alzheimer

 

hai visto? anche tu perdi memoria
delle nostre sere

– quando?

e già, chissà se sono state, quelle sere,
o se le abbiamo solo immaginate

– c’eri anche tu?

oddio, stai peggio di quello che pensavo,
non ti ricordi più le mani nei capelli?

– c’ero anche io?

eravamo noi due. sai, m’imbarazza un po’,
ma mi pare che con noi ci fosse Amore… (?).

 

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dell’amore

 

 

farle seccare al sole
o scuoterle nel vento di libeccio
quelle parole ancora intrise d’emozione
che sono poco adatte
a un argomento serio, un po’ severo.
dunque, solo parole asciutte
per dire dell’amore.

 

 

mi metterò a tacere

 

presto mi metterò a tacere,
sono arrivata al dunque
al nocciolo più duro.
questo sbucciare e morsicare intorno
metodico costante
mi ha portata fino a qui,
alla durezza che ti spezza i denti.
per questo mi metterò a tacere
e allora taccio e rido
di me, di te, e cos’altro a questo mondo?
ecco, sento scalpicciare
come un ridicolo insensato girotondo.

 

 

credo di aver già detto

 

 

credo di aver già detto questi occhi
la fissità del grigio
e l’altalena
questa così uniforme oscillazione
che disimparano a toccare terra
– i piedi –   a coordinare
asimmetrie che sono sempre state
e adesso diseguali.
ma il segreto mi resta nelle scarpe
con i dati  (in)sensibili
a norme deliranti.

 

 

foliage

«Come d’autunno si levan le foglie l’una appresso dell’altra,
fin che ‘l ramo vede alla terra tutte le sue spoglie […] »
(Dante Alighieri)

 

e adesso inizia la stagione del foliage.
quando cadranno
suggerirei di farne una composta naturale
coi torsoli di mela e gli altri avanzi:
è un buon fertilizzante del terriccio
oltre a pacciame per l’inverno che verrà.
qui non si butta niente, neanche le foglie morte
tanto care a giardinieri e chansonnier.

 

 

 

so che mi disoriento spesso

 

 

comprendere, fin troppo certe volte,
o non capire
parole e cadenze in libertà,
come nei sogni
quando nella sequenza degli eventi
manca consequenzialità.
e allora capire o non capire?
interpretare? e come faccio
se non c’è un contesto? direbbe Freud.
devo intuirlo, credo, dagli indizi
disseminati ad arte, forse gettati a caso
con l’intenzione di disorientare.
so che mi disoriento spesso.

 

 

se domani sarà vento forte

 

 

niente da dire
e adesso questo lugubre silenzio.
lugubre non per me
perché mi piace se nessuno parla.
mi piace sia il silenzio a dirmi quand’è ora
di ripensare una possibile parola,
una parola possibile da dire
se domani sarà vento forte
e pioggia, e se cadranno rami.
sai, questi alberi vecchi di cent’anni
che quando è vento forte vanno giù
lì, sul viale, davanti alla bocciofila del centro anziani,
dove passare a piedi
per andare a prendersi un cornetto col caffè.
dicevo, anzi tacevo,
che sarà sempre troppo poco il tempo, la durata
di questo rifiatare,
e allora come faccio a sprecarlo per dormire?

 

 

luce radente

 

 

sai, questo riannodare sui capelli
filamenti appartenuti ad altre età,
come per infoltire rade trasparenze
e vuoti di memoria,
mi racconta
le cicatrici, i segni
– l’obsolescenza certa della storia –
come luce radente su un terreno
fitto di asperità.
ma no, non è impietoso
è solo il tempo delle dimissioni.

 

 

per la durata della vita

 

 

per la durata della vita
tra queste quattro mura, o tre
se una parete su quattro ci dispone
a ripensare cosa ci condanna
a questa vista comune a tutti noi.
qui siamo tutti ergastolani
e davvero non vorrei nessuna grazia
né uno sconto di pena da scontare
fuori dai miei confini angusti :
solo qui posso ancora immaginare, se mi va,
che il finire non finisca mai.

