Il tempo della crisi

di Giovanni Baldaccini

(tratto da Rivista Fermenti, n. 238/2012)

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Introduzione

Vivo un tempo di crisi; sono in crisi. Questa semplice constatazione dovrebbe indurre a riflettere e non sottrarsi al senso di sconforto che la crisi comporta. Dovrebbe spingere ad affrontarla e, nel farlo, naufragare, perché evitare di pensare ciò che disturba e soffoca non significa non subirne le conseguenze. Nella crisi, dunque, e nel suo vortice inquietante, restandone tuttavia al contempo fuori, perché riuscire a pensarla significa non esserne più parte. Vuol dire porsi nella posizione mai sicura ma pur sempre migliore che consegue a ogni naufragio; capire che una falla c’era, che l’iceberg sommerso ci ha colpiti e che tutta la nostra enorme tecnologia non rappresentava rifugio sufficiente. Vuol dire soprattutto che, fuori dalla nave che affonda, si potrà tentare di allontanarsene; che non potremo limitarci a galleggiare ciechi, ma dovremo nuotare per non sprofondare nel fondo buio di un risucchio senza scampo.

La società opulenta in cui viviamo, con tutte le sue conoscenze e tecnologie, è pervasa da un vasto senso di angoscia. Questo disagio emana da un fondo oscuro che si annida sotto le luci scintillanti di cui la società si è rivestita. Il tentativo disperato di evitarlo ha condotto alla costruzione di una rete di falsi significati atti a sfuggire il non senso dilagante che accompagna la nostra epoca, ma la logica artefatta del capitale, cui per secoli ci siamo affidati, non è più capace di risposte, se mai ne ha date. L’angoscia si presenta sulla scena con tutta la forza di uno strisciante mal di vivere e i rimedi fino a oggi adottati si sono rivelati inefficaci. Rimpinzati fino a scoppiare per assecondare la logica asfissiante del capitalismo, un profondo senso di mancanza si presenta nel mondo. Non esistono cose capaci di colmarlo, per quante se ne consumino; quando quel consumo sfrenato è impedito dalla crisi debordante, la mancanza si impadronisce della scena e l’angoscia che induce provoca per lo meno smarrimento. Smarriti, maneggiamo bisogni senza nome incapaci di dar loro una risposta. La scarsità di denaro toglie il consumo dalla disponibilità immediata; non posso più acquistare. Come allora riempire il senso di mancanza e soddisfare il desiderio cui si collega? A tal fine, occorrerebbe una rivoluzione copernicana e riconoscere che quella mancanza e quel desiderio non si riferiscono a merci, non indicano un bisogno di possedere e consumare; rimandano a qualcosa di più profondo, connotabile come mancanza a essere. Di questa non esiste confezione, non c’è supermercato che la esponga sugli scaffali colmi di non senso; è mancanza di significato che gli oggetti non possono colmare.

Essere: parola compromessa, mai a fondo compresa. Tuttavia, quella parola e il concetto cui rinvia ci accompagnano da più di duemila anni, dal sorgere del pensiero greco che interroga il mondo e lo stesso occhio che lo osserva. Parola bandita da logiche diverse che riducono la categoria dell’essere a quella del possesso che espelle la prima dal luogo che, con qualche ragione che vedremo in seguito, mi appresto a definire Impero del Nulla. Non si tratta di un luogo alieno, sconosciuto alle carte del mondo: siamo noi. Affermazione da giustificare.

Il paradosso del tempo

L’essere non è disgiungibile dal tempo; sono concetti incatenati tra loro che, con lo spazio, formano unità. Il tempo è concetto tripartito; possiamo rappresentarlo in “come è”, “come era”, “come sarà”. La divisione è apparente, frutto di una coscienza impreparata che all’essenza del tempo in cui si fonda non rivolge sufficiente pensiero e attenzione. L’essere dunque, perché essere è riferibile in ultima analisi a una data accezione della coscienza, non sembra in grado di rappresentare se stesso nello spazio-tempo in cui esiste. Smarrito in un labirinto temporale e nella vaghezza della disattenzione, il nostro essere si trova inesorabilmente di fronte a un senso di mancanza che si traduce in carenza di senso di presenza. L’essere, infatti, il “come è”, rischia di risolversi in un soffio infinitesimale, dato che il presente quasi non esiste, scorrendo inevitabilmente nel passato non appena l’attimo è trascorso. Quasi al contempo, viene altrettanto inesorabilmente cancellato dal futuro non appena il “come sarà” si traduce in “come è” e il futuro si palesa nell’attimo presente per subito sprofondare nel passato. Dunque il presente non è quel che appare; il senso di presenza rischia di evaporare in una successione di stati effimeri di cui, praticamente, non si ha percezione. La presenza diventa allora instabile e si traduce in senso di mancanza perché per essere è necessario esserci. Dove ancorare il senso del soggetto, in quale percezione del tempo e di sé? O forse, occorrerebbe semplicemente percepirne e accettarne la caducità, perché nulla “è” senza precipitare nel “così era”, né può evitare l’accadere di un inevitabile quanto imprevedibile futuro. Niente è più sgradito alla coscienza dell’imprevedibilità del futuro; nulla essa teme di più che sprofondare nel passato. Questa la fonte dell’angoscia da evitare a ogni costo; un’angoscia paradossalmente insita nel fondamento stesso della nostra cultura che crede quasi fideisticamente da sempre che ogni cosa venga a esistenza dal nulla e a esso torni. Questo spiega Heidegger; questo Eraclito già sapeva; questo il non risolto problema di Nietzsche.

