Le menzogne di Narciso

Riflessioni sul leaderismo patologico

(seconda parte)

di Giovanni Baldaccini

(già pubblicato su Fermenti n. 237/2011)

Immagine

Il ritorno dello Spettro

Nel quadro mortale offerto dalla società corrotta dal leaderismo patologico, tutto si spettralizza e gli spettri ritornano da lontananze che non sono tali. Tornano gli spettri e, irriconosciuti, diffondono un linguaggio spettrale per il quale non esiste scongiuro.

Al contrario dell’evanescenza delle immagini, che sembra caratterizzare la nostra Civiltà, la logica dello Spettro indicherebbe la contaminazione continua ed erosiva della realtà prodotta dall’azione incessante di ritorno di ciò che l’attualità della presenza tende a scongiurare, a emarginare, ad annullare. Perché, come Derrida [1993] precisa, lo Spettro attiva per contraccolpo il suo scongiuro. E nel ritorno dello Spettro ciò che viene scongiurato è la stessa morte – l’incarnazione della morte – che lo Spettro evoca. In questo senso possiamo provare a leggere il ruolo sempre più determinante assunto dall’immagine nella nostra Civiltà: modo essenziale con il quale si esprime questa azione collettiva di scongiuro dello Spettro. (M. Recalcati, op. cit., 1997, p. 314)

Sotto forma di patologie mai risolte, lo Spettro ritorna diffondendo un messaggio mortale: la scomparsa di ogni immagine di sé. L’immagine, infatti, è per lo meno spettrale, un’immagine vuota e cosificata dall’azione nullificante di chi quell’immagine propaga. Un’immagine smunta, falsa perché falsificata che di falsità parla. Lo stesso diffusore ne è vittima e a quell’immagine si adegua assumendo contorni di totale irrealtà. Ogni parola, gesto, pensiero ne è indice; ne è talmente assorbito da finire col crederci ed essere il primo a scambiare per verità le fantasie alterate che propugna. Questo significa una cosa sola: la coscienza egoica è infiltrata ed il soggetto che dovrebbe esprimere non è più tale. Sedotto dalla cosa, annullato da essa, ipnotizzato dalla ripetitività senza scampo di un desiderio trabordante che non potrà mai neppure sfiorare la mancanza a essere che lo affligge, la vittima/carnefice si identifica con il vuoto soggettivo e culturale che lui stesso ha contribuito a costruire e in esso si adagia fino a perdere il senso personale del se stesso. È soltanto un’immagine, magari televisiva, un’immagine falsa e appiattita negli schermi di vuoto in cui si è propagata. Sul piano umano, una catastrofe; sul piano sociale, per chi in quell’immagine si è sperduto credendo di riconoscersi, una tragedia.

Questo l’aspetto tragico del leaderismo patologico o come altro vogliamo chiamare la malattia contagiosa del leader. Di cui non si può aver pena, perché infligge danni devastanti; che non si può curare perché incurabile in quanto chi ne è portatore non la ammette e perché seduce e ipnotizza vasta parte di masse a questo predisposte: per questo si propaga.

La civiltà non è più a disagio, come proponeva Freud (1929), e le cariche preedipiche aggressive dilagano, annebbiano la coscienza, spengono la consapevolezza, stravolgono la realtà che diventa inconoscibile teatro di un’espressione assurda priva di un linguaggio significativo. Thanatos, godimento assoluto istintuale, diffonde un linguaggio morto privo di significati; essa annulla ogni significatività possibile facendo smarrire il soggetto nell’immediatezza dell’oggetto senza il margine della riflessione che, in quanto distanza, libera la possibilità di dare senso e accesso al mondo simbolico che crea linguaggio.

Nella miseria dell’essere mancante, cui la cosa si sostituisce, conta solo l’Uno Onnipotente che la cosa propaga e a cui tutto è possibile e tutto deve essere perdonato, anzi neppure posto in discussione, pena furibonde vendette narcisistiche, ingestibili dall’Io assente, che possono andare dal tentativo di distruzione di un pensiero diverso, dalla paranoia priva di contenimento, dal tentativo di stravolgere e distruggere le istituzioni fondanti di uno Stato vissuto come insopportabile limite angusto, dalla paralisi totale del Parlamento, dell’economia, della vita sociale e giuridica di un intero paese, fino all’effetto ancor più drammatico dell’estinzione della vita spirituale, etica e culturale di una nazione. Nel Sé di Gruppo di cui parla Kohut, i molti si risolvono nell’Uno, come pretendeva il fascismo, il nazismo e come pretenderebbe il leaderismo apparentemente moderno. In questa unificazione con il leader che promette esistenza, gli individui ipnotizzati da un ideale falso dell’essere e spinti dalla reale mancanza a essere che li affligge, annegano se stessi nella cosa–leader che è schermo vuoto, falsa promessa, falsa dimensione di esistenza. Si consegnano al vuoto e, nella resa, diventano purtroppo conniventi. Un danno antico, un danno sconcio, un danno dell’essere totale.

