Delitto senza soggetto

Delitto senza soggetto

una testimonianza sulla violenza sessuale e psicologica

di Giovanni Baldaccini

Difficile riflettere su ciò che per qualsiasi persona di buon senso assume con tutta evidenza le connotazioni di un delitto e che chi scrive non può considerare soltanto tale, dovendo, per propria definizione, avvicinarlo anche sotto l’aspetto della desolante assenza di senso psichico. Difficile perché, qualunque prospettiva si assuma, manca l’elemento fondante di una possibilità di comprensione; lo spazio, il tempo e il luogo dell’azione; le motivazioni che ne informano l’accadere. Paradossalmente, manca lo stesso evento e chi lo agisce.

Fin dai primi frammenti di notizia, dalle ricostruzioni faticosamente accatastate, chi scrive non coglie altro che la voce della propria confusione. Vertigine priva di riferimento; presenza di un non senso che non spiega. E ha dovuto, allora, porsi di fronte a un senso impalpabile che sfugge la presa delle dita e della mente. Confrontarsi, dunque, con l’apparente assurdo e doverne tener conto per rintracciare un senso dentro il non-capire, perché fin dall’inizio non percepiva che l’asettica assenza di un soggetto.

Non rimarrebbe, dunque, altro che consegnare il fatto al suo silenzio, dove si è svolto ed estinto. Fatto, non storia: perché non c’è chi l’abbia progettato. Ma  proprio questo è il punto e la necessità di ogni ricostruzione: dare un senso alla morte. Perché parliamo di un fatto della morte che coinvolge tempi non vissuti, tra chi ne ha avuto uno troppo breve per apporvi una firma e chi non ha trascorso affatto il proprio, nonostante lo scorrere degli anni. Senza riscatto dalla naturalità che tocca in sorte e da cui si dovrebbe trasmigrare. Ma neppure di morte. Il fatto essenzialmente non ha nome, perché la morte segue a chi ha vissuto. Ciò che sconcerta è quando non si nasce. E questo è il caso, negazione assoluta di esistenza che impedisce persino di morire.

Orizzontarsi senza un orizzonte: da qui il disagio.

Stimolo-impulso-reazione: meccanismo di base in questo mondo. Formula organica di sopravvivenza cui non occorre direzionalità. Inutilità, pertanto, della coscienza, apparsa in scena in tempi più avanzati e di cui spesso si può fare a meno.

Muoversi, alimentarsi, riprodursi: fatti. Attività primarie della morte (Thanatos) cui la vita, nel senso del senso (Eros), dà scena. Senza intenzione, che non sia quella di mantenere schiere di organismi a discapito delle vittime di turno. Alternativamente e in equilibrio apparente. Ma questo lo diciamo noi: non sta nei fatti.

Scadimento al livello della predazione. Sarebbe già qualcosa, al di là del giudizio che vi è inscritto. Ma neppure così. Perché il delitto è un fatto dell’umano. Aberrazione come campo di ricerca, allora, se non fosse che anche questa è un’affermazione, mentre ciò che seguiamo è nell’assenza. D’amore. Senza relazione nel rapporto, solo fatto di sesso. Che la pulsione non ha sentimento, cattura oggetti e scarica tensioni con l’aggressività che guida la libido. Perfettamente funzionale; ma a livelli diversi.

Inoltre, non c’è morte nel sesso: è un fatto della vita. Sopraffazione, spesso; spesso uso di un oggetto che non diventa “altro”. Morte no, se non nel senso psichico del buio in cui nuota l’istinto. Quello sarebbe il luogo da indagare; ma non basta. Perché l’istinto non getta in un dirupo i propri amanti; non distrugge le membra e i frammenti, né seppelisce sogni. Incubi, in verità, voci d’angoscia; dolore da nascondere alla vista, talmente intenso da suscitare furia. C’è qualcosa che coglie ciò che ha fatto; non vuol saperlo, ma nell’orrore c’era una un’espressione anche se solo di un bisogno cieco.

È il mondo dell’umano che soccombe nella frammentazione della psiche che annega. Deprivata della transizionalità dei propri oggetti (Winnicott), non accede al rapporto. Dunque non crea simboli, rappresentazioni interiori dell’oggetto da informare di sé nell’interscambio tra l’estraneo e il proprio che, rappresentando reciprocità di sensazioni, sentimenti, emozioni, convoglia e connota configurazioni prima inesistenti. Non accede, pertanto, alla cultura; non c’è immagine rappresentata; non c’è pensiero.

Nell’al-di-là: confusione indistinta. Violenza di vissuti inadeguati non trasformabili in rappresentazioni. Espressioni d’angoscia soffocante; solo sopraffazioni del non senso. Ingestibili e, certamente, impossibili da tollerare.