Per quanto la nostra società si sforzi da sempre di esistere all’interno di un sistema di consumo che traduce il “così è” in soddisfazione immediata da rinnovare di continuo, per esistere occorre essere nel tempo e solo un soggetto diverso da quello della crisi può esserne capace. La crisi allora, col senso asoggettivo che diffonde, è impedimento a essere. Con tutta la sua apparente presenza, con tutta l’incombenza “cosale” che propaga, con tutta la sua sufficienza colma di banalità, la crisi semplicemente cancella il tempo del soggetto laddove vorrebbe affermarne l’eternità nell’ontologia del nulla che diviene. L’impero del Nulla è il luogo della crisi. Si alimenta dell’ignoranza del proprio stato, delle premesse non sufficientemente elaborate da cui muove, della superficie asostanziale in cui si espande. L’Impero del Nulla è non–luogo che dilaga, stato inessenziale privo di significato se non quello a posteriori di negazione di sé e del mondo. La sua forma è il progresso – una certa visione del progresso – il suo progredire è moto di annullamento perché nell’Impero del Nulla il progresso è sinonimo di declino, dato che il nulla per sua natura non può che inevitabilmente declinare. Questo progresso che è declino conduce verso il Nulla; la sua meta è la morte.

La presenza non percepita del “così era”

L’astrofisica insegna che osservando l’universo è possibile risalire il tempo e guardare direttamente nel passato. Questa possibilità di osservare il tempo non è data se si punta il telescopio direttamente sulla terra dove le società trascorse e la storia da esse costruita sono inesorabilmente scomparse; verso esse siamo ciechi. Lo siamo davvero? Ovviamente, non si tratta di un’osservazione diretta, come avviene nell’astrofisica; l’osservazione possibile riguarda la storia e i suoi dati. Il “così era” (storia) si riproduce per intero nel presente, determinandone scelte e concreti effetti; si propaga infallibilmente anche nel futuro nella misura in cui lasciamo che lo faccia, non ricavando dagli insegnamenti del passato elaborazioni per un possibile futuro. Ne consegue che, ci piaccia o meno, il “così era” ancora “è” e inevitabilmente “sarà”, quasi che il tempo asoggettivo della crisi impedisca al tempo di fluire. Sembra proprio che l’eterno ritorno di tutte le cose di nietzschiana memoria sia quanto mai attuale, anche se non con le conseguenze da lui prefigurate.

Tuttavia, la coscienza che osserva può ottenere una certa visione del passato e costruirsene una rappresentazione diversa, nel senso di coglierne gli effetti nel “così è”. Può ad esempio capire che il capitalismo non è affatto nato alla metà del ‘700 in Inghilterra, come comunemente si afferma: è storia antica. Se leggessimo con ottica temporale (e dunque di presenza soggettiva) le tavolette d’argilla dei Babilonesi o i rendiconti economici dei mercanti Sumeri, Egizi o Minoici, ci accorgeremmo che il capitalismo è nato alcuni millenni fa come effetto di una certa forma di coscienza. Quale forma? La coscienza, per così dire, economica. Con ciò intendo una forma di autoriferimento che si traduce con il termine “vantaggio”; per conseguirlo, quella coscienza è disposta a tutto. L’Io non più indifferenziato con il mondo, fuori per così dire dalla condizione di simbiosi con la madre, identificato solo con se stesso e portatore di un limitato senso del soggetto, si è rivelato sviluppo fatale. Indispensabile per ogni evoluzione umana soggettiva, esso è tuttavia allo stesso tempo portatore di quello che, con termine appropriato, definiamo “egoismo”. Il vantaggio è forma unilaterale che usa gli altri, trasforma tutto in merce (anche gli altri) e dal vantaggio crea una ulteriore forma mentale che definiamo profitto. Confuso spesso con la religione (gli archetipi non dormono mai del tutto e sono sempre pronti a invadere un soggetto vacillante), questa forma di coscienza capitalistica si manifesta in primo luogo nel così detto Popolo di Dio, famoso fin da tempi Biblici per certi aspetti di attenzione all’interesse. Prende in seguito molti nomi; ad esempio, il Calvinismo ne è perfetta esplicazione. Potrei moltiplicare i casi fino ad annoiare, ma quello che interessa è porre in questione un altro aspetto dell’egoismo economico di quella forma di coscienza che definiamo capitalismo: la schiavitù.

