mi fermo qui

 

 

ne ho già visti troppi, danni,
è colma la misura.
tutta questa poesia – per me come la chemio –
a volte ti uccide l’anima, la cura.
 

 

 

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quasi lamento

 

niente che si ripeta uguale, mi dicevo,
perché sa farlo solo la follia che non ha scampo.
allora cosa dovrei aspettarmi, mi chiedevo,
se tra le grida di cornacchie mattutine
sento ripetersi una voce umana-e-non
quasi lamento.

 

 

come l’acqua

In notti simili è difficile addormentarsi, perché c’è troppa luce e perché ogni sogno sarà inferiore a questa realtà. Dove un uomo non fa più ombra, come l’acqua.
(I. Brodskij, “Guida a una città che ha cambiato nome”, in Fuga da Bisanzio, Adelphi, 1987)

 

quando mi volto è come se uno strappo
riaprisse i suoi battenti
a uno zampillo di acqua amara.
non è come la tua, Iosif,
questa mia fa ombra.

 

 

La strada alla fine del mondo

 

La strada alla fine del mondo (da Mark Strand, “Quasi invisibile”, trad. di D. Abeni, Mondadori, Milano 2014)

 

dalla Rivista “Nuovi Argomenti”  8 giugno 2019


“Ma non ci siamo già passati da questa strada? Mi sa di sì; mi sa che a intervalli di qualche anno la spostano, ma continua a tornare, con i suoi corvi e i rami morti, i marciapiedi che si sgretolano, le file di persone che escono da un paesaggio che svanisce nel momento in cui lo lasciano. E la città murata con le sue giostre di rondini e con il sole che le tramonta alle spalle, non l’abbiamo già vista? E la nave pronta a salpare per l’isola degli arcobaleni neri e dei fiori di mezzanotte, e le guide turistiche barbute che ci fan segno di sbrigarci?” “Sì, caro, abbiamo già visto anche questo, ma adesso devi prendermi a braccetto e chiudere gli occhi.”

 

Lo faccio anch’io, chiudere gli occhi, ogni volta che m’infilano nel tubo della tac.

 

 

 

L’uomo di sabbia

da “SCRIVERE PER IMMAGINI”, IL BLOG DI GIOVANNI BALDACCINI che non si può condividere direttamente su facebook, a causa della segnalazione di qualche imbecille, o peggio…

scrivere per immagini

 

 

Forse era solo un attimo sospeso
di quelli che non entrano nel giorno
ma si ostina a seguirmi da vicino
come un viso di folla
di quelli che non hanno lineamenti
altro che molti
fino a quando ti siedi al primo bar.
Quello si siede accanto e ti rovina
l’aperitivo, il cocktail, la minestra
a seconda dello stato in cui ti trovi
mentre lassù passavano le rondini
a ricordare un’altra primavera
ed all’opposto è notte.
Chiederci dove siamo fa sconcerto
ma il giornale riporta data e luogo;
scuotersi brevemente, adesso è chiaro
e quando è chiaro adesso nell’opposto
resta sempre la notte.
Questa carta mi sporca, questo inchiostro
si appiccica alle dita ed i capelli
cercano scampo sotto il mio cappello
se ne avessi la forma, il portamento
l’albero di natale, la bisaccia
il mare il treno il sonno la parola
che non serva che a chiedere un…

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Anna Maria Curci

il giardino dei poeti

AMC_Morlupo2018Opera incerta è il titolo della mia raccolta inedita che raccoglie testi scritti nell’arco di diversi anni, fino a quello in corso, il 2019. Il nome, come già accadde per la prima raccolta da me pubblicata, Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), coincide con un termine usato nell’architettura. Qui si fa riferimento all’opus incertum, di cui Vitruvio scrisse: «Le pietre dell’opus incertum, invece, poggiano l’una sopra l’altra ad embrice, formano muri non altrettanto belli, ma più solidi del reticolatum» (Vitruvio, De architectura, Trad. di G. Florian, 1978). L’ opus incertum si caratterizza per il suo mettere insieme elementi diseguali. Le pietre dell’opera incerta non sono pre-tagliate e predisposte per l’assemblaggio.

Mettere insieme le diversità in vista di un’opera comune: una sfida quanto mai attuale e mai come oggi condannata all’inattualità, messa nell’angolo e sfiancata dalla brutalità, dall’oblio e dalla menzogna, triade elevata a esercizio del…

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alla mia portata

 

questo mondo così com’è, alla mia portata
credevo che lo fosse,
come uno stagno che contiene il mare
ma le sponde sono così lontane
che da un lato il sole nasce mentre dall’altro muore
e tra un saluto, un commiato e dirsi addio
neanche si avverte il cambio di respiro.

