pensavo

 

 

 

c’è chi parla di speranza, in questa o, per chi crede, in altra vita,
chi nuota nell’oceano delle stelle,
chi sogna d’anima, d’amore, di poesia.
questa è l’infanzia della fantasia e, come vedi, è sempre solo quella.
vorrei che si aprisse un’altra scena
dove fermare la coazione
che ripete identica se stessa
dove trovare scampo, necessario, alla noia di saperla già:
mille volte nello stesso quadro
mille volte all’unico concerto
mille volte ancora lo stesso sentimento
e poche parole in più.

 

 

 


noi siamo piccoli

 

 

 

 

 
noi siamo piccoli  – l’infanzia della vita –
ma non ci fa più grandi
guardare sempre verso l’infinito
– che l’infinito è il sogno di chi non sa finire.

 

 

 

 

 

 


prima che fosse ormai

 

 

 

 

adesso che perdo il nome delle cose necessarie
potrei restituire queste ore
– me le ha prestate il tempo, ma non le uso più –
d’altronde non ho interesse per l’inutile
che nomino a memoria, ma senza nostalgia
– questa memoria stranamente selettiva
non si ricorda più com’era
prima che fosse ormai.

 

 

 


iperviscosa

 

 

 

è stasi iperviscosa
– non scorre,
sbatte
come un pensiero sopra un punto fisso –
ma non c’è niente da capire,
è solo sangue
esploso
dentro un occhio senza commozione.

 

 

 

 


la ballata dei “giovani uomini”

della serie “questa non è poesia. è dolore e rabbia”

 

ancora tace, che la banalità è più stupida del male.
tace, acconsente e nasconde le mani col tremore:
è la neurodegenerazione a partire dall’idea
che il bene assoluto stia nel cambiamento
non importa quale, purchessia cambiare.
e gonfiarsi d’inflazione
– lo stato c’est moi –  ma poi non sa che fare.
ah, quando bastava urlare di onestà!

c’è qualcun altro adesso lì che urla,
urla da giorni il suo comizio elettorale
urla alla pancia, alla massa intestinale.
contro nemici immaginari istiga odio
e già qualcuno spara, non cazzate,
proprio contro la gente, proprio con armi vere.

intanto un’altra nave lancia un sos
e il ministro-non-ministro dei trasporti
dice che questo non si fa perché è illegale
né compete a lui che siano vivi o morti.
ma il capo di tutto, il padrone del vapore,
trova la soluzione e risponde alla chiamata:
“ehi della banda,
fatevi il giro largo fino su in Olanda”.

eppure qualcuno mi diceva poco tempo fa
“sai, la vita è mutamento”, e lo diceva a me che ci lavoro,
poi predicava, ma per affetto e stima, contro il mio disprezzo
verso “questi giovani uomini” del nuovo
che “se non altro per orgoglio e senso dell’onore”
non faranno tutto – dice – ma lo faranno bene.

è proprio vero, quello che fanno non è tutto,
per fortuna, ma lo fanno sicuramente con orgoglio.
invece non vedo traccia di onestà e di onore.
quanto all’umanità
credo sia una vittima non identificata
dell’ultima crociera.

 

 


dh

day hospital 19-20 giugno 2018 

 

 

è questa notte come altre che mi inquieta
quando mi accade folta di pensieri,
immagini, parole, scene-di-vita-e-morte, scene
basta che appoggi il capo sul cuscino.
si replica soltanto una commedia
nel mio teatro-inferno, sempre gli stessi attori.
ne conosco a memoria le battute
ma le vorrei scordare. forse dormire, un po’
che poi domani – oggi – sarà dura
come da anni – cinque – o è stato prima?
e questo senso di pudore affranto
frantumato come l’ultimo bicchiere
che è scivolato via alle mani: vuoi qualcosa da bere?
no, io preferisco il mare.

 

 


questa non è poesia

                                               questa non è poesia, è dolore e rabbia

 

Prima ho scherzato un po’ per tentare di sollevarmi l’anima da terra, ma non riesco a non pensare al danno che ci ha fatto e continuerà a farci l’idiozia. È conseguente e connivente, per esempio, versare lacrime in forma di “poesia” per qualche amore immaginato o per il mare dell’eternità, quando c’è qualcuno in questo mondo che ingabbia dei bambini, strappati alle famiglie: sono migranti, sono illegali, sono indesiderati.
L’occhio sinistro è rosso del mio sangue che offusca un po’ la vista (e fa paura), ma non distoglie lo sguardo dall’orrore di chi fomenta l’odio per sete di potere, dalla violenza, l’ignoranza, l’arroganza che urlano livore contro i diseredati, e contro tutti coloro che si riconoscono nei valori della civiltà e nel rispetto dovuto a ogni essere umano.
Per tutto questo dobbiamo ringraziare la stupidità, che irresponsabilmente ancora tace.