Ogni sistema imperial–capitalistico del passato si è fondato per prosperare su due aspetti profondamente distruttivi dell’umano: la conquista tramite la guerra e la riduzione in schiavitù. Non occorre andare troppo lontano, come ad esempio, agli Egiziani, Assiri o altri; basta guardare Roma. Nessun Apparato Statale capitalista può reggersi senza ricorrere a guerre o sfruttamento del lavoro: se ci prova, naufraga. Roma è stata potente grazie all’organizzazione capillare di mezzi come conquista e schiavitù. Questo significa che le masse vanno ordinate in un organismo flessibile e facilmente rinnovabile come l’esercito, sottopagato e sempre disponibile, e nell’istituto della schiavitù che significa lavoro a costo zero. Si obietterà che tutto questo appartiene al passato, è roba del “così era” (neppure tanto lontano, se si pensa agli Stati americani del profondo Sud che hanno costruito la loro fortuna sul lavoro degli schiavi). Per restare a tempi più recenti, dalla fine del secondo conflitto mondiale le guerre non sono certo mancate sulla scena del pianeta e anche la schiavitù si è sostanzialmente conservata, al di là delle forme assunte di volta in volta. Ancora oggi esistono nel mondo molti luoghi in cui il costo del lavoro è pari a zero; quando non è tale, è ridotto a termini talmente minimali da avvicinarvisi. D’altra parte, anche gli antichi schiavi non costavano propriamente zero: occorreva alloggiarli e nutrirli. Perché oggi le imprese delocalizzano? Perché certe nazioni “schiaviste” prosperano? Non vogliamo guardare altrove (si potrebbe sempre dire che quelli sono barbari); allora prendiamo in esame la FIAT e il comportamento quanto mai attuale dei suoi dirigenti. Ricatto, questa la parola: prendere o lasciare. Prendere significa accettare condizioni infinitamente peggiori e quanto mai precarie, con la spada di Damocle del licenziamento sospesa costantemente sulla testa. Vogliamo aggiungere che molte altre imprese della civilissima Italia se ne sono andate nei paesi dell’est o del nord Africa (prima che le cacciassero – o stanno per farlo) dove gli schiavi sottopagati si trovano con facilità; o che nel nostro stesso paese il lavoro precario è altamente sponsorizzato dagli imprenditori e si tenta di renderlo sempre più facilmente sospendibile? O che in Cina o India o Pakistan milioni di bambini vivono come vivono per pochi centesimi al giorno; o che anche da noi ogni tanto si scopre qualche lager colmo di immigrati ammassati in casermoni nascosti dove vivono e lavorano, mangiano e lavorano, defecano e lavorano, fino ad arrivare al punto che non potranno neppure fare altro che lavorare praticamente come schiavi e che questo succede in moltissime parti del mondo, se proprio ci fa piacere volgere altrove gli occhi e non guardare, magari, a Brindisi, dove gli schiavi (nel caso specifico schiave) muoiono sotto le macerie del tugurio in cui erano confinate a lavorare dodici e più ore al giorno per circa tre euro e cinquanta? E permettetemi di aggiungere: noi, magari, ci indignamo pure per il tempo in cui apprendiamo la notizia e qualche ora dopo. Tutto lì. La rimozione cancella quel che dispiace e il Nulla se ne giova. Ottimo sistema per sparire.

 Il “così era” “è”; a quanto sembra, presto “sarà” ovunque, visto l’atteggiamento dominante delle società capitaliste occidentali e anche di quelle che, impropriamente, si definiscono comuniste, mentre miglior definizione sarebbe capitalistico–dittatoriali. Nell’Impero del Nulla non si butta niente, specialmente ciò che serve a declinare (progredire).

I sindacati non possono correggere la situazione. Schiavi di una logica marxista, che dichiarano tramontata ma applicano incessantemente senza saperlo davvero, essi sono parte del “così era” che si propaga inconsapevolmente nel presente e nel futuro. Vittime a loro volta di un’utopia massificante, non colgono le esigenze temporali, come d’altra parte il nuovo governo italiano che applica incondizionatamente quanto inconsapevolmente logiche distruttivo–autoritario–recessive prone alle leggi disumanamente asoggettive del mercato. Con altrettanta logica scarsamente umana, i sindacati sfuggono il tempo continuando a dividere gli esseri umani in classi delle quali sole tentano di fare gli interessi, non degli uomini. Questa è forma di coscienza capitalistica all’incontrario; tutto ciò che divide non crea nulla, non produce sintesi di opposti. La visione marxiana era utopia; la sua sintesi è nullificazione nella misura in cui tutto confluisce in lavoro, classe, lotta, in uno stravolgimento del significato della storia che finisce con l’annullarne il senso. Alla fine del percorso non c’è alcuna liberazione dal bisogno e dal lavoro: non c’è l’uomo. C’è soltanto una enorme mancanza a essere perché l’uomo è stato ridotto alle  idee collettive del bisogno e del lavoro. L’essere è sfaccettatura; pretendere di renderlo simile a una visione unilaterale e astorica perché irrealistica significa non ammettere/riconoscere libertà/trasformazione; non ammettere/riconoscere coscienza estetica; non ammettere/riconoscere, in sintesi, espressioni diverse dell’esistere non identificabili con problemi materiali. La cultura è nata con un aratro ma non si esaurisce in esso o nel toglierlo per sempre dalla scena del mondo. I bisogni non finiranno mai: la dialettica storica non sfocia nella metafisica. Quanto alla giustizia sociale, credo sia altro.

