io lo sapevo bene

 

io lo sapevo bene
quant’è scarsa luce per vedersi dentro
e quant’è stretto il varco a una parola chiave.
così ho creduto di non avere titolo a restare.
né un avviso di sfratto né un biglietto,
sono partita
senza obliterare nemmeno un’emozione.

 

Annunci

niente di speciale

 

ho immaginato un luogo
che sia complice al segreto
di sapersi esistere
di carne/ossa/pensiero
se c’è davvero un’anima pensata
dietro i risvolti di altre banalità.
in fondo non è niente di speciale
e tuttavia essenziale.

 

già solo a pensarle

 

quanto si estende ancora l’infinito?
non conosco l’unità che lo misura
so di quest’incubo di giorni senza luna.
ma intanto
dimmi dell’eleganza dello spurgo
dimmi dell’anima quando rilascia odore
dimmi la differenza tra splendore e abbaglio
e questa opacità quando l’umore è scuro.
insegnami parole che già solo a pensarle
sanno disfare il tempo
– e l’incubo torna a essere non stato?

 

luce ad acqua

 

quale luce splende, quale lunghezza d’onda
sull’onda lunga dell’imprecisione?
e questa irrilevanza di pensieri
fatti di particelle in movimento
e (spreco) di energia.
bastasse una mimetica intonata nel colore
a confondere le acque
– tanto per diluire l’ineleganza del dolore.

 

 

kintsugi

L'arte del Kintsugi

(L’arte giapponese del Kintsugi – immagine trovata sul web)

 

neanche l’oro, se ne avessi,
potrebbe riparare le fratture
e se tu fossi qui
non saprei come dirti che ho fallito.
intanto il polo brucia e si sciolgono i ghiacciai.

 

 

ogni parola è un selfie

 

basterebbe saperlo che ogni parola è un selfie
e un selfie è già parola
per chi parla
come se il mondo fosse il suo cortile
mesto teatrino del suo falso sé –
che a prenderlo sul serio
si scambierà per ali di farfalla
la frode di colori innaturali.
da parte mia, di tante colpe ancora mi vergogno.

 

l’arte del punto e a capo

 

mi dicono che parlo troppo piano
per questo non è facile capirmi,
ma non rileggerò tutta la storia
che abbiamo scritto a quattro mani, il caso ed io.
d’altra parte, non pratico la vita
nello stile del racconto breve:
non mi si addice l’arte del punto e a capo
senza continuità.

 

nel limbo

 

 

nel limbo, come nell’incubo d’infanzia,
non luogo dei non nati e dei non morti
senza volto, senza identità.
non fa bene quest’aria rarefatta
che odora di mistero,
qui non c’è materia per riempire il calco
di una cosa vera.

 

 

quasi lamento

 

niente che si ripeta uguale, mi dicevo,
perché sa farlo solo la follia che non ha scampo.
allora cosa dovrei aspettarmi, mi chiedevo,
se tra le grida di cornacchie mattutine
sento ripetersi una voce umana-e-non
quasi lamento.

 

 

come l’acqua

In notti simili è difficile addormentarsi, perché c’è troppa luce e perché ogni sogno sarà inferiore a questa realtà. Dove un uomo non fa più ombra, come l’acqua.
(I. Brodskij, “Guida a una città che ha cambiato nome”, in Fuga da Bisanzio, Adelphi, 1987)

 

quando mi volto è come se uno strappo
riaprisse i suoi battenti
a uno zampillo di acqua amara.
non è come la tua, Iosif,
questa mia fa ombra.

 

 

La strada alla fine del mondo

 

La strada alla fine del mondo (da Mark Strand, “Quasi invisibile”, trad. di D. Abeni, Mondadori, Milano 2014)

 

dalla Rivista “Nuovi Argomenti”  8 giugno 2019


“Ma non ci siamo già passati da questa strada? Mi sa di sì; mi sa che a intervalli di qualche anno la spostano, ma continua a tornare, con i suoi corvi e i rami morti, i marciapiedi che si sgretolano, le file di persone che escono da un paesaggio che svanisce nel momento in cui lo lasciano. E la città murata con le sue giostre di rondini e con il sole che le tramonta alle spalle, non l’abbiamo già vista? E la nave pronta a salpare per l’isola degli arcobaleni neri e dei fiori di mezzanotte, e le guide turistiche barbute che ci fan segno di sbrigarci?” “Sì, caro, abbiamo già visto anche questo, ma adesso devi prendermi a braccetto e chiudere gli occhi.”

 

Lo faccio anch’io, chiudere gli occhi, ogni volta che m’infilano nel tubo della tac.

 

 

 

L’uomo di sabbia

da “SCRIVERE PER IMMAGINI”, IL BLOG DI GIOVANNI BALDACCINI che non si può condividere direttamente su facebook, a causa della segnalazione di qualche imbecille, o peggio…

scrivere per immagini

 

 

Forse era solo un attimo sospeso
di quelli che non entrano nel giorno
ma si ostina a seguirmi da vicino
come un viso di folla
di quelli che non hanno lineamenti
altro che molti
fino a quando ti siedi al primo bar.
Quello si siede accanto e ti rovina
l’aperitivo, il cocktail, la minestra
a seconda dello stato in cui ti trovi
mentre lassù passavano le rondini
a ricordare un’altra primavera
ed all’opposto è notte.
Chiederci dove siamo fa sconcerto
ma il giornale riporta data e luogo;
scuotersi brevemente, adesso è chiaro
e quando è chiaro adesso nell’opposto
resta sempre la notte.
Questa carta mi sporca, questo inchiostro
si appiccica alle dita ed i capelli
cercano scampo sotto il mio cappello
se ne avessi la forma, il portamento
l’albero di natale, la bisaccia
il mare il treno il sonno la parola
che non serva che a chiedere un…

View original post 81 altre parole

Anna Maria Curci

il giardino dei poeti

AMC_Morlupo2018Opera incerta è il titolo della mia raccolta inedita che raccoglie testi scritti nell’arco di diversi anni, fino a quello in corso, il 2019. Il nome, come già accadde per la prima raccolta da me pubblicata, Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), coincide con un termine usato nell’architettura. Qui si fa riferimento all’opus incertum, di cui Vitruvio scrisse: «Le pietre dell’opus incertum, invece, poggiano l’una sopra l’altra ad embrice, formano muri non altrettanto belli, ma più solidi del reticolatum» (Vitruvio, De architectura, Trad. di G. Florian, 1978). L’ opus incertum si caratterizza per il suo mettere insieme elementi diseguali. Le pietre dell’opera incerta non sono pre-tagliate e predisposte per l’assemblaggio.

Mettere insieme le diversità in vista di un’opera comune: una sfida quanto mai attuale e mai come oggi condannata all’inattualità, messa nell’angolo e sfiancata dalla brutalità, dall’oblio e dalla menzogna, triade elevata a esercizio del…

View original post 569 altre parole

alla mia portata

 

questo mondo così com’è, alla mia portata
credevo che lo fosse,
come uno stagno che contiene il mare
ma le sponde sono così lontane
che da un lato il sole nasce mentre dall’altro muore
e tra un saluto, un commiato e dirsi addio
neanche si avverte il cambio di respiro.