«Fortune». Delirio breve

di Giovanni Baldaccini

Terzo mese di navigazione: alito spento.

L’allucinante azzurro privo di ringhiere spazia d’intorno con beffarda piatta. A prua, soffio improvviso d’acqua spudorata; ricade infinitesimale doccia a gocce. La notte è dura. Caldo dilaga a bordo.

Sotto la chiglia fremito sommesso: sirene? Nulla si muove. E sudore, febbre d’ansia.

Il guscio che contiene la paura staticamente attende. Vele flosce. Ammainare una scialuppa? Prima tracciare rotta.

Tra calcoli furiosi: dove ho messo il sestante…? Trasversali linee spaziano carta gialla: sconsolatamente, ovunque mare. Sono perduto se non emerge un’isola nascosta. E la notte che propone stelle a dismisura nella volta dove si sperde l’occhio e la speranza non aiuta a trattenere il fiato che spezzo dentro tosse asciutta.

Navigherò le stelle goccia a goccia quando la morte solleverà dal fondo del mare cimitero questo corpo. Trasporterà con ali di cicogna verso aliti di diversa specie e lanterne di madre che consola. Ma non voglio morire.

Due settimane oltre. Niente acqua.

E non si muove l’alito del vento che nega il suo respiro a questa ciurma.

Morti. L’ultimo l’ho buttato ieri sera.Tuttavia non mi annoio.

Sogni volano l’aria. Bussano alla cabina ogni sera o è delirio che si addensa attorno? Comunque, non manca compagnia: ci divertiamo parecchio.

Si fa musica, si balla, si sbevacchia. Donne arruffate ingolfano la sera rivendicando primati di letto e d’allegria. Difficile soddisfarle tutte. Ma sono solo; di fatto o nel delirio non tollero compagnia maschile.

Qualche sirena uscita dal bordello la notte s’incanala sotto chiglia. Salgono dalla poppa bombardata mentre tendo una vela per scaletta. Fanno scompiglio. Razze diverse, difficile azzerare rivalità e pretese. In genere finisce con frittura. Le ragazze sanno cucinare; in fin dei conti è pesce. Peccato per il vino. Che tuttavia non manca nella testa che spazia. Stranamente di giorno resto solo: i fantasmi veleggiano di notte.

Nel terzo mese terza settimana. Alita.

Rattoppate di fretta vele scampate all’ultima tempesta. Nella cabina che fu del capitano traccio rotte ostinate, Dunque cavalco derelitta sera con remi per sostenere scarso vento. Che soffia, mulinando blando. Aiutare col fiato.

Sera. La tosse è peggiorata. Qualunque medico giurerebbe che l’aria marina giova a polmoni e bronchi e il sole che non manca svolge la sua parte ad asciugare vecchi catarri e fondi di bottiglie trangugiate nei porti di Giamaica e Bangladesh. Probabilmente la dieta ripetuta (manca qualsiasi varietà) peggiora lo stato del catrame che ingoio e che dilaga nel corpo ad ogni ora. Annerisco.

Sembra non farci caso la rossa balenante che sguscia dalla stiva e mi si accosta. Mi piaci – dice – Tu invece puzzi! – Sibilo alla sirena che mi aiutava ad orinare in mare. Parte un colpo di coda, come tutte le sere.

Veleggio lieto, mentre quelle friggono il cadavere di turno. Si stappa qualche birretta, allegramente.

Terzo mese settimana quarta (dunque ultima).

Questa mattina un seme. Seguito da compagni di frontiera trasportati da vento innominato, cade propenso e intatto dentro un vaso di terriccio rappreso. Ne ignoro provenienza (vaso e seme). Tuttavia, se piovesse, sarebbe una provvista di verdura, fonte sicura d’alimentazione (almeno credo. Potrebbe anche trattarsi di qualche pianta carnivora e rognosa inadatta al sostentamento tranne il suo). Mangiare insetti? Ancora non ci avevo pensato.

Quindi la sera (smaniavo mica male steso sul legno fradicio del ponte), la ciurma salta a bordo.

Dico ragazzi… siete morti… – fanno cenno di sì. Si radunano accanto al sottoscritto. Mi alzo, impugno i resti torti del timone. Vi riconduco a casa (gemito)… vi riconduco… (Ancora più vicini): sisisi…..