Con tali premesse/conseguenze, sotto tutte le bandiere del mondo l’Occidente sfuma inesorabilmente, vittima inconsapevole di una nullificazione che esso stesso mette in campo favorendo l’affermarsi di logiche contraddittorie incapaci di proteggere dall’angoscia. Da parte sua l’Oriente non si è mai staccato da antiche modalità di sfruttamento proprie di epoche passate, continuando a negarsi costruzione storica nel presente. Dunque il “così era” “è” e “sarà” sempre attuale non solo nel Cosmo allagato dalle stelle. Tutto allora sfugge e scompare nell’inattualità attualizzata o in propositi di soluzioni metafisiche, e questo è precisamente quel che all’Impero del Nulla occorre per progredire nel proprio annullamento.

Gli Immutabili e il Nulla

Ogni visione del mondo, ogni ideale, fede, sistema è creazione della coscienza che lo ha concepito. Il mondo e la società sono, dunque, come la coscienza li ha ideati e se li rappresenta; la forma di coscienza economica cui ho accennato crea l’economia e tutto quello che ne consegue. In base a quanto detto, l’homo oeconomicus è per lo meno un ladro, nella misura in cui sottrae agli altri al fine di avere per sé. In tale ottica, con tutta la sua coscienza non è diverso da ogni altro animale che lotta per sopravvivere; la sopravalutazione che l’uomo fà di sé mi sembra allora almeno fuori luogo, visto che la “coscienza”  è dominata da meccanismi istintuali.

Il sistema come è stato concepito prevede lo sviluppo inteso come crescita infinita. Senza un limite in alto e con un moto di allontanamento continuo dalla base, questo sistema appare come fuga e, come le galassie che si allontanano inesorabilmente tra loro, il sistema economico sembra destinato a uno sfilacciamento fatale che lo condurrà a perire nel gelo e nel buio di uno spazio illimitato in cui persino la luce stenterà a raggiungere luoghi di rappresentazione di esistenza.

La necessità di porre un freno allo sviluppo illimitato è stato concepita da diversi studiosi. Nel 1972 il Club di Roma ha affidato a D.H. Meadows un’indagine globale pubblicata con il titolo I limiti dello sviluppo.1 In essa si afferma che, se non si porrà freno allo sviluppo incondizionato della popolazione e dell’inquinamento, il sistema globale andrà in crisi entro pochi decenni e le risorse del pianeta, sfruttate irresponsabilmente in base alla logica di crescita del capitale, non potranno più soddisfare le esigenze della popolazione. Secondo questo studio, l’equilibrio sarebbe possibile soltanto in un sistema a crescita zero in cui la popolazione limitata consuma i beni limitati a essa necessari. Pur accusato di eccessivo pessimismo, lo studio continua a rimanere un punto di riferimento e anche alcuni suoi critici, come Schumpeter,2 non possono non riconoscere che un limite è comunque indispensabile. Egli stesso afferma infatti che il capitalismo è un sistema creativo che comporta distruzione, nel senso che la necessità di continuo rinnovamento delle tecnologie porta a una corsa illimitata in avanti nella quale ogni nuova acquisizione distrugge le precedenti. Secondo questo autore, dunque, il capitalismo è un sistema che ha bisogno di svilupparsi all’infinito per non distruggersi completamente. Tuttavia, per evitare una dilatazione senza limite di difficile attuazione, Schumpeter riconosce che occorrerebbe imporre un freno almeno allo sviluppo tecnologico per favorire un equilibrio in cui anche i paesi arretrati abbiano la possibilità di raggiungere quelli più avanzati, evitando in tal modo catastrofici scompensi e possibili devastanti conflitti dalle conseguenze imprevedibili. Senza correzioni, il sistema contiene la propria fine.

