Equazioni

 
 

come un legno spiallacciato dall’umido
del chiuso: un suono impronunciato in gola,
non so se borborigmo o se preghiera,
ma non ha buccia intorno alle sue fibre.

Fiato indistinto inestricato al nulla
biascica in nessun’altra lingua o idioma,
a meno di decidere il contorno,
già distinzione nell’indeciso e buio.

Un ritaglio di luce perìmetra il suo raggio,
forse la direzione, se la misura è il tempo
e l’occasione: è libertà di essere figura
nel diametro arbitrario immaginato
da un punto all’altro di mezze verità.

E nella somma algebrica di parti
uno non è risoluzione, ma problema,
un crampo della lingua, senza l’ambiguità
che istiga domanda, inter-azione: tra me e me,
per calcolare il verso da cui guardo,
e vedo, la sagoma che immagino di te:
forse a memoria, e faccio con-fusione.

Non so ancora quale urgenza ha accelerato l’universo,
quale la forza oscura che smantella le galassie,
ma forse noi siamo le incognite, io e te,
di un’equazione che non torna mai.

 
 
 

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