L’inattuale attuale

Riflessioni sul leaderismo patologico

(prima parte)

di Giovanni Baldaccini

(già pubblicato su Fermenti n. 237/2011)

Fermenti 237-2012

Mentire è inserire la vita in uno spazio vuoto. (C. Bollas, L’ombra dell’oggetto, Borla, Roma, 2001, p. 186).

                                                                         Introduzione

La civiltà opulenta e ipertecnologica in cui viviamo appare assediata dall’angoscia. Ricchezza e tecnologie non sembrano mezzi validi per arginare un vissuto che, nonostante tutto, si presenta come un vero e proprio mal di vivere. Quello che non garantiscono ricchezza e tecnica, che implicano conoscenza, sembra paradossalmente raggiungibile grazie all’ignoranza. Ignorare come unico rimedio e il lassismo dilagante, la falsa coscienza, l’insensibilità e l’anaffettività, l’egoismo solipsistico di cui ci circondiamo rappresentano barriere contro l’angoscia che tuttavia non riescono a impedirci di provare. Vivere a occhi chiusi non basta.

Se sul piano personale questi rimedi sono insufficienti e la domanda a essere rimane insoddisfatta, se sul piano pubblico Istituzioni impazzite si attorcigliano su se stesse abbarbicandosi al vuoto del potere senza tener conto di altro, bisognerebbe forse almeno provare a chiedersi perché subiamo passivamente tutto questo e ci uniformiamo, conformiamo, spersonalizziamo, anestetizziamo, informiamo la nostra relazionalità di transazioni di tipo bancario, quando non ci chiudiamo in una solitudine sorda quanto estrema ai limiti dell’autismo affettivo; trattiamo i moti irriconosciuti dell’anima con un far di conto da ragionieri in cui i conti non tornano mai; trasformiamo l’amore e la relazionalità in sfruttamento dell’altro sminuito a cosa, quando tutto non si riduce a semplice questione di soldi; o ancora, chiederci usando le parole di Marx, perché “Le persone esistono qui l’una per l’altra soltanto come possessori di merci o come rappresentanti di merci. E quindi solo come maschere economiche, come personificazioni di rapporti economici, esse si trovano l’una di fronte all’altra” (Marx, 1867-1883, pp. 117-118). Che, come si noterà, non è domanda ma chiara affermazione.

Molte delle caratteristiche indicate e altre ancora si rintracciano nel fenomeno che oggi viene definito “leaderismo”, fondato sulla mitizzazione di una figura presunta carismatica elevata al ruolo di guida di una nazione. Quello di cui parliamo sarebbe ed è fenomeno inquietante, se non fosse che, al fondo, definizione migliore sarebbe “desolante”, perché è fenomeno che alla desolazione rimanda. Desolazione d’anima, che in quel fenomeno si sperde; desolazione d’epoca, che in quel fenomeno scompare; desolazione dell’individuo che in quel fenomeno irrimediabilmente evapora.

Tutti dovremmo ormai sapere quale è il messaggio sconfortante che il “leaderismo” diffonde; forse sappiamo meno perché chi lo diffonde è come è e per quali ragioni, apparentemente inconcepibili, trovi il seguito che trova. Questo è precisamente il fatto che più mi angustia: non che esistano leader patologici, ma che ad essi si dia ascolto e che i cittadini siano disposti a sottoporsii passivamente alla violenza nullificante del potere.

Quel che davvero disturba è che da quel fenomeno non si intravedono vie d’uscita. Non si dica per colpa di una sinistra frammentata e settaria, troppo spesso sperduta nell’irrealtà di ideologie assolute, o per ignoranza del popolo che vota (ipotesi, per altro, entrambe tristemente condivisibili). Le ragioni che cerchiamo sono altre e per trovarle, e dunque provare a renderci conto, non potremo altro che indagare il mondo della psicopatologia, dove nulla scompare e tutto torna, dato che nell’inconscio il tempo non esiste e tutto ciò che è inconscio rende l’inattuale attuale ancora oggi.

Dunque ci rivolgeremo all’inattualità, per tentare di dare senso a ciò che altrimenti sarebbe soltanto uno scandalo inspiegabile.