Sia come sia e qualunque formula rappresentativa si voglia adottare, il sistema è comunque afflitto dall’angoscia. La volontà illimitata di crescita unilaterale tenta, per preservare se stessa e continuare a espandersi in modo infinito, di mettersi al riparo dalle fonti dell’angoscia. Essa nulla teme di più dell’imprevedibilità del futuro, fattore ignoto e per ciò pericoloso, capace di mettere in discussione qualsiasi fonte di certezza e verità di cui la coscienza ha bisogno per affermare la legittimità del proprio esistere (e dei propri investimenti). Se, tuttavia, si crede fideisticamente per eredità culturale di pensiero che tutto viene a esistenza dal nulla e al nulla torna. ogni certezza è preclusa tranne quella di una esistenza precaria e transeunte cui la volontà illimitata non può aderire. Occorre allora, per tamponare le fonti dell’angoscia, apprestare rimedi cui aggrapparsi per fondamento sicuro e immutabile ma, edificando tali templi di verità, la coscienza cade in contraddizione e smentisce la certezza cui anela. Se infatti la fede fondamentale dell’Occidente è il divenire eterno, affidarsi a un sistema di Immutabili è clamorosa smentita. Tuttavia la coscienza non può fare a meno degli Immutabili che crea. Pone pertanto in essere un Apparato Eterno e potentissimo costituito di volta in volta dagli Immutabili di turno, rappresentati, a seconda delle epoche e delle prevalenze di fede e pensiero, da Dio, lo Stato, la Legge Naturale, l’eternità dell’anima, l’amore, la religione, l’arte, la tecnica, le leggi dell’economia, la politica. Oggi, mi sembra che l’Immutabile di turno sia rappresentato dalla finanza, nuovo Dio immateriale cui tutto si subordina, nuovo Onnipotente cui il mondo si piega e adora nonostante i danni che provoca, non soltanto di ordine materiale, con i rovesci di borsa ricorrenti, ma anche sul piano della rappresentazione, dato che, togliendo validità e sostanza ai beni materiali che si dovrebbe limitare a rappresentare, la finanza smaterializza il mondo, rendendolo simile a un fantasma privo di realtà. Il bisogno di dominare il mondo per scampare l’angoscia finisce paradossalmente per ridurre lo scenario a un campo rappresentativo spettrale privo di sostanza e realtà concreta. In tal modo, è inevitabile che l’angoscia si espanda e cresca in modo esponenziale alla perdita di sostanza reale del mondo. Tutto sfugge di mano, gli Immutabili che dovevano proteggerci si smaterializzano e comunque la loro creazione resta smentita dalla premessa culturale occidentale. Non meraviglia allora che la nostra cultura sia in crisi. Privata delle protezioni cui non presta più fede e che comunque non potevano proteggerla, la società sbanda di fronte a un’angoscia incontenibile. Il terrore del futuro imprevedibile assume la forma ancora più spaventosa di mancanza di futuro; tutto sfuma e non si crede più in nulla, tanto meno in se stessi. Il mondo giovanile, orfano di famiglie dissolte e privo di prospettive stabili di vita, cade preda di una fuga esistenziale nella droga e nel non senso. Carpe diem diventa il nuovo motto di salvezza e l’edonismo fine a se stesso dilaga, favorito da figure ambigue che negano la Norma simbolica del Padre, offrendo esempi che tolgono all’esistenza spessore e continuità. È un mondo muto quello in cui si aggirano le nuove generazioni; un mondo spoglio, senza fascino, privo si stimoli costruttivi in cui tutto sembra a portata di mano mentre in realtà tutto sfugge. Fuori dal disagio della Norma del Padre che è cultura, la società odierna ammutolisce; non solo non sa più desiderare, ma neppure parlare. L’insignificanza domina la scena privata del simbolico che prefigura e la parola smarrisce lingua e senso. La società diventa eco di silenzio e il linguaggio perde significatività all’interno di comunicazioni banali che viaggiano la rete e l’etere. Quando una società non parla, quando non trasmette simboli, quando smarrisce una trama condivisa di significati, si trova veramente alle soglie del Nulla, un nulla psichico che potremmo tradurre con psicosi. Possiamo riferirci «alla psicosi come a una posizione del soggetto caratterizzata da un deficit strutturale dell’azione simbolica, da una non operatività del significante a contenere il reale maligno del godimento, dalla tendenza di questo godimento non castrato – non regolato dall’azione normativa della castrazione – a invadere abusivamente il soggetto».3 La visione freudiana del soggetto “nevrotico” risulta oggi inadeguata e l’uomo appare come un soggetto debole, sfuggente, compromesso da psicosi e per questo indefinibile, a meno di definire la morte. In questo senso André Green4 propone la necessità di rivolgersi al Freud teorico della pulsione di morte per rintracciare, come riferisce Recalcati, «un luogo possibile dove reperire le coordinate teoriche fondamentali per edificare una nuova topica del soggetto in grado di inquadrare i fenomeni clinici introdotti dalla problematica degli stati al limite».5

Il tentativo di Nietzsche di risolvere gli evidenti non sensi che ci attanagliano attraverso la fondazione di un superuomo naufraga nella contraddizione della volontà che smentisce il proprio fondamento, a meno di porsi essa stessa come fondamento, nel senso che è la volontà stessa a volere il divenire eterno di cui essa è volontariamente causa. Come scrive Severino: «Per Nietzsche, ad esempio, l’uomo è un errore e deve trasformarsi in ‘superuomo’. Ma il superuomo di Nietzsche ha i tratti essenziali della civiltà della tecnica. Nel superuomo nietzschiano la persuasione di essere il dominatore del mondo raggiunge il culmine.

Si tratta invece, pensando che l’uomo è un errore, di scorgere nel ‘super–uomo’ – ossia in ciò che sta oltre l’uomo – il tramonto della persuasione di essere i padroni delle cose. Se si segue questo ordine di pensieri, ci si incammina lungo la via dove appare il senso autentico, ma profondamente nascosto della ‘crisi’ della civiltà della tecnica – il senso autentico del ‘limite’ dello sviluppo. Lungo questa via, si dovrà indugiare a lungo su ciò che la cultura attuale dà come scontato: di essersi ormai definitivamente lasciata alle spalle il vecchio segno della ‘verità’».6

Leggere Thanatos: le parole della crisi

Il capitalismo (creazione–distruzione) è soggetto a crisi ricorrenti in cui il Nulla fa valere le proprie “ragioni”. Ad esempio, la grande crisi del ’29 si è risolta soltanto all’interno di una dinamica distruzione–costruzione culminata nella Seconda Guerra Mondiale che ha costretto i popoli, dopo aver sfiorato l’annientamento, ad attuare una massiccia economia di ricostruzione. Il sistema, per la stessa concezione dell’esistere che ne è alla base, è soggetto a oscillazioni costanti. Non c’è Immutabile che tenga: l’angoscia è endemica.

Per accostare ora un possibile esito di questo scritto, adotterò un linguaggio a me più congeniale: quello della psicoanalisi.

