fosse chiedere di me.



l’inconscio non è Dio

Dedicato a coloro che rivendicano con infantile compiacimento
il "privilegio" di essere affetti da questo tipo di compulsione
(la chiamano "dannazione" ma intendono "benedizione").
Non sanno che ciò che sentono obbligatorio è dettato
dall'inconscio e che l'inconscio non è Dio.

«L'incessante esigenza di godere e gustare sempre qualcosa di
affatto nuovo mi sembra, tutto sommato, denotare meschinità,
carenza di vita interiore, alienazione dalla natura e mediocre
o scarsa capacità di intelligenza. È ai bambini che bisogna
mostrare di continuo qualcosa di nuovo e di diverso, se si
vuol farli contenti»

R. Walser, La passeggiata (Adelphi, 1976)











mi fumo addosso

io che non ho attitudine ai mercati
non so niente di contrattazioni,
intuisco per professione il tornaconto.
per me, non ho trovato le parole
dove metter mano.
dunque taccio e mi fumo addosso,
fare anelli di fumo è la mia specialità.


rituximab 2014-2016

barcollavo un po' quando uscivo dopo ore 
dal freddo che ci spartivamo in tre. 
sedevo all'ombra ad aspettare – era vietato il sole –
comunque anche lì fuori era penoso stare.
chissà se l'anticorpo mirato contro il male 
a salvaguardia dell'immunità,
anticorpo monoclonale, mi chiedevo,
volesse dire che escludeva la pietà
per l'anima e il dolore.
me lo ricordo il nome, era rituximab.




che ne vogliamo fare?

voltarsi indietro a rievocare
chi confidava di non cadere più
ogni volta che cadeva
– sai quanto sangue circolava 
e batteva forte ai polsi? –
qui non si sbianca il rosso dei tramonti
con l'arbitrio di volerlo cancellare
e nonostante tutto
siamo riusciti a diventare vecchi.
che ne vogliamo fare?


l’odore del quartiere

sto preparando l'ennesimo trasloco,
presto lascerò il quartiere.
vedi quante inutilità si sono accumulate,
ma partirò leggera.
questa è la poesia, disse qualcuno alle presentazioni,
l'estetica, lo stile
e tutto il resto
e il sentimento, vedi, è sentimento,
lascia stare la tua filosofia
– l'unica cosa che porterò con me.
chissà se è questo il sacco 
dove smaltire gli entusiasmi
per tutti quei pensieri, ricchi di povertà,
che non si sono accorti di essere pensieri
a replica dei danni.
qui l'aria è satura, come nei condomini,
scarti dell'umido, dicevo, e un dispiacere,
l'odore del quartiere. 







apnea

dentro un pugno d'aria
per la razione quotidiana di respiro.
se qualche volta articolasse una parola
varrebbe anche la pena 
quest'apnea –
ti svuota dell'inessenziale
ripulisce la memoria
e dopo, la conta esatta dell'autonomia.