 

figurine

 

 

ce l’ho, ce l’ho, mi manca, ce l’ho –
cantilenava il gioco delle figurine –
ma in cambio per le più rare almeno tre.

certe volte ti chiedi il perché di tanto spreco
ma non ha senso contare le mancanze
e le varianti nell’immaginario.

 

 

visto dal vero

non passa niente da fessure d’ombra
per quante parole presti alla mimesi
la cosa che, manco a dirlo, sembra un’emozione
e chissà cos’è dal vero.
in ogni modo, sempre di storie piccole si tratta,
che se ne parla a fare?
minime storie insoddisfatte
e tutti senza pace
pronti a sgranare inutilmente gli occhi:
vedi? non vedi?
vado? e dove andare?
cosa inventare?
se neanche sai cos’è che si dovrebbe soddisfare.
e tutti gli anni di abbandono,
quelli serviti a te
nel tempo personale
per far cadere un’ultima illusione
tra gli artifici dell’animazione.

ma il cancro di che colore è, visto dal vero?
ci pensavo ieri
mentre ancora trattavo il prezzo di una rosa, rossa, dal fioraio.

 

di gatti e di moine

 

 

per un po’ non parlatemi di gatti
che poi non è neanche colpa loro
se hanno lasciato aperto il varco all’obitorio
– lì cinque-sei in deposito
in attesa del fatto operatorio.
dice, ti salvano la vita
l’anestesista è l’ultimo che vedi
– adesso si sentirà… – e chi ha sentito niente
parlava troppo piano
e nelle orecchie si rideva osceno.

 

 

ricordami

 

 

ricordami, se tu te lo ricordi,
com’è guardarsi in faccia
perché non s’indovina mai che cosa c’è
dentro uno sguardo chiuso,
se l’anima o una voglia
o la brutalità – fatti non foste, dice –
ma l’alibi è poesia.

 

 

terra che sei

 

hai cancellato dal paesaggio quello che non ti bagna,
– lo so che preferisci il mare –
e tu – terra che sei – esclusa dalla vista
lo sai che non ci sei?
perché quest’acqua senza approdi
ti sgomenta
come l’insensatezza di annegare
in un fondale asciutto.

 

è già tanto

 

io che non guardo mai figure
e non invento lineamenti
per scagionare ombre e oscurità
da rughe di vecchiaia,
per me, non ho bisogno d’altro
a farmi male
– è già tanto immaginare
di aver desiderato la realtà.

 

 

PAUL CELAN – Lontananze

 

Con lo sguardo nello sguardo, nel freddo,
lasciaci fare questo ancora:
respirando
tessere insieme il velo
che ci nasconde l’uno all’altra,
quando la sera s’appresta a stimare
quanto ancora è lontana,
da ogni figura che essa si dà,
ogni figura che a noi essa presta.

(P. Celan, “Di soglia in soglia”, Poesie, Mondadori 1998, p. 157)

 

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autoritratti

 

non so scrivere a comando
non mi comanda neanche l’emozione
a caldo o a freddo
e poi questa stagione
che non dà punti di riferimento
– sai l’esistenza –
e non è facile capire se ci sei
tra questi autoritratti
nella finzione essere come sei
è sempre immaginare.

 

 

quanto al mio nome

 

ho assunto una posizione di ripiego
per riascoltare ancora le domande
non archiviate
ma ignorate a caldo
e sento scricchiolare alle giunture
voci d’anonimo
senza destinatario
tra fogli malamente accartocciati.
quanto al mio nome,
so che è ancora qui, tra ortica e vento.

 

forse piove ancora

 

resto ad aspettare che finisca questo stato d’attesa
con la sola necessità di tutto quanto è inutile,
che il tempo s’imbavagli, per esempio,
che passi le sue ore senza una ragione,
e senza torti,
tanto non saprò mai dove si trova l’oltre,
né l’altrove,
dove ha nascosto i miei ricordi
una memoria selettiva
che fa il bello e il cattivo tempo nella vita
– come adesso, che forse piove ancora.

 

 

miracoli

 

 

parli ancora del miracolo della fioritura.
ma non lo sai? succede a primavera per natura.

io coloravo l’acqua nelle ampolle
– polveri d’anilina sciolte nell’incolore –
quasi ogni giorno, comunque a volontà.