In Al di là del principio di piacere,7 Freud, influenzato da Schopenhauer, propone la sua visione della dualità di base dell’uomo. Ridotta ai termini più semplici, da tale visione si evince che Eros è spinta vitale, Thanatos prospetta l’inerzia della fine. Thanatos non è tuttavia soltanto un cieco moto nullificante proprio del mondo istintuale, è una pulsione e questo la rende anche qualcosa di diverso. Nel saggio Pulsioni e loro destini, Freud scrive:

[…] la pulsione ci appare come un concetto limite tra lo psichico e il somatico, come il rappresentante psichico degli stimoli che traggono origine dall’interno del corpo e provengono dalla psiche, come una misura delle operazioni che vengono richieste alla sfera psichica in forza della sua connessione con quella corporea.8

La pulsione viene qui definita come rappresentante psichico. In questo modo il desiderio trapassa nel mondo dell’immagine; non attiene all’istinto che si esaurisce nelle cose, tende alla rappresentazione. La soddisfazione del desiderio non è allora riferibile a oggetti, non riguarda una scarica emotiva legata al loro raggiungimento, ma consiste nel rappresentare il senso di un’azione: il desiderio diventa desiderio di rappresentazione e di senso. Ciò vuol dire che la pulsione non è un semplice impulso verso una meta oggettuale variabile, ma la rappresentanza dell’impulso all’interno della psiche. È il modo in cui l’istinto rappresenta se stesso, si fa psichico. Questa distinzione apre scenari diversi.

La pulsione diventa una possibilità di forma, quindi una base di linguaggio. Questo vuol dire che Thanatos non è muta; il problema si pone al livello della capacità di ascolto della coscienza. Se Thanatos rappresenta inerzia, estinzione, non senso, questo è ciò che deve essere detto. Tuttavia, la coscienza unilaterale non dice; non partecipa al processo rappresentativo. La rappresentazione si ferma sul binario morto del silenzio della coscienza; il processo psichico non si forma e ciò che Thanatos rappresenta si ripiega nella morte. Il paesaggio desolato che Thanatos rappresenta è allora eco di silenzio. La coscienza chiusa, assoluta, rifugiata all’interno delle false rassicurazioni di un Sistema che ricorre alla presunta eterna verità degli Immutabili, appiattita nella superficie della letteralità oggettuale che ha creato, si circonda di un mondo piatto in cui ogni asperità scompare e l’Altro, l’interiorità negata, vaga sperduta priva di riparo, liquefatta da un sole abbacinante contro il quale non c’è rifugio e scampo. Il mondo desertificato nell’immediatezza del godimento non offre spazio e l’Altro sprofonda nell’inconscio che diventa luogo di negazione. Negare è tentativo di cancellazione, ma per espellere l’Altro è sufficiente uniformare. La globalizzazione rende tutto uguale, la mancanza di ideali vanifica ogni slancio, la cultura si disperde nella consuetudine, le idee nella ripetizione. L’uniforme trionfa e l’uomo uniformato si appiattisce nell’uniformità dei suoi consumi. Senza il diverso l’orizzonte non ha più confini; senza confini manca profondità e meta. Thanatos-nave approda a un porto morto dove morti scaricano merci morte da vendere in città non vive a gente che non compra vita. Il mare sale, la banchina sprofonda, la nave batte bandiera fantasma e non ha corpo, come l’Olandese che la conduce. Resta solo l’inconscio; la coscienza, con tutto il suo splendore, si allaga, annega, asfissia. Questa la rappresentazione; queste le parole da dire: Thanatos-pulsione rivela una coscienza che muore. Lo si chiami ritorno al Nulla, capitalismo distruttivo, angoscia esistenziale cui nessun Apparato può porre rimedio o come altro si preferisca, senza lettura del senso della crisi qualsiasi sistema non può che rimanere imperfetto, chiuso in se stesso, fatalmente contraddittorio e non può che contenere in sé il segno della propria fine inascoltata.

Non vorrà dire tutto questo che possiamo essere, vivere e raggiungere sicurezza soltanto in un nuovo linguaggio? Intendo il linguaggio che si origina proprio nel distacco dal mondo che semplicemente persiste, dura e non è smosso dalla meraviglia. Quel mondo che dura e persiste nella sua letteralità; che è come dire investito nelle forme del linguaggio istituzionalizzato. Un nuovo linguaggio è richiesto per raggiungere quel significato, quella motivazione che il mondo dato nella letteralità delle sue frasi ordinarie non riesce a dare perché non risulta convincente.9

Il senso della fine

Vivo un tempo di crisi; sono in crisi. Se questo è vero, alla mia crisi devo una risposta. Intrappolato in un pensiero antico che ha riprodotto di continuo se stesso nonostante i secoli di riflessione di cui si è circondato, devo ripensare la mia crisi e a essa attribuire un senso. Quel pensiero non sì è mai davvero rifondato perché le riflessioni che ha costruito sono servite soltanto a rafforzarlo nel senso della difesa dall’angoscia. Chi ha provato a confrontarsi con quelle premesse (Nietzsche), per smentirle e ricostruirne di nuove, privatosi della protezione degli Immutabili è stato travolto dall’angoscia che voleva superare. Il suo tentativo di svincolarsi dall’eterno ritorno nel nulla tramite una diversa fondazione della volontà, a onor del vero a me sembra soltanto un artificio logico, non un nuovo fondamento. Parola compromessa quest’ultima, troppo simile agli Immutabili che vorrebbe spodestare, forse soltanto prenderne il posto. Forse, è proprio del fondamento che bisognerebbe fare a meno, rinunciare a fondarsi e accettare il rischio di un’esistenza sradicata da qualunque superiore verità.