1. Heinz Kohut e il nazifascismo

In un saggio del 1969-70, Heinz Kohut esamina le ragioni profonde che permisero a Hitler di prendere il potere. A tal fine, Kohut indaga la situazione della Germania negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale, delineando un quadro psico-sociale devastato che, secondo lui, favorì l’ascesa del nazismo.

L’analisi di Kohut è sinistramente rapportabile alla situazione psico-sociale dell’Italia nello stesso periodo e, con alcune piccole differenze, sembra che l’avvento del fascismo si sia basato su condizioni paragonabili a quelle tedesche. Anche le personalità dei due dittatori presentano tragicamente più di un punto di contatto e, fatte le debite distinzioni, la patologia che affliggeva entrambi non è, al fondo, molto diversa, a parte sfumature di gravità “a favore” del leader tedesco. Questa patologia è rapportabile a quella condizione psichica, classificata nei disturbi borderline, che definiamo narcisismo, aggravata da risvolti paranoici, che Kohut inserisce nella condizione del Sé Grandioso. Il Sé Grandioso può affliggere singoli individui o interi gruppi, a volte nazioni; questo è il nostro caso. Occorre, tuttavia, offrire qualche breve spiegazione preliminare.

Con il termine Sé grandioso Kohut definisce uno stato psichico arcaico proprio della prima infanzia, caratterizzato da senso di onnipotenza e mancanza di strutturazione di una configurazione percettiva Io–Tu. È la condizione iniziale di simbiosi con la madre e il mondo, nella quale non esiste – e non potrebbe – una chiara percezione di sé e degli altri. Il bambino non sa – e non potrebbe sapere – che non tutto è possibile; per lui non esistono limiti perché ancora non esiste la coscienza di sé e dell’Altro, né alcuna nozione di oggettività. Per questo pretende; se non ottiene, pretende ancora, inesorabilmente. Se gli oggetti interni (rappresentazioni psichiche dii figure fondamentali) falliscono e non insegnano un linguaggio capace di contenere le emozioni, indirizzandole verso un possibile senso e la realtà, la pretesa diventa incontrollabile e si instaurano condizioni patologiche, aggravate da un fenomeno di incapacità di controllo delle cariche aggressive che Kohut definisce “rabbia narcisistica”.

Il difetto di cui soffre la persona che vive questo tipo di rabbia è del tutto interno. L’aggressore è percepito come un corpo estraneo in un mondo arcaico che deve essere popolato esclusivamente da obbedienti oggetti-sé. Il soggetto considera già la sola alterità dell’altro come una interferenza nel suo controllo onnipotente di un mondo vissuto narcisisticamente. (H. Kohut, 1969-70, «Il potere», in Potere, coraggio e narcisismo, Roma, Astrolabio, 1986, pp. 83-84).

L’esame di Kohut, come detto, si rivolge alla situazione di frustrazione estrema della Germania pre-nazista e offre chiavi condivisibili per comprendere come Hitler abbia potuto prendere il potere. Rapportando il suo esame alla situazione italiana dell’epoca, è innegabile che anche l’Italia usciva da una guerra devastante; che anche in Italia erano presenti situazioni estreme di conflitto sociale, con i padroni della terra e gli industriali che favorirono la nascita del movimento fascista per proteggersi dalle rivolte contadine e operaie; che l’analfabetismo regnava incontrastato; che la terra era la fonte primaria di sostentamento e che essa apparteneva soltanto a poche famiglie. Un quadro sconfortante, condito da quel male che si chiama fame.

Tutto ciò non è sufficiente per una regressione di massa allo stato del Sé grandioso. Occorre anche un’estrema povertà spirituale, la mancanza di valori condivisi, la scomparsa di simboli e ideali capaci di sorreggere lo spirito di una nazione. In pratica, l’assenza di un linguaggio comune dotato di senso.

