omaggio a Arno Schmidt

Dal diario di un recluso
(ispirato da “Gadir ovvero Conosci te stesso” in Alessandro o Della verità, Einaudi, 1965)

di Giovanni Baldaccini

Sedicesimo giorno, sesto mese del ventesimo anno. Diciottesima ora.
Meriggio inoltrato.
Mare ondeggia smeriglio frastagliato con sguardi d’ampia intesa al sottoscritto. Occhieggia; dunque, anch’io.
Leggera avanzava onda ripetuta con frangente che scroscia sulla casa. Lontano e tuttavia invitante. Nessun controllo. Prevedo ritorsioni per la sera.
Ieri il medico di guardia ha detto no. Non mi aspetto sostegno. Stendersi. Ultimamente dolore nelle gambe. Insistente.
Sottili striature ferrose faceva il sole sparso tra le sbarre. Continui sbalzi ripetuti. Monotono.
Frusciosa e coinvolgente, l’altra notte una sirena brancolava qui sotto. Con balzo ginnico raggiungeva le sbarre della cella. Affacciata (gomiti al davanzale e mani sotto il mento):
Ciao!
Serafico, la raggiungevo in breve (peccato le sbarre).
Lo vuoi un goccetto?
E suggo mare aperto dal suo seno.
Per questo mi odiano: so immaginare.

Ventesimo giorno, sesto mese del ventesimo anno. Ora indecifrata.
Indistinto chiarore. Sembra albeggiare. O tramonta? No, troppo rosa.
La visita dentistica non è andata bene. La tengono ogni mese, più che altro per scrupolo (che qualcuno non abbia poi a lamentarsi). Occorrerebbe estrazione. Non se ne parla.
Ultimamente la carceriera non concede favori. Dice: puzzi! Se è vero, colpa loro.
Se solo potessi immergermi… non è troppo lontano = matematicamente possibile. L’Orbe terracqueo è finito, Eratostene, come tu calcolavi. Tuttavia, non ogni punto è raggiungibile. Questo significa che c’è identità tra concetto e materia: la finitudine è ovunque.

Ventiquattresimo giorno, sesto mese. Anno venti, Dodicesima ora.
Scintillava d’azzurro mentre in alto l’animale rossastro dardeggiava sfaccendato raggi d’intenso giallo nella stanza. Immenso.
Vivere nei pressi sarebbe devastante. Tuttavia non mancherebbero vantaggi, tipo risparmio di coperte per l’inverno e tosature di pecore. L’economia, però, non ne trarrebbe beneficio; le tasche dei consumatori sì.
Visitato da viaggiatore alato. Ali olivastre grigiofumo e un becco a rostro ricurvato in basso. Artigli anche sporgono il davanzale verso dentro. Non mi piacerebbe assaggiarli. Ali sì.
Mi fissa. Quindi solleva in alto vasto corpo con volo levigato. Beffardo. Certe cose fanno rabbia.

Trentesimo giorno, sesto mese. Anno ventesimo. Ora nona (?)
L’altra mattina dice: crepi, eh!? (carceriere schifato). Sputo.
Smaniavo mica male (febbre forse) nella notte che trasporta in altri luoghi. Erano vastità perdute popolate da animali spudorati. Si accoppiavano, infatti, senza alcuna attenzione all’io viandante.
L’astinenza comincia a pesare? Forse per questo: concepito piano di fuga.
Nessuna difficoltà. La mente ancora tiene. Unica precauzione: mostrarsi arrendevole.
Più tardi. Decisamente fastidioso, medico penetrava manualmente.
Emorroidi – dice.
Acconsento, prono e malizioso.
Rimasto solo, massaggiarsi un po’.
Intanto, nel corridoio guardie blateravano di certi incontri di pugilato giù a Cartagine. Corse anche.
Da parte mia, nessun interesse.

Primo giorno settimo mese ventesimo anno (più o meno…)
Sua Eccellenza Rigidissima il Direttore (quel porco di Eufrastione) dice che così non si può continuare. Non si affermi nell’Orbe colonizzato che nella fortezza posta dal Supremo Reggente in Suo comando vigano regole meno che giuste. Per cui: nudo. Esaminato da capo a piedi con tanto di medico presente.
Io (condiscendente) accettavo qualsiasi intrusione personale con capo chino e animo assai grato. E giù ringraziamenti e inchini e lodi (e maledizioni, nell’intimo invisibile dell’io). Che questi selvaggi chiamino medicina le pratiche barbariche e sommarie cui sono avvezzi è per lo meno sconcio. C’è da meravigliarsi come restino vivi (e infatti campano assai poco, a parte le stragi della guerra).
Se un dio esistesse dovrebbe spazzarli dalla faccia di ogni terra emersa (e dal mare, naturalmente) ma l’Olimpo ormai frana e gli abitanti di un tempo preferiscono scommettere alle corse. Comunque, io seguo i miei intenti: dovrò tornare libero prima o poi e terminare gli studi intrapresi sulla consistenza e l’ampiezza delle rocce che compongono il pianeta disgraziato in cui abitiamo. E il fuoco sotterraneo, capace di spostare interi continenti; ed il sistema celeste dove siamo per avventura collocati alla periferia di una galassia enorme, minima tra miliardi d’altre. E le fasi lunari e il ciclo delle maree e…
Riportato al presente da lieve scudisciata. La decisione riguardo il sottoscritto è presa. Ovviamente, rimango all’oscuro.