La scienza moderna, sorella e avversaria della tecnologia dominante, propone messaggi “relativi” e della relatività fa la sua base. Relatività delle leggi universali, della vita, della coscienza e di ogni sua visione che non può mai essere certa, se non altro perché condizionata dal modo di vedere propriamente umano. La scienza moderna, compresa la moderna psicologia, afferma che qualunque visione del mondo e dell’uomo, qualunque scoperta di leggi definite universali è figlia della coscienza che le partorisce e della sua possibilità di rappresentazione; senza coscienza non esiste né uomo né visione del mondo, tanto meno di presunte leggi universali. Persino gli Immutabili non sono creatori; l’unico creatore è la coscienza che li immagina e colloca nel posto che loro assegna; a volte li spodesta.

La scienza moderna ci dice anche un’altra cosa: tutto nasce dal caso. Non esiste alcun Progettatore Eterno che tutto porti a esistenza, nessun Essere che si attualizza e al Nulla inevitabilmente torna. Il caso è il supremo creatore; solo non crea, neppure progetta: accade e basta. Relativizzazione maggiore non potrebbe presentarsi alla mente; tutto si contrae e ribella di fronte al Grande Giocatore; l’unilateralità resiste e si rafforza, ma, in ultima analisi, anche questo è frutto del caso. Di fronte a tale ombra, all’inesplicabile stravolgimento delle carte da cui, alla fine, tutto casualmente dipende, non resta che una certezza: la coscienza casuale che da quel caso è sorta. Inutile resistere, costruire Sistemi e Apparati contraddittori e instabili che contengono inevitabilmente in sé la propria smentita e fine. Che la si chiami Nulla o Thanatos, che si definisca sistema (capitalismo) alla stregua di un creatore distruttore o bilanciamento a crescita zero, l’angoscia non scompare dalla scena. Tanto meno può evitarla la coscienza relativizzata e casuale: di fronte a un mazzo di carte che nessuno mischia anche il più accanito giocatore vacilla.

È tempo di crisi; forse lo è sempre stato. È dunque inutile cercare àncore immateriali. La crisi, con tutta l’incertezza che induce, è attesa di un linguaggio diverso. Ancora più inutile che la coscienza tremi e cerchi rifugio in Immutabili di sorta; l’unico effetto è il ricorrente crollo delle borse, tanto più se ci si rivolge alla finanza come ricerca di sicurezza e stabilità. Essa è il contrario e, come ogni Immutabile, del tutto inaffidabile. Tuttavia, la coscienza, per caso culturale e creatrice di cultura, qualcosa può ancora dire, nonostante l’angoscia. Forse può sostenere, a torto o a ragione, che essere non è legato a nulla e non c’è un niente che la attende e dal quale inesorabilmente si è sollevata nell’esistere. La coscienza casualmente culturale, come lascia intendere Severino, forse si distacca per la prima volta dagli Immutabili che per secoli ha eretto a protezione; forse è in grado di accettare che la cultura che ha posto in essere è un riflesso di se stessa in cui tutto si assomma e si rimesta e da cui, simbolicamente, scaturisce ciò che ancora non è. Una coscienza simbolica potrà allora affermare che ogni cultura è manifestazione della psiche che i simboli crea, come lo sono le sue raffigurazioni, estrinsecazioni, creazioni. Se la cultura è simbolo di continua creazione non c’è un Nulla alla base né alla fine. Invece di un inizio da un insondabile Nulla dovremmo parlare di un “non ancora”. Si tratta di una lenta elaborazione, continua trasformazione, rinnovamento e sostituzione di sistemi simbolici nei quali il mondo umano e le visioni che crea si attualizza, prepara/inventa linguaggi nuovi, nuove proposte di significazione, si trasforma e infine tramonta per fare spazio a una nuova rappresentazione dell’umano. È successo molte volte, succederà ancora. Nulla dunque scompare. Non c’è infatti rinnovamento culturale che non contenga in sé tratti della cultura precedente. Gli esempi non mancano; basti pensare ai simboli pagani che ancora sopravvivono all’interno del sistema di riferimento cristiano. Il nuovo, espresso da un simbolo nascente, conserva e unisce a sé i simboli culturali precedenti in una sintesi di rinnovamento che crea nuovi significati. Il tempo di crisi in cui viviamo è allora tempo di preparazione; è tempo che i vecchi simboli dell’Apparato e degli Immutabili di cui ci siamo circondati cedano campo all’emergente “non ancora”. Che stenta, che con difficoltà si presagisce da segnali inquinati dalla resistenza accanita del sistema attuale che non vuole tramontare, come in Nord Africa, dove i moti di popolo vengono guardati con falsa benevolenza e falsamente favoriti dagli uomini dell’Apparato; o in Spagna o in America, dove diversi movimenti di indignazione si oppongono con tutta la loro voce al Sistema morente del capitalismo che, tuttavia, scatena contro di loro repressioni di polizia; o ancora in Siria, dove un Regime putrefatto resiste con tutta la violenza dell’ottusità di ogni fascismo; o negli stessi Israele e Iran, dove i giovani rivolgono gli occhi verso tutto ciò che non hanno mai avuto e, se non altro, cominciano a desiderarlo a dispetto delle chiusure dei sistemi religiosi dominanti. Anche lì l’insondabile dialettica Eros/Thanatos si manifesta prefigurando nuove raffigurazioni all’interno di un tramonto.