La menzogna come mezzo di identificazione e riconoscimento

Il leader mente: questa è per lui una condizione esistenziale. A volte mente più o meno “consapevolmente”, per trarre vantaggio dalla povertà del suo discorso spacciato per bene assoluto, ma questo sarebbe il meno. Infatti, egli spesso si identifica con le sue stesse menzogne e finisce col crederci; dunque, cancella la realtà e ad essa sostituisce una realtà artefatta frutto di bisogni patologici onnipotenti che, tramite la menzogna, riesce a realizzare. In tal modo, egli si tranquillizza e si adagia in un sistema di “irrealtà” a sua misura e somiglianza, circondandosi di tutto ciò che gli occorre per lenire le proprie angosce ed eliminare un mondo oggettuale interiore vissuto come ostile. Detto in altri termini, il leader delira.

Non si tratta solo di trovare sicurezza nelle bugie. Certamente si sente protetto, ma l’essenza delle sue bugie è che esse gli forniscono un rapporto affettivo immaginario, che altrimenti non avrebbe, col mondo esterno. È come se avesse bisogno di mentire per attuare le esperienze dissociate del Sé. (C. Bollas, L’ombra dell’oggetto, Borla, Roma, 2001, pp. 181– 182).

Il fallimento degli oggetti di cura e la conseguente incapacità di staccarsene, superando la così detta ansia di separazione, spinge il bugiardo a costruire realtà alternative nelle quali riconoscersi. Egli è afflitto da un sentimento di fallimento affettivo che lo spinge a ricercare continuamente il consenso degli altri, ad esistere soltanto attraverso un consenso esterno dalla cui approvazione dipende patologicamente. Egli non è in grado di approvarsi o riconoscersi perché il suo Sé è frammentato in oggetti interni inaffidabili ed estremamente critici e mancanti che deve assiduamente controllare per tentare di smorzarne gli effetti destrutturanti sul resto della personalità.

Nelle bugie del bugiardo c’è un postulato: il vero Sé è inaccettabile. Dato che la realtà interiore è inaccettabile, qualcosa che sembri reale ma che non lo è deve prenderne il posto. (C. Bollas, Ibidem, p.193).

In pratica, il leader patologico è un bambino malato che non ha percorso la via dello sviluppo, drammaticamente compromesso con i propri bisogni emozionali arcaici e onnipotenti che non è riuscito ad elaborare ed incanalare in una crescita psichica normale. In lui l’inattualità è sempre presente e tutta la sua vita è uno sforzo per neutralizzarne gli effetti tramite la menzogna espressa dal mondo inesistente in cui si è chiuso. Egli cancella il Padre–Norma–Fondamento di coscienza che insegna il rapporto con la realtà, non accede al super–Io che genera morale e ricade, edipicamente soddisfatto, nel godimento assoluto ed immediato, privo del contenimento della riflessione, del rapporto con la Cosa–Madre–Thanatos che ciecamente diffonde nel mondo tramite la sua onnipotenza delirante e le tecnologie in cui la spande.

La crisi della famiglia e il disagio dei giovani sperduti negli oggetti e privati della dimensione del tempo della vita si fondano sugli stessi mali, ma non chiedetelo a lui: vi risponderà che non è vero e che sotto il suo governo tutto va bene. Non c’è crisi di alcun tipo ed è proprio così: nel mondo patologico del leader non può esistere crisi e se qualcuno dice il contrario mente per danneggiarlo (paranoia).

Il nulla scintillante di Narciso

    Sperduto nel riflesso acquoso della sua immagine fantasma ed evanescente, il leader patologico contempla estasiato una parvenza priva di spessore che un colpo di vento o un gesto della mano potrebbero disperdere, come l’immagine di Narciso nella pozza acquosa della propria vacuità. Pura superficie l’immagine del leader, riflesso di un’identità leggera come un foglio di carta, senza fondo e fondamento, come il tempo in cui vive. Innamorato della propria nullità, non riconosce la sostanza del reale; lui è abituato a cose e tratta gli altri come tali. A tal fine, li consuma (specialmente le donne: un leader possiede sempre un ben fornito harem); relazionalità consumistica, la sua, nella quale ogni rapporto è mezzo di autogratificazione narcisistica e l’altro è consumato nell’autoappagamento esponenziale. In quest’ottica, la relazionaliltà del leader. è usura.