Ciò che muove la società verso la salute è la salute stessa di individui creativi nell’ambito della religione, della filosofia, dell’arte e delle scienze che si occupano dell’uomo (sociologia, politica, storia, psicologia). Questi leader sono in contatto empatico con la malattia del Sé di gruppo e, attraverso le loro opere e il loro pensiero, mobilitano i bisogni narcisistici non soddisfatti e indicano la via verso un cambiamento vitale. Ne consegue che durante i periodi di crisi o di identificazione regressiva del Sé di gruppo con capi patologici, c’è una mancanza di creatività nella religione, nella filosofia, nell’arte e nelle scienze dell’uomo. L’assenza di una creativa arte sperimentale durante questi periodi è un fenomeno sorprendente. La creatività è soffocata in tutti i campi. Non c’è nessuno che sia in contatto empatico con il Sé di gruppo disturbato. Ciò spinge a un progressivo peggioramento della condizione del Sé di gruppo (corrispondente nella psicologia individuale alla minaccia di disintegrazione costituita da una psicosi in fase iniziale) e porta a soluzioni patologiche ad hoc. (H. Kohut, 1978, «Psicologia del Sé e scienze dell’uomo», in Potere, coraggio e narcisismo, op. cit., pp. 102-103).

Questa, secondo Kohut, la situazione dopo la Prima Guerra Mondiale. Per rapportarci a oggi, dovremmo allora chiederci dove la condizione attuale mostra una estrema povertà culturale e spirituale. Lo faremmo se le risposte non fossero ovvie, visto il quadro desolante che la realtà i mostra nei campi più svariati. Quel che, forse, è meno ovvio è chiederci come il così detto “leaderismo” si inserisca in tutto queso e in quali modalità alimenti la povertà intellettuale e d’anima di cui andiamo discorrendo.

2. La mancanza a essere

Nel 1972, a Milano, Jaques Lacan tenne il suo famoso “discorso del capitalista”, nel quale denunciava il predominio delle cose sull’uomo e l’inganno alla base del fenomeno. Da quel discorso si potrebbero trarre conseguenze estreme e dire, ad esempio, che chi vive di cose si riduce a non essere altro che una cosa, a patto di spiegare cosa vuol dire vivere di cose o, meglio, esserne vissuto. Se tentassimo quelle conseguenze, potremmo affermare che spesso i leader, al fondo, non sono altro che cose (malattia normotica = identificazione della soggettività con l’oggetto), ma non lo faremo (per ora).

La tesi di Lacan è semplice. La perversione/negazione della realtà del desiderio (che è desiderio di esistere) conduce a una condizione di mancanza a essere che nessun bene al mondo, per quanto acquistato e continuamente riproposto dalla logica del capitalista, potrà mai lenire. Come scrive Recalcati,

La disponibilità illimitata dell’oggetto, garantita dalla mondializzazione del mercato e dalla sua estrema tecnologizzazione, sembra effettivamente saturare la mancanza, anche se la mancanza, saturata solo provvisoriamente, non può in realtà che riprodursi costantemente, perché, come sappiamo, la mancanza del soggetto è una mancanza a essere che non può, per struttura, essere colmata da un oggetto. […] Nondimeno, l’inganno di fondo del discorso del capitalista è rinnovare la mancanza nel soggetto, che non è però la sua mancanza a essere, ma solamente una sua parodia. […] Anzi, la mancanza a essere come tale deve essere negata, deve essere assorbita nella mancanza dell’oggetto alla quale, prima o poi, apporterà il suo rimedio farmacologico il potere del mercato. (M. Recalcati, L’ultima cena: anoressia e bulimia, Milano, Bruno Mondadori, 1997, pp. 310-311)

Il leader si inserisce in questa dinamica e, se affetto da narcisismo e onnipotenza (quando non paranoia), come spesso accade, propone se stesso come rimedio per ogni mancanza. La proposta di sé non si limita alla persona fisica del leader, ma investe anche il suo sistema di vita e di valori (dovrei scrivere disvalori) che vengono spacciati per desiderabili e salvifici, unica meta degna e comunque esempio da seguire (spesso imporre) per la realizzazione di se stessi. Qualunque periodo della storia si esamini, e dunque in ogni caso, il sistema proposto è menzogna, si basa sulla propaganda quando non esplicitamente sostenuto da violenza che, come si sa, può essere di vari tipi. La peggiore non è quella delle armi: è psicologica e può esseree esercitata anche in forme apparentemente non violente.