Se è tempo di tramontare, è tempo, però, di provare a farlo con un minimo di consapevolezza. Senza una coscienza che osserva e favorisce la propria trasformazione in un nuovo modo di essere, nulla viene davvero a esistenza e la contraddizione spazia per il mondo rendendo indispensabili sistemi rigidi di sopravvivenza dall’angoscia. Inutile pensare che l’angoscia possa scomparire; difficile prefigurare un “non ancora” che ne sia immune. Se la dialettica degli opposti è la fonte di ogni simbolo trasformatore, tremare è inevitabile. Dovremo trovare altri modi per sopportare la nostra angoscia e contenerla.

Se per questo sistema culturale è tempo di finire, è allora tempo di farlo con dignità e accettare di naufragare nell’incertezza di linguaggi diversi, anche angosciati. Senza chiudere gli occhi.

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1 Citata in E. Severino, La tendenza fondamentale del nostro tempo, Milano, Adelphi, 1988.

2 Ibidem.

3 M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, Milano, Cortina, 2010, p. 142.

4 A. Green, Psicoanalisi degli stati limite. La follia privata, Milano, Cortina, 1991.

5 M. Recalcati, op. cit., p. 143.

6 E. Severino, La tendenza fondamentale del nostro tempo, op. cit., p. 35.

7 S. Freud (1920), «Al di là del principio di piacere», in Opere 1917-1923, vol. 9, Torino, Boringhieri, 1977.

8 S. Freud (1915), «Pulsioni e loro destini», in Opere 1915-1917, vol. 8, Torino, Boringhieri, 1978, p. 17.

9 A. G. Gargani, Lo stupore e il caso, Bari, Laterza, 1985, pp. 14-15.

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6 responses to “Il tempo della crisi

  • maria d'ambra

    Il singolo essere umano vede pezzi di storia ma gli manca la visione d’insieme perché la vita dura troppo poco o perché non siamo ancora in grado di utilizzare in pieno il nostro cervello, magari non riusciamo a vedere oltre un certo limite perché abbiamo un’ottica preimpostata che ci conduce in quella direzione e basta. Del resto ci sono delle convenzioni che scambiamo per realtà tangibile come il tempo ad esempio, forse, se riuscissimo a distoglierci da quella linea e potessimo concepirlo in forma circolare molte cose cambierebbero. Quei pezzi che vediamo, per quanto corrotti e deviati dalla nostra visione, sono comunque parti di un tutto che possiamo almeno intuire…
    Per quanto lungo è un articolo molto bello che spinge ad un’infinità di riflessioni (anch’esse in espansione come l’universo) e malgrado l’impostazione psico-socio-filosofica è intriso di quella malinconia poetica, quel pathos delle cose, il mono no aware giapponese che suscita empatia verso il confronto di tutte le creature con le avversità della vita, il dolore, il senso di vuoto, la morte.
    un saluto

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  • cristina bove

    “il nostro essere si trova inesorabilmente di fronte a un senso di mancanza che si traduce in carenza di senso di presenza. L’essere, infatti, il “come è”, rischia di risolversi in un soffio infinitesimale, dato che il presente quasi non esiste, scorrendo inevitabilmente nel passato non appena l’attimo è trascorso.”

    Ho proseguito, interessata anche alla parte socio-politica.
    La storia è lì per dirci dove correggere gli errori, ma noi abbiamo memoria troppo corta e vita breve per poter far coincidere noi con il passato, noi con gli altri, pur dovendone condividere tempo e spazio.
    Noi che di noi sappiamo meno di una stella di remote galassie.

    ciao, Giovanni
    cb

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  • marzia

    Chiedo venia: non sono riuscita ad andare oltre i venti righi di questo bel costrutto concepito per la versione cartacea, lo sento.
    Anche perchè la rete rifugge da contenuti corposi.
    Mi son fermata, sai?, come folgorata da una piccola luce che si è manifestata quasi all’improvviso come dopo il tunnel; si è affacciata, prendono la voce su tutto: e se. disamina a parte, ci ponessimo l’altro da noi come obiettivo?
    Altro che è condivisione e tutto ciò che ci mette in relazione, lontano dai debordanti interrogativi..
    Che ne dici?
    Un affettuoso saluto dal Sud

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    • giovanni baldaccini

      Dico che hai perfettamente ragione. L’articolo infatti è tratto da una rivista cartacea e per la rete è effettivamente troppo lungo, tanto che proprio oggi pensavo di dividerlo almeno in due parti, e magar lo faccio. Comunque ne hai colto perfettamente il senso, anche leggendone solo venti righe. Ti ringrazio per la lettura e ti saluto cordialmente.

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