Lettere dal Ponto

Lettere dal Ponto

di Giovanni Baldaccini

 

Chiarissimo Marcello,

nella fanghiglia dove trasogniamo transfughi insoddisfatti vecchi danni, è arrivato un poeta dalla Corte, dicono Publio, altri Ovidio… Nasone.

Compromesso come tutti noi, esita; andrebbe incoraggiato in qualche modo.

Niente di politico; più che altro uno sciocco. S’è messo contro quelli del potere, si mormora la figlia dell’Augusto. L’ha trattata come una puttana, il che magari sarà anche vero… tuttavia incauto.

Qualche suggerimento?

Carissimo amico,

la tua sensibilità non finisce di stupire. Se dovessi dare ascolto a ogni segnalazione non avrei tempo per cure d’altro tipo.

Quale governatore depennato, tu ben capisci le rogne, le attenzioni, i tranelli, le trappole sottili che fronteggio nell’incubo di quotidianità pseudoromana. E tuttavia, di Roma pur si tratta: se l’ha cacciato, avrà le sue ragioni.

Detto tra noi, Giulia è una puttana, ma dirglielo così esplicitamente…

Non farti altre cure.

Prezioso amico,

l’altra mattina, di buon’ora, credo – sai bene che la mia vista non è buona – raggelato in un mantello poco adatto, traversavo le nebbie di brughiera. C’era vento da est, freddo, tagliente.

Strapazzava i pochi fili d’erba che sopravvivono in questo clima spento. Dal mare si annunciava una burrasca, come richiede la stagione e il luogo. Nereggiava l’orizzonte ostile; ammassava quanto di peggio e oltre. Si affrettavano scarse imbarcazioni

a raggiungere riva, trafelate. Appena in tempo, credo.

Tornando verso casa, disperso tra le nubi basse, non potevo evitare di pensare all’effetto  su una mente non assidua. Viene da Roma, altro clima, altra luce. Prova a pensare a dove ci troviamo –  si trova – solo. Io non resisterei. Ricordo il primo impatto; e tu…?

Non ti tedierò oltre, Marcello unico amico; tuttavia considera: è un poeta, non un politico coi calli come noi. Se vorrai aiutarlo mi darà conforto.

Non so perché ci tengo; forse qualche lettura… Forse invecchio.

… ti prego dunque, in nome degli dei: non andare oltre.

Pensa piuttosto a radunare qualche contadino, ragazzotti di scarsa intelligenza da ammassare nelle torri sui confini. Coi barbari accampati alla palude, cosa vuoi che mi importi di un poeta. Qui ne va della pelle, amico mio! Inutile sperare nei rinforzi. Come ben sai, Roma ci ignora. Mi adeguo.

L’ho visto da lontano.

Galleggiavo portato da corrente lungo la riva e i sassi sul fondale. Pochi pesci nell’acqua; molto ghiaccio.

Tra le buche in cui il mare si insinuava lanciavo sassolini. Quindi, coi remi in secca, le braccia aperte, le mani strette ai bordi, davo scosse ondeggianti alla mia barca, prova indiscussa di idee di suicidio. Poi, casualmente, è entrato nella vista.

S’era alzato la toga; camminava nel gelo del mattino piedi nell’acqua senza più il mantello. L’aveva in vita quando l’ho raggiunto. Non so se ho fatto bene. Era scosso.

Pochi ringraziamenti lungo la via che riconduce a casa. Una baracca, un letto, un tavolino. Libri in terra, come dimenticanza.

M’ha dato quattro righe a ringraziare. Non esclude futuri tentativi.

Neppure io.

Oh senti, carissimo: invecchi! Dove hai lasciato le battaglie nella Gallia, le urla, i morti, i corpi a scatafascio, il sangue a spruzzi… ne sei intriso! Tutto dimenticato? Dovresti essere avvezzo a qualche morte… Una di più non cambia certo il conto.

Questa mattina è venuto un messaggero con notizie di merda dal confine. Hanno attaccato e qualche torre cade. In nome degli dei, ci vuoi pensare? In fin dei conti sei tu lo stratega! Una volta Comandante della “Decima” o mi sbaglio…? E poi console… dunque cadaveri lungo la via della carriera ne hai lasciati…! Cazzo fratello, qui ci impalano! Che vuoi che me ne freghi di un porta…!

Chiarissimo Marcello,

non ho scordato nulla. Dunque, una domanda sola: perché esistere? Ci impalano, dici; non sarà grave danno. D’altronde, nelle tue notti con fanciulli e donne rimediate da bordelli casuali, tu non sei uso ad altro… Bé, questa volta sarà esperienza contraria.

Nulla ho scordato, Marcello: non potrei. Troppo danno. E quando la civetta sparge grida e la notte s’accosta alla mia casa, ricordo ma non vorrei un brandello di memoria.

Rinnovo la domanda: perché esistere? continuare a scannare o esserlo; non fa molta differenza. Siamo annegati nel vuoto del potere, Marcello caro; la pietà non è neppure un’opzione. Nel Nulla che ci assedia, quei barbari che tanto ti preoccupano ne fanno parte: non sono altro che la forma che nella circostanza il Nulla assume. Non scamperai dal Nulla, amico mio. Poni mente: da esso proveniamo e torneremo. Cambia solo il modo. Vuoi sceglierne uno? Va bene; questo ci è dato: decideremo come scomparire.

Vieni a cena da me questa sera. Penseremo, come tu dici, prima di ubriacarci e di dormire.

P.S: Leggi qualche poesia ogni tanto. Ti farà bene, per quello che vale.

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