L’immagine evanescente

Tra i “valori” che il leader propone come appendici di se stesso, il consumo dei mezzi di comunicazione di massa e in particolare della televisione recita un ruolo fondamentale, ponendosi come consumo di una cosa che propone cose tramite pubblicità che delle cose è vetrina e stimolo d’acquisto. Nel mondo cosificato della televisione la mancanza a essere naviga tra sciocchezze asostanziali e bisogni riproposti di continuo per mantenere vivo il senso di mancanza. Ci si illude di esistere desiderando cose che sostituiscono l’immagine individuale e proponendo immagini di vite “seriali” spacciate come modelli sostitutivi della vita vera. Il leader patologico non ha una vita vera: l’ha sostituita con una menzogna, la stessa che continuamente spaccia, ma questo lo vedremo dopo.

Elusa la personale mancanza a essere, che è ricerca di senso, la cosa desiderante si sperde nella televisione–cosa in un’unificazione dissolvente. Un uomo ipnotizzato dalle cose e dalle immagini che esse propongono finisce con l’essere ipnotizzato dall’immagine cosificata di se stesso. L’immagine si trasforma in feticcio, domina la scena, contiene l’identità che in sé annulla (narcisismo). Si trasfonde all’interno di specchi virtuali che la diffondono nella virtualità dell’etere, fino ad approdare in contenitori visivi che la replicano all’infinito, disperdendola nella miriade di immagini che contengono. La speranza inespressa, perché inconscia, è che, in quegli approdi qualcuno riconosca e nell’atto del riconoscere ricomponga l’immagine frammentata che si specchia. Speranza delusa, perché chi recepisce aspira a disperdersi a sua volta e nel frammento a sua volta si frammenta. Unico accorgimento possibile: spegnere la televisione.

Il leader, che si propone come falso padre e specchio di esistenza falsa, delle cose si serve e sfrutta (inconsapevolmente, non ha l’intelligenza per sapere) la mancanza a essere per propagare messaggi di inesistenza che invita a desiderare e somigliare. Se le cose vanno nel verso desiderato, nulla questio; altrimenti le conseguenze saranno estreme e i malcapitati che hanno osato mettere in discussione la santità salvifica del leader pagheranno conseguenze pesanti. Alcune campagne di stampa, di recente memoria, esemplificano alla perfezione la rabbia narcisistica del leader che si reputa tradito. In realtà, svelano semplicemente la sua assoluta incapacità di sopportare un confronto.

Il leader, proprio per aver avuto bisogno di raggiungere quella posizione, è il primo portatore della mancanza a essere; detto in termini semplici, il soggetto più grave. Cosa muove una persona a sforzarsi parossisticamente per raggiungere certe posizioni? Galimberti ritiene che la motivazione profonda che spinge una persona a voler diventare un leader vada ricercata nelle deprivazioni affettive patite durante l’infanzia o nelle aspettative irrealistiche dei genitori.

[…] a ciò si accompagna uno smisurato bisogno di attenzione e di affetto pari a quello non riscosso da bambino, che induce il leader a quella necessità coatta di cercare consenso per compensare quella disistima che ogni leader profondamente avverte nei propri confronti e continuamente rimuove per poter sopravvivere.

[…] il leader, al pari del mendicante, è costretto a vivere di carità pubblica. Invece delle monetine raccoglie nella sua mano tesa quel riconoscimento collettivo senza il quale solo il suicidio potrebbe restituire un po’ di autenticità che ogni anima, prima di spegnersi, esige per sapere, almeno per un attimo, d’essere vissuta. (U. Galimberti, I miti del nostro tempo, Milano, Feltrinelli, 2009, pp. 131-133)

Seguendo questa tesi, si potrebbe allora dire che la mancanza a essere spinge il soggetto che la patisce a suicidarsi e, dunque, a tentare ogni strada per evitare quell’esito. Effettivamente il leader, raggiungendo la posizione salvifica cui anela, evita il suicidio; la massa no: si suicida ogni volta che lo vota.