E notte spazza radosparso cielo incoraggiata da stelle alla ventura. Vomito. Quindi raddrizzo la barra del timone: vi riconduco…. E luna gialla specchia nero mare nel fondo dei suoi abissi coloniali.  Se potessimo navigare nella luna si arriverebbe prima. Piccola com’è circumnavigare sarebbe un gioco. (Assentono con gli occhi volti verso l’astro terso). Ci voleva un po’ di compagnia.

Giorni dispersi. Settimane…

Senza più conto né speranza. Sento strani rumori (rantolo?)

Darei non so che cosa per una birra fresca. Niente da fare. Dovrò aspettare sera che la portino le sirene dal fondo dei miei sogni trasportandone con le dita adunche dalle cambuse colme di Nettuno. Hanno capelli verdi; qualcuna zanne (le usano mica male…).

Dalla stiva neppure un fruscio: sono morte tutte? Non ce la faccio a sollevare il portellone. Neppure a trascinarmi accanto al buco. Dovrò aspettare che si facciano vive (se lo faranno). E i compagni? Anche loro solo quando è sera. Dovrò protestare; Sarebbe meglio se i fantasmi cambiassero abitudini. Comodo! Tocca solo a me affrontare il giorno asciutto.

Una vela allo sfondo. D’un balzo dritto mi sgolo appoggiato a paratia. Se salissi sull’albero maestro per sventolare… e chi gliela fa…!

Ehi di lontano… affogo! Uomo in barca… alla deriva… Ehiiiii!

Sbatto rampini contro il bordo nero; batto coperchi, pentole, scarpacce, con l’eco che diffonde il mio clamore sull’acqua che propaga. Quelli: sordi. Quindi, credo d’aver perduto conoscenza.

Visitato da immagini guizzanti.

Selvaggio e immenso, vorace tuorlo d’uovo dardeggiante spande raggi ustionanti nell’azzurro. Dunque sott’acqua. Come pesce squamoso guizzare tra sostanze rinfrescanti. Sguscio, branchiale e senza sforzo con assestati scatti della coda. Lateralmente pinne danno spinta; peccato la lisca. Sarebbe meglio filamentose e molli propaggini pendulari indipendenti: medusamente argento.

Banchi addensati di scintillanti forme scartavano striature lumescenti, reminiscenze di raggelata luce.Tra sconcerto diffuso, supero la barriera. Di fronte: abbacinante blu.

Cartello indicatore: pescecani. Seccato, intraprendo discesa verticale; tali stupidi pesci non osano l’abisso. Poco più in là: delfini.

Quindi tramonta ottusamente opaco l’importuno discale balenante. Nero d’incanto. Scure onde. Come la  cresta, e annessi. Finalmente, nello sfrenato intenso spumeggiare, riconosco appartenenza limacciosa.

E affermo: non sopporto tutto quello che so.

La sirena preferita culoargento si accostò devastante alle mie pinne. Fluttuavano capelli luminosi nell’acqua scriteriata che respiro. Con repentina mossa del suo seno mi strusciò lungo il corpo seroastrale.

Subitanea erezione sgominante: fuoriuscì materiale dalle squame. Deliziato mi chiedo:  e poi perché sapere?

Dimenticare allora; scomparire. Nell’acqua che scompagina il respiro. Che trattengo invano. Pensiero scoraggiante: affogo?

D’un tratto impallidito nel blu intenso ricerco salvagente di pensiero. Dunque recito: se qualcuno volesse ripescare prima che la sfortuna mi appartenga povero pazzo alquanto scoraggiato senza vergogna affermo: prego gettare reti tremolanti anche se tristi, anche se dedicate ad oceanici occhi da qualcuno. Purché visibili. E soprattutto: in fretta.

Risvegliato da lento sciacquolio. Annaspo.

Tramonto: nel fuoco di un incendio che non brucia. E la notte che  scivola le onde nel manto frantumato delle stelle porta a bordo ricordi adesso miei. Gadir, l’ultimo porto, dove tu forse sei.

Con l’anima intrisa di malaria e il corpo affetto e il vino che asseconda la follia: Gadir. Nella bettola di fronte al grande mare e le navi assiepate al molo scuro, con l’onda che frastaglia ma non scuote. E i vicoli, gli odori, la paura di non uscire dall’intrico stretto delle tue case attorcigliate a scale. Una porta sul fondo: penetrare.