Estroverso perché mancante di introspezione, brillante e scintillante perché lucida superficie, egli nasconde nel suo vuoto umano un pozzo di profonda povertà. Non ama e non gli interessa essere amato; chiede solo di essere ammirato, mitizzato, esaltato. Se ciò non riesce, o quando la magia si esaurisce, abbandona senza rimpianti le sue cose per ricercare nuovi palcoscenici, quando non costringe a riesumare antiche deificazioni ormai esaurite. Se ai tratti narcisistici si aggiunge paranoia, la sua delusione è vendicativa e l’incauto che non lo venera a sufficienza paga conseguenze spaventose. Freddo, calcolatore, vendicativo, portatore di un’affettività morta, pronto a perseguire il proprio vantaggio senza alcuno scrupolo di ordine morale, il leader patologico esprime tutte le caratteristiche preoccupanti che caratterizzano quel male personale e sociale che definiamo psicopatia (si veda lo studio citato da Zoja). Incapace di controllare le emozioni, costretto al passaggio all’atto, affannosamente teso verso compensazioni affettive impossibili, il narcisista patologico chiude l’angoscia da cui è tormentato in gabbie di grandiosità e successi, fino all’inevitabile dispersione della personalità nel pozzo della sua immagine falsa. Ciò sarebbe semplicemente la fine dell’Uno e, come tale, poco interessante: il problema è che, con l’Uno, finiscono i Molti che con lui si sono identificati, a volte intere nazioni.

È sorprendente come queste persone sembrino non essere nate. È come se non avessero raggiunto le fasi finali della nascita psicologica e fossero rimaste con una lacuna… [si veda Mahler, Pine e Bergman, 1975]

A queste persone manca la soggettività originaria che informa l’uso del simbolico. Il normotico si vede solo come oggetto (elegante e brillante, produttivo e socievole) fra gli altri oggetti del mondo materiale. Dato che non si percepisce come soggetto, non chiede agli altri che lo vedano come tale, né vede soggetti negli altri. (C. Bollas, op. cit., p. 148)

Un soggetto “cosificato” in un mondo di cose: questo il leader patologico, quando non addirittura uno psicopatico socialmente pericoloso anche sul piano del codice penale. Una catena antica che nasce da lontano, di cui il leader è l’ultimo anello, ma questo tema aprirebbe un discorso troppo ampio per gli scopi attuali. Mi limiterò pertanto ad accennare che:

Se esiste una dialettica del “lavoro di morte” (Pontalis, 1981), in cui genitore e figlio sviluppano una preferenza reciproca a mantenere il Sé non nato, questa alleanza prospera nel disturbo della personalità del figlio in seguito al netto rifiuto del genitore di essere vivo nella realtà interiore del figlio. Questo è il lavoro di morte di certe vite familiari in cui il figlio interiorizza progressivamente questa alleanza e la trasforma in termini del suo rapporto con se stesso come oggetto. Il che, alla fine, produce il rifiuto di avere una vita interiore del Sé. (C. Bollas, op. cit., p. 151).

Conclusione

     Narciso è figura mitologica e, come tale, abita la storia emozionale dell’umanità. Potrei fare molti esempi di figure storiche e attuali afflitte da quella configurazione inconscia, ma mi sembrerebbe esercizio inutile: ognuno rintracci gli esempi che crede. Per aiutare la ricerca, dirò che denominatore comune è che tutti, a livello maggiore o minore, hanno in vario modo distrutto porzioni di mondo.

Dell’incarnazione attuale di Narciso e della varia patologia che lo accompagna, ci libereremo prima o poi per naturale estinzione o per quell’altrettanto naturale meccanismo di autodistruzione che tutti i soggetti con esso identificati e sottoposti a Thanatos finiscono inevitabilmente per mettere in atto. Non ci libereremo facilmente – e qui lo chiamo col suo nome – del “berlusconismo” e dei danni prodotti su scala individuale e sociale. Ci vorranno anni.

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2 responses to “Le menzogne di Narciso

  • cristina bove

    Ho letto con grandissimo interesse tutto.
    Sarebbe facile individuare i portatori di sindrome narcisitica se soltanto si avesse una minima conoscenza della psiche, cosa che è assente nella stragrande maggioranza dei popoli. Del nostro, dovrei dire, in particolare, se non altro per la scarsità di memoria.
    Riflettevo anche su come colpisca tanti che non arrivano a forme dispotiche o comunque di rilievo sociale. Tuttavia le tue considerazioni sull’origine del rapporto conflittuale genitore-figlio, portano a individuarne perfino in ambiti ristretti, come appunto la famiglia, già dall’adolescenza, la sindrome dissociativa.
    Parlo per cognizione di causa, poiché mi trovo in una situazione di ansia per qualcuno a me molto vicino.
    Ti ringrazio per aver fatto maggiore chiarezza delle eventuali cause scatenanti.
    ciao
    Cristina

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    • giovanni baldaccini

      Leggo solo ora il tuo commento… Ti ringrazio per l’attenzione e sono contento di esserti stato utile in qualche modo, anche se per una situazione per te spiacevole. Ciao Cristina

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