Nella mancanza a essere che rende tutti suicidi potenziali, il leader patologico sguazza. Nell’asilo infantile (o dovremmo dire obitorio?) della politica asservita, egli si pone come padre, solo che è un falso padre e come tale si comporta. Il Padre pone la Norma edipica che erige barriere allo strapotere del desiderio e, imbrigliandolo all’interno del senso della Legge, crea la Norma che è base di civiltà e cultura. Il padre falso sconferma. Egli detesta la Norma e i limiti che pone; è un distruttore: sfascia civiltà e cultura perché è rotto dentro e solo nelle macerie si rispecchia; desidera per desiderare e gonfia il desiderio oltre i limiti accettabili di un significato possibile. Non crea linguaggi, non alfabetizza le emozioni, riduce la dimensione simbolica a scempiaggine insignificante e si disperde in scenari illimitati e ingovernati da un pur minimo principio di coscienza. Sperduto nel mito di se stesso, nella deificazione del proprio essere cosa, nel culto di una personalità che è parvenza, il falso padre celebra i propri riti al modo neroniano, con canzoncine e festini. Non può bruciare Roma (non ci crederebbe nessuno); ricorre ad altre forme distruttive, più credibili e per questo ignorate. Ammorba l’aria seminando virus che si chiamano onnipotenza, intolleranza, disimpegno, falsità di azione e di parola. Grazie alla propaganda, che è alterazione del reale, cambia le carte, rivolgendo ogni cosa a proprio vantaggio, confonde tutto per nullificare l’immagine reale e spaccia irrealtà per mondo vero. Non lo fa apposta: quello è il suo mondo. Il falso padre che è madre–cosa che partorisce cose bandisce il pessimismo della ragione, sostituendolo con l’ottimismo della sragione che pensa realtà irreali molto più desiderabili di quella vera. Ovviamente, la realtà ne soffre per mancanza di rimedi e prima o poi i soldi per la cassa integrazione finiranno, ma basta fare finta di niente e sostenere che non è vero, tanto alla fine non se ne accorge nessuno, tranne quelli a cui i soldi finiscono. Se protestano, si affermerà che si tratta di feroci comunisti e che è meglio non starli a sentire. Se poi sfasciano tutto, li pestiamo e via.

Promette costruzioni, il padre falso; in realtà distrugge. Firma contratti virtuali, blandisce i poveracci, sparge allucinazioni per posti mai creati di lavoro; si definisce operaio mentre affama, cristiano mentre bestemmia, elegantemente morale mentre corrompe. Non mente: nella mancanza di limiti in cui annega, è davvero convinto di essere tutto. Forse anche qualcosa di più.

Lo psicoanalista Luigi Zoja [La morte del prossimo, Torino, Einaudi, 2009, pp. 28-29] riferisce di una ricerca di Belinda Board e Katarina Fritzon dell’università di Surrey, le quali hanno comparato un gruppo di trentanove leader di successo con criminali e pazienti psichiatrici gravi, caratterizzati da mancanza di scrupoli, di responsabilità, di sensi di colpa, con accentuata tendenza alla menzogna, alla manipolazione, al cinismo.

La classificazione finale ha diviso la popolazione esaminata in ‘psicopatici di successo’ (i leader) e ‘psicopatici senza successo’, che sono i criminali e i malfattori classici che non hanno saputo adattarsi completamente ai nuovi rapporti economici e tecnologici. La differenza tra le due categorie sta nell’aggressività. Nei leader si manifesta in modo più differenziato e senza fretta. Non aggrediscono fisicamente; si limitano a sottomettere i loro subordinati a un regime che le due ricercatrici definiscono di ‘cinismo aziendale’. Dobbiamo concludere che dai primitivi a oggi l’esercizio del potere non ha mai dismesso la sua aggressività, ma solo il modo di esercitarla? (Galimberti, Ibidem, 2009, p. 135)

Servono esempi? Non credo. Comunque, per professione mi limito a suggerire; trovate voi casi di concreta applicazione; non è difficile.

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