Terzo giorno, settimo mese. L’anno è il venti (almeno credo). Mattina presto.
Viste le mie condizioni cambio cella.
Sbatacchiava ansiogeno astro fulgente i primi raggi nelle ore chiare. (Comunque, questa priva di sbarre).
Tanto non va da nessuna parte…– E sorrisini…
Superiore e distante, mi insedio. Scribacchio soliti quaderni.
Che fa…!? – mormorii… ancora sorrisetti…
(Stupidi!)
Accavallavo intanto ore; passano meglio se pregusti.
Certi dolorini alla schiena scricchiolavano davvero niente male (non posso permettermi di ammalarmi).
Più tardi. Notte inoltrava fastidiose stelle. Con l’aria così tersa accecano. E sogni, insistenti e variegati. L’ultimo piuttosto interessante. M’aggiravo infatti per i vicoli serrati di Gadir, oltre il braccio di mare che mi stringe, al confine delle colonne immaginali. Sinuosamente d’ombra, fanciulla guidava il sottoscritto verso la macchia al confine della spiaggia ove rovescia l’universo oceano. Dall’ampia scollatura (verticale) traeva lama d’ascia (lo so che non è possibile, ma nei sogni gli dei possono tutto…). Dice: “Tieni!” S’allontanava sculettando lieta.
Intagliavo deciso. In breve, assemblo zattera. Navigo quindi il Padre Grande d’Acqua e… Svegliato da pisciata urgente.
Oltre nelle ore.
Steso sulla branda: riflettere. Serve a frenare impazienza e istintualità nefaste d’ogni genere.
Aspetta, dunque, amico: devono fidarsi (ed evitare successivi, inopportuni controlli).

Ottavo giorno, settimo mese. Terza ora. Anno Venti (o giù di lì). Primo mattino.
Decisamente in forma, stiracchio membra indolenzite. Quindi al cesso. Lavaggi. (Per la colazione è ancora presto).
Respiravo profondo l’aria che penetrava nella cella. Ultime stelle sbavavano presagi dalla cupola aerea e distante.
Non impareremo mai: l’aria non sostiene come l’acqua = impossibile nuotare l’universo. Tuttavia, con opportuni accorgimenti ed una forza di spinta capace di vincere la gravità del mondo, forse riusciremmo a librarci oltre la pesantezza della materia greve. La mente non conosce certi intralci e più di una volta mi sono librato nel blu profondo di freddi gas astrali, raggiungendo posizioni inaudite, come ad esempio: poggiato sulla mazza del Cacciatore Grande Luce Orione. Da lì, minuscole creature arrancavano dal basso verso il sottoscritto. Facile respingerle con colpi ben assestati, disperdendoli, minimi e fottuti, per la galassia intera. In pratica: Cartagine non esisterebbe più e tutti i prepotenti satrapisti aggregati in masse pulciose di città.
Tornato nel presente (cella). Su, ragazzo… fatti forza! E salgo in piedi sopra al davanzale.
Più o meno sei metri; il fondale è abbastanza profondo. Inutile indugiare.
Gettati i panni sul pavimento duro, balzo elegante verso il vuoto. E me (senz’altro guidato dal rumore che frusciava mareggioso mulinante). Primo impatto affannato.
L’acqua grigiastra si rapprende al corpo. Muoversi!
Galleggiavo selvaggio. Intorno pesci frusciano fantasie gessate. Sirene, anche (di nessun aiuto).
Luminescenze dal profondo blu salivano sfiorando il sottoscritto. Evanescenti e pallide forme mollicciavano intorno spandendo filamenti digestivi. Ogni tanto abboccano.
Come Tritone, scuotevo lunga coda e forti braccia galoppando le onde cristalline. Fantastica la sensazione. (Peccato non avere branchie).
Compagnia improvvisa: banco di sardine nel profondo. Come ombra sgusciante, nuotano compatte tra evoluzioni imprevedibili continue. (Significa che c’è qualche predatore in giro… Togliersi da lì).
Quindi tramonta: ottuso disco regolare (dico, poteva aspettare ancora un po’!). Difficile orizzontarsi nell’uguale: ogni direzione identica alle altre.
Percorse molte miglia (non mi credevo tanto resistente). Dove la terra?
Io m’aggiiustavo azzurro nella sera: Prefiguravo riflessi dardegganti di Gadir. Nell’acqua che circonda e scampoli pettegoli di stelle. Meglio fare il morto e riprendere fiato a poco a poco.
Come sogno importuno, dietro le pupille stellesparse pensiero traversava la corrente: Quanto resisterò…?
E la luna.

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