Ogni cultura crea un alfabeto; ma senza traduzione dal caos dell’indistinto alla gestione che codifica senso non c’è “alfabetizzazione” (Bion). O funzioni dell’Io. Il che è lo stesso (o quasi). Comunque, attività d’ordine superiore capaci di riconoscere, gestire, comunicare. Direzionalità che mette al mondo intenti e chiude il cerchio intorno ad uno scopo.

Riconoscere, si diceva, innanzi tutto: l’altro. Entità diversa e soggettiva, e nel far ciò costruire i confini di sé stesso, a propria volta riconoscibile da solo e nel rapporto col diverso.

Ma tornando all’assenza, tutto rimane chiuso nella terra; che ribolle ed esplode perché non può gestire le tensioni. Che fanno male; e soffrono, gridano perché chiedono ascolto. Espressione estrema di richiesta, ecco dove siamo arrivati. Estrema perché irriconosciuta, ingestibile, intollerabile. Pressione d’angoscia senza nome (Kohut) che non conosce senso e solo “spinge”: ad agire quel che non ha voce. Perché non sa il linguaggio dell’umano che nessuno ha insegnato. Solo mutilazione che ribolle: bocca vuota di lingua.

E allora fa.  Nell’altro inerme non vede che la propria inermità, specchio della frammentazione di se stesso, incarnazione di mancanza estrema. E tenta di raggiungerla; stabilire un contatto, accedere a un oggetto di rapporto che convogli il sé del proprio essere, caricatura di relazione umana che non conosce l’altro. Solo sopraffazione, riflesso innominato del proprio autoannientamento nella frammentazione di ogni senso di sé. La base narcisistica della personalità non ha avuto sufficiente sviluppo; confusa in sentimenti di ambivalenza per un oggetto interno primario indispensabile ma odiato perché non ha dato le risposte necessarie, continua a ricercare quelle stesse soddisfazioni in modo esasperato. Se nella vita adulta anche l’amante o l’oggetto comunque desiderato, anche se appena intravisto, non corrisponde alle aspettative narcisistiche onnipotenti di un desiderio deformato e cieco, la rabbia esplode sostenuta da proiezioni paranoiche nel tentativo inutile di liberarsi di un nucleo emozionale irriconosciuto e ingestibile perché nessuno ha insegnato a contenere, riconoscere e gestire. Il passaggio all’atto è allora inevitabile: l’oggetto muto deve rispondere alle necessità e, nei casi peggiori, il “persecutore”, ritenuto responsabile dell’insorgere delle emozioni insopportabili, va cancellato ad ogni costo, ma la morte non è mai risoluzione e i sentimenti persecutori restano inalterati.

Rimuovere, pertanto; ricacciare indietro quel senso di mancanza, toglierlo dalla vista, cancellarne perfino la memoria. Dentro l’immondezzaio: luogo del valore del se stesso. Suicidio alterato: la soppressione di una proiezione. Morire, dunque, per interposta persona, perché chi uccide è vuoto e l’altro non rimanda che il vuoto di un terrore senza nome. Questa la tragicità a posteriori di un evento di morte che non c’è.

Al di là dell’evento, la violenza e la morte non sono fatti isolati, perché la morte non è solo morire. In situazioni apparentemente culturali, nella “normalità” del mondo, dove gli aerei viaggiano lo spazio e i numeri danno forma ad una “rete” che sconvolge ogni senso del reale, le funzioni dell’Io restano sopraffatte. L’antico sogno freudiano si è definitivamente eclissato nel tramonto non dell’Edipo ma del Super-io e nel fallimento delle funzioni egoiche primarie incapaci di contenere e direzionare. Consegnatosi all’Es, al servizio di pulsioni cieche, l’Io fornisce i propri occhi al “suo” piacere o rabbia. Soltanto mezzo per pulsioni che invadono funzioni scadute al ruolo di soddifazione deformata.

Pulsioni “culturali”;  rafforzate dai “mezzi” che hanno invaso che forniscono strumenti a dismisura. E giustificano, razionalizzando, ciò che senso non ha (morale collettiva che giustifica perfino lo sterminio). Invasione richiesta per comodità d’inerzia: l’istinto fa soltanto il suo lavoro. Espressione, pertanto, di desolanti mancanze culturali nella rinuncia al “fare anima” del mondo. Satana blandisce, e non è facile dire sempre no.