 

 

le mie scuse

 

 

 

quanta ne occorrerebbe per tacere
parlo di volontà, che la pazienza è andata,
tacere del disprezzo
dell’assurda violenza di campare
senza un pezzo di mondo da spartire
tra simili, tra uguali, o tra diversi
sotto la stessa legge
che nessuno sa.
io so che non saremo, non saranno umani,
mi chiedo a chi portare le mie scuse.

 

 

J. Ashbery – E lei si chiama Ut pictura poesis

straordinaria!

scrivere per immagini

Non puoi dirlo piú cosí.
Preoccupato della bellezza devi
uscire allo scoperto, in una radura,
e riposare. Certo, qualsiasi cosa strana ti succeda
è OK. Chiedere di piú non sarebbe
da te, tu che hai cosí tanti amanti,
gente che ti ammira ed è pronta
a fare cose per te, ma tu pensi
non sia giusto, che se ti conoscessero davvero…
Basta cosí con l’autoanalisi. E adesso,
su cosa mettere nella tua poesia-quadro:
i fiori sono sempre belli, specie i delphinium.
I nomi di bambini conosciuti un tempo e le loro slitte,
i razzetti vanno bene – esistono ancora?
Ci sono un sacco di altre cose con le stesse proprietà
delle sunnominate. Ora si devono
trovare alcune parole importanti e molte di basso profilo,
dal suono fiacco. Lei mi contattò
perché comprassi la sua scrivania. D’improvviso la strada fu
follia pura e clangore di strumenti giapponesi.
Prosaici testamenti vennero sparpagliati…

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e se per caso

 

 

e se per caso rileggessi
parole già masticate,
sarebbe da provare esperimenti postmoderni
di soggettività
quando un pensiero debole smontava
le maschere del vero
quando non c’era senso che non fosse
interpretazione spacciata per realtà.
smascherato, ormai, questo soggetto,
resterebbe da sancire la fine dell’oggetto.

 

 

schizophrenia

 

quelle domande, dico, che me le faccio a fare
io che non so rispondere agli enigmi, dice,
e che non ho incontrato la follia: ma come?
se la conosco come mia sorella,
ma è pur vero che non ho avuto una sorella
anche se sono duplice e a metà.
a mezza costa mi guardo intorno per studiare
a cosa serve tutto questo sgomitare
se l’inutilità di avere un nome è già chiamarsi
– cosa? – è già chiamarsi cosa.
l’altra metà sto chiusa in un cappello che non tolgo mai
calato sopra il naso, bianco, floscio,
più grande di quale sia misura necessaria.
nessuno sa lì dentro cosa faccia e se ci sia una traccia
di qualche forma, o un’altra, d’immaginazione.
dico, stai bene? e tu?
ma come al solito nessuno mi risponde,
potrebbe dirmi almeno che non c’è.

 

 

ingombrante

 

minuscolo, ma ingombrante, a volte mi distrae,
per le sue storie, i suoi malanni e piccoli malori
eppure di pesantezze qui ce n’è d’avanzo.
ci sarebbe da dire delle banalità e gli orrori
sbattuti in faccia senza parsimonia
ovunque
non sempre decifrati
ma peggio ancora quando sai perché
succede questo e quello
succede e sai perché il dolore è rabbia
per questo fallimento
dell’occasione offerta da una casualità :
è stato il caso a fare la coscienza
ma dopo
dopo è l’ingombro anomalo dell’io
a farci responsabili se è storia d’incoscienza.

 

 

non sprechiamo il fiato

 

 

non sprecare il fiato, che scarseggia,
tanto cadono giù pure se sembrano leggere
– lo sai, la gravità fa scendere una piuma –
e non credo ci sia mai parola senza peso
il peso stesso, a volte, della levità
inopportuna se si richiede d’esser seri
ma poi, se penso all’attenzione
alla cura che ci vuole a non tradirne la funzione:
significare al meglio quello che c’è da dire,
dunque la precisione,
no, non sprechiamo il fiato a pronunciare
parole che hanno perso, per poco che sia dato,
il peso di una qualche verità.

 

 

che tutto resti muto

 

si è persa un’ora
l’ultima, di un senso peregrino
rimasto a tacitare
lo sgomento
di un esilio senza sbocchi
in questa che è realtà
ma non sarà mai casa.

e quando campana a morto
inviterà a banchetto
in quale lingua
chiedere
che tutto resti muto?