 

 


sette lune

 

 

 

 

questo crepuscolo costante che fa sempre sera
quando tra lusco e brusco – come si diceva –
vedi e non vedi, stimola fantasia.

saranno gli occhi con la cataratta
sarà questo eccesso di miopia
sarà che di lune ne vedo almeno sette
– per ametropia –
ecco, io vorrei vederci chiaro.

 

 

 


mi guardo intorno

 

 

 

mi guardo intorno
e non afferro
tra le dita niente.

rimane da chiedersi di che
è così pieno il vuoto.

 

 


Alejandra Pizarnik

 

 

 

E ancora mi azzardo ad amare
il suono della luce in un’ora morta,
il colore del tempo in un muro abbandonato.

Nel mio sguardo ho perduto tutto.
Chiedere è così lontano. Così vicino sapere che non c’è.

 

 

 

(Traduzione di Claudio Cinti)
da La figlia dell’insonnia, Crocetti Editore, 2004

 

 


PAUL CELAN (da «Svolta del respiro»)

 

 

 

UN FRAGORE: è
la Verità in persona
entrata
fra gli uomini,
nel mezzo del
turbine delle metafore.

 

 

 


plenilunio

 

 

 

 

 

al prossimo plenilunio chiuderò le imposte:
ogni parola umida di luna
lascia una traccia che non si secca al sole.

 

 

 


donne belle

download

(immagine reperita sul web)

 

vorrei piangere con voi, o ridere
di questo tempo
che non sa niente della libertà
attesa come un dono – ma sempre do ut des.
in questo mondo regredito all’età adolescenziale
sollevare le gonne al desiderio (è sempre maschio)
– dicono –  quella è bellezza e femminilità.

non lo sa più nessuno che libertà è conquista
e lotta dura
non sanno più (ma l’hanno mai saputo?)
che cosa sia quella fierezza di coscienza
che fa di queste donne, tutte, donne belle.

 


mani

se una parola è troppo
ammutolisci e ascolti le omissioni
impari dai silenzi
a interpretarne la durata
come alfabeto morse e interpunzioni.

 

la Cueva de las manos, nella valle del fiume Pinturas (Argentina)

(la Grotta delle Mani, nella valle del fiume Pinturas, Patagonia, Argentina)

erano/sono anni di passione
le mani strette al freddo
era il consenso
a prolungare, un poco, il tempo che si dà:
tempo indeterminato – il paradosso della precarietà –
lo preferisco alla statistica degli anni
che calcola le medie e le eccezioni
e a quale percentile tu appartieni.
vorrei solo tornare a stringere le mani.

quella corrente sottocosta ha riportato a galla
frammenti che credevo d’irrealtà: a pezzi
parti di corpo, d’anima, d’amore
e il danno, un altro danno, e ancora, ancora
lo sperpero indecente, nella finzione vera.
quanti lo sanno, ma poi come lo ignori,
lo scempio delle mani?

 

 


due pensieri

 

 

1.

me lo ricordi tu com’era correre al futuro?
adesso che ho solo spazio per sostare.

 

2.

prima o poi sarà rivolta
tra tutte quelle cose in abbandono.
dicevo cose
per rimanere aderente alla realtà.

 

 

 

 


vanto

 

 

 

 

se non posso cancellare quel dolore
né il suo sfarzo
– perché è sontuoso come un lusso immotivato –
allora me ne faccio un vanto
come mi faccio vanto della dignità.

 

 

 

 


l’occasione

 

 

 

troppe volte ho visto che non è occasione
come potrebbe essere – d’incontro –
se non fosse per timore.

eppure – ma questo è solo il mio punto di vista –
l’occasione è ghiotta
di guardare brutalmente in faccia
il rovescio della luna.

 

 


fuori dal bicchiere

 

 

 

 

 

 

ma poi, quando vedi che non vedi,
come lo risolvi il problema dello sguardo?
spento e mal indirizzato sul bersaglio.
un po’ come versare l’acqua fuori dal bicchiere:
si consuma tutta, e nessuno beve.

