Il deserto dei libri

di Luciana Riommi
(qualche brano dall’articolo “Il deserto dei libri”, pubblicato su “Fermenti” n. 238/2012)

Si sente dire da più parti che in Italia non si legge ed è questo che determina la crisi dell’editoria. Ma se il settore è in crisi, qual è il senso di una produzione così massiccia di “prodotti” che, non avendo generalmente dal produttore stesso alcuna promozione, in definitiva non si vendono e quindi, presumibilmente, non daranno alcun ricavo, oltre che non offrire alcun contributo valido sul piano strettamente culturale? I pochi nomi su cui la grancassa pubblicitaria non si risparmia (su web, stampa e televisione) sono davvero sufficienti a compensare l’investimento?

Lacan direbbe che anche qui, nel territorio della cultura, domina incontrastato il “discorso del capitalista”, che autorizza e incoraggia il godimento immediato della Cosa, quale che sia la sua incarnazione – dunque anche il libro-cosa e tragicamente lo scrittore-cosa – sfruttando l’incolmabile mancanza a essere che segna irrevocabilmente la nostra umanità, sedotta e distorta, però, dall’illusione di poter ottenere l’appagamento immediato di ogni voglia: che non fa più in tempo a umanizzarsi in desiderio, perché senza quella mancanza il desiderio muore. Resta soltanto l’urgenza incontenibile di bisogni indotti dalle finalità, deliberate e coscienti, del mercato.
E allora, all’interno della pseudocultura dominante, solo infinita bulimia: ossessione di riempire un vuoto incolmabile con le merci rese appetibili dalle logiche del mercato, quindi anche abbuffandosi di libri, di qualunque libro venga opportunamente pubblicizzato, purché non contenga alcuna eco di quel mistero, indigeribile per molti, che distingue la scrittura letteraria dalla semplice narrazione di storie: la sua capacità di sciogliere parole divenute dure come sassi (direbbe Nietzsche) e dunque prive di significato, di sfidare il sistema con visioni alternative ancora non pensate, di mettere in crisi una struttura di coscienza e di percezione della realtà divenuta inconscia a se stessa e perciò portatrice di mortiferi automatismi di pensiero e di condotta, in definitiva portatrice di irresponsabilità.
Responsabilità, lo sappiamo, implica una percezione complessa del reale e di sé, la consapevolezza di molteplici opzioni, significati ed effetti delle possibili scelte, non legate a un “rassicurante” manicheismo che ha già distinto d’autorità il bene dal male, bensì fondate sulla decisione cosciente dell’individuo di scartare altre possibilità nel momento di dare una specifica direzione al suo agire. Come diceva Robert Musil, «l’uomo responsabile può sempre agire anche diversamente, ma l’irresponsabile, mai!».
In un mondo nel quale l’opera della persuasione, messa in atto dal sistema dominante a scopo di autoconservazione, si è diffusa sempre più capillarmente nella vita degli individui e della società intera, anche la “scelta” dei libri da pubblicare e da leggere risulta “obbligata” da un criterio (di mercato, in primo luogo) che esercita la sua dittatura. Anzi, in questo ambito è particolarmente necessario mantenere il controllo, giacché si tratta di una sfera, quella culturale, che, per sua natura