Assalito da suoni abbacinanti, fumo acre, risate, grida tese a farsi largo nell’aria troppo densa di una notte che scorre ma non passa. E tu, come sempre, aggrovigliata ai tuoi passi sfrangiati dentro una gonna rossa, variabile nei colori insani dei giri attorcigliati in cui confonde. Mi siedo muto. Aspetto. È certo che verrai.

Se solo tu volessi regalare

passo di danza, sera che mi avvolge;

una scarpa, un movimento del tuo piede,

l’orlo straripante rosso gonna

nei movinenti; un filo dei tuoi denti,

fianchi alti e sfuggenti alla mia vista;

se tu volessi dare luogo e scampo

a questa dissennata sfrontatezza,

come vino che scivola sul collo,

frescura per la sete che mi asfissia;

in questa stanza colma del mio fumo

timbro di tacchi, calpestio di legno;

della tua voce, pelle, rochi suoni

che spalmano sudore nel mio fiato,

rinuncerei domani alla partenza.

Oltremare: canti diversi d’Africa,

velature di donne tappezzate

di desideri muti e sguardi schivi.

Nel mare tra le stelle,

con profumo di onde e terra altrove,

prefigurata da vele di gabbiani,

rami nell’acqua, fondo fruscio d’onde,

odore acre di sabbia rossa e calce

sparso dal vento sopra la mia faccia;

che annaspa, guarda

verso una costa d’ombra,

rinuncerei: per te dentro i miei occhi,

anima scura, disperatamente.

E mi rigiro sul ponte grasso d’acqua che penetra da falle rabberciate. Non è mia questa notte che non passa. Eppure addio: a mia madre che non vedo da anni dentro il mare; ai figli, se ancora sono vivi; alle donne che li hanno partoriti durante notti di disagio estremo. Addio: a me stesso da sempre.

Diario di bordo del brigantino “Fortune” della marina di Sua Maestà Britannica.

Avvistata in acque spente nave cannoneggiata. Accostata all’alba. Nessuno a bordo. Un solo corpo, ormai irriconoscibile. Dell’equipaggio non rimane traccia.

Carico intatto recuperato per intero. Spezie, sete, vasellame, casse d’oro accuratamente sigillate. Se siano frutto di razzie o commercio resta non chiarito, come la natura della nave sommariamente armata.

Nessuna bandiera. Sospetto di pirati. Questo spiegherebbe la mancanza  di un qualsiasi diario o documento di bordo.

E tuttavia qualcosa di insolito su quella nave c’era. Notate in coperta vesti femminili in brandelli, come lacerate da mani non chiarite. Notati anche  resti di cibo, ma la cambusa è vuota. Forse frutto di pesca visto le abbandanti lische sparse sul ponte un po’ dovunque. La forma delle stesse è tuttavia sospetta: arcuate, come di schiena umana e comunque di lunghezza non comune. Manca la parte posteriore con la coda.

Non si capisce cosa sia accaduto, come sia sparito l’equipaggio: le scialuppe sono ancora agganciate alle fiancate. È altrettanto non chiaro a chi appartenga il corpo ritrovato. Il volto ha un ghigno strano; comunque non riconoscibile visto lo stato di decomposizione.

Questa nave è maledetta, dà i brividi. Avrei preferito affondarla a ispezione finita, ma il capitano dice che si deve rimorchiare fino a Plimouth; la legge del mare attribuisce scafo e carico a Sua Maestà. Dunque…. Spero solo che la gomena sia lunga.

Secondo giorno di rimorchio.

Strane grida dal relitto, come suoni, fracassi, urla d’inferno tra cigolii del legno e vecchi ferri. Quando la notte occulta la visione e non si scorge altro che la sagoma di un albero sfasciato e sgualciture di vele rattoppate, sciamano ombre. Il capitano dice fuochi fatui dovuti al marciume che c’è a bordo. Comunque, dato ordine di raddoppiare la vedetta. Da parte mia, aspetto con ansia il giorno. È strana questa sera.

Tenente di vascello Roger Brown, imbarcato sul brigantino “Fortune” della marina di Sua Maestà Britannica.

(©2012 Giovanni Baldaccini)

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