 

 

 


oltre

 

 

 

 

 

oltre un tempo che neanche era d’attesa
e l’ultimo guizzo di un refuso
che tradisce, involontario, l’irruzione

ti avevo fatto dono di un segreto

 

 

 


un’altra prospettiva

 

 

 

 

 

 

è tutta un’altra prospettiva e da quest’angolo inconsueto
vedi cose che non hai visto mai, e poco oltre.
non serve salire in alto  – in alto dove? –
per accorgersi che finisce qui,  il mondo
con tutte le parole inutili insensate
false per metà, l’altra metà omesse o sottintese.
e pensare…  ma non lo pensi più che accompagnare
sia farsi compagnia  – da quando è venuta meno l’allegria.
sai la vecchiaia,  quando non trovi un posto dove stare.

 

 

 

 


Maurice Blanchot

 

 

M. Blanchot a proposito di Kafka e dell’arte:

 

«L’arte è anzitutto la coscienza dell’infelicità, non la sua compensazione. Il rigore di Kafka, la sua fedeltà all’esigenza dell’opera, la sua fedeltà all’esigenza dell’infelicità, gli hanno risparmiato quel paradiso delle finzioni in cui si compiacciono tanti deboli artisti che la vita ha delusi. L’arte non ha per oggetto dei sogni, né delle “costruzioni”. […] L’arte è la coscienza di “questa infelicità”. Descrive la situazione di colui che si è perduto, che non può più dire “io”, che nello stesso movimento ha perduto il mondo, la verità del mondo, e appartiene all’esilio, a quel tempo dell’angoscia in cui, come dice Hölderlin, gli dei non sono più e non sono ancora»

(Lo spazio letterario, p. 58)

 

 

 


una di queste sere

 

 

quando mi parlerai, una di queste sere,
ti dirò quello che ho visto
in questi occhi
sul fondo d’inquietudini
celate
alla costanza dei soliti perché.
non sarà facile vederle
ma è pieno di figure
e a volte mi confonde l’impensato
l’immaginario della percezione
– lo so io quanto mi affanna la salita
prima che mi accorga che non c’è.
vedi anche tu quella figura in ombra
nell’angolo lontano?
è come si rappresenta agli occhi d’altri,
chissà se sono io.

 

 

 

 


un gran lamento

 

mi saliva spontaneo un gran lamento
ma non apprezzo la spontaneità
e allora trattengo il mio ululato
nel branco
che custodisce già rancori e rabbia.
e non mi dite che non sono sentimenti,
non costringetemi a parlarne a fondo
– lo so che non vi piace.
avete mai sentito la puzza della stalla?
e profumo di qualità sulla putrefazione?
qui non ho dubbi: meglio la merda
che un’apparente civiltà.
e la ragione, e la cultura, e amore?
fanno tutti soltanto un gran rumore.
– ma tu perché lo dici in modo letterale?
qui non alludi, non suggerisci obliquamente un senso –
è che non sono benedetta dalla grazia
e poi l’obliquità
mi blocca il collo, le vertebre – ben sette cervicali
lo sapevi che sono le più mobili di tutta la colonna?
d’altra parte sostengono la testa, e che ci fai senza mobilità?
prova a fissarti sullo stesso bivio, sempre quello,
come vedi cosa c’è di qua e di là?
però, tranquilli, noi siamo lupi
mica siamo cani.

 

 


parlavo della vita

sai, quando l’anima è sgualcita sotto un mucchio di stracci alla rinfusa
certe piaghe non le riprendi più – volevo dire pieghe –
e l’odore di stantio: tutti gli stracci puzzano di vecchio.

mica parlavo di quella vecchia storia, ormai obsoleta,
del femminile archetipo, quello che ammalia e strega,
quella specie di ninfa che aleggia nei giardini
e poi la porti a letto – il fare anima di Hillman, per capire,
o le psicotiche di Jung, che quasi usciva pazzo
(per Freud, lo sappiamo, è stata sempre mamma).
no, nemmeno anima mundi, ché questo mondo sicuramente non ce l’ha,
meno che mai l’anima come riflessione,
quella che blocca il capro a mezzogiorno e lo costringe a dirsi:
ma guarda che coglione.
che qui non blocca niente lo sappiamo.

sgombrato il campo da questa inutile psicologizzazione,
parlavo della vita:
lei raccoglieva il piccolo non-senso che è stato essere qui.


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