Ma non c’è alcun demonio che non si chiami assenza di coscienza. Moneta svalutata, quest’ultima, priva di un prezzo valido di scambio. Il mercato globale conosce solo “cose” e di queste commercia. Tutto ha valore purché nell’immediato e dall’alba al tramonto cambia prezzo, codificando l’instabilità che annulla il tempo. Morte per fame, un tempo, si dirà. Oggi, schiere di debolezza vendono sul mercato l’abbandono. Tutti hanno un corpo che per molti è merce: basta pagare e si mantiene in vita. Il corpo. Che si trascina e perpetua lo scambio delle cose che radica un senso di abbandono fonte della mancanza a essere che domina il nostro tempo.

Chi lo compra e chi vende. Turismo sessuale organizzato, import-export di organi e piacere; clandestinità di rapporti senza volto; prostituzione di pupazzi vivi dentro il ruolo di oggetti per chi non ha percorso lo sviluppo e imbriglia in corpi adulti stadi infantili senza separazione dal non sé (Mahler). Senza riflesso: gli occhi della merce, dentro uno sguardo che non può rispecchiare (Kohut). Chi ci rimette è il mondo dell’umano.

Nota dell’autore. Questi appunti sono stati presi in occasione di una violenza e di una morte. Non ricordo quale, e questa dimenticanza è precisamente quel che la morte induce.

(© 2012 Giovanni Baldaccini)

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3 responses to “Delitto senza soggetto

  • Giovanni Baldaccini

    Gentile Cristina, il suo intervento mi suscita un enorme senso di rispetto e solidarietà e per questo credo di doverle un chiarimento.
    Quando parlo di un fatto della morte che non c’è, ricorro a un paradosso. Quello che intendo realmente dire è che l’episodio violento si svolge all’interno della morte, intesa come morte psichica, cioè assenza di psiche e coscienza da parte dell’aguzzino. Questa morte è reale, purtroppo, solo per la vittima, mentre l’aguzzino non ne ha alcuna consapevolezza, è completamente privo di capacità di sentimento e riflessione, quindi nulla sente e nulla comprende. Intendo dire che egli semplicemente non è. Questa è la morte che non c’è, quella di chi neppure percepisce alla lontana il proprio essere morto e causa di morte allo stesso tempo, e questo non ci suscita alcun sentimento di indulgenza, anzi è un’aggravante.
    Si tratta di fatti gravissimi; siamo di fronte a veri e propri psicopatici nel senso più allarmante del termine e, purtroppo, di questi zombi è pieno il mondo e la loro azione nefasta non si esprime soltanto negli atti di violenza sessuale e nell’assassinio, di cui è piena la cronaca, ma anche in molti altri ambiti non esclusa la così detta politica. È questo che io chiamo “morte”, l’opera di Thanatos, ma purtroppo sembra che neanche gli episodi più eclatanti bastino a farci sospettare l’azione distruttiva dell’assenza di coscienza e di cultura.
    Con stima,
    Giovanni Baldaccini

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  • cristina bove

    Tremendo leggerne in queste modalità analitiche.
    Immobilizza la mente in un cunicolo: la vittima subisce e spesso muore, Ma non sa e non può voler esaminare il fatto, o dare un nome alle cose.
    Intervengo perché sono stata la vittima.
    I colpevoli rimasti ignoti, che abbiano un’anima a perseguitarli coi rimorsi nemmeno m’interessa.
    Fatti cui seguì una morte, la mia. Che non ci si lancia dal quarto piano di uno stabile per “tentare” il suicidio. No.
    Ma se avvengono miracoli e si sopravvive, allora si rinasce daccapo, si è altro da prima, e perfino il silenzio ha una sua funzione protettiva.

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    • lallaerre

      Cristina,
      permettimi intanto un abbraccio simbolico per esprimerti tutto il dolore della condivisione di fronte a un’esperienza indicibile nella sua atrocità, a cui certamente non darebbe alcun conforto sapere se qualcuno è perseguitato dai rimorsi. Non si può perdonare, né accettare mai. Si può solo rinascere, quando si riesce a farlo, e affermare con forza la vittoria dell’umano su quello che di umano ai miei occhi non ha nulla, se non la forma esteriore, e a volte non si riesce a cogliere neanche quella, se ne incrociamo lo sguardo.
      Noi psicologi abbiamo il compito, a volte ingrato, di cercare di comprendere anche ciò che dal punto di vista umano ci sembra inspiegabile, anche ciò che ci risulta più odioso, per il semplice fatto che accade, ma questo, credimi, non significa mai “giustificare” chi fa violenza, o dimenticare chi ha patito violenza. Cerchiamo solo di capire in che modo si producano in un “potenziale” essere umano tali distorsioni aberranti dell’immagine di sé e dell’altro, che purtroppo, come vediamo dalle cronache, oggi sembrano dilagare e prendere molte forme, alcune delle quali chiaramente avallate dalla cultura dominante.
      Un saluto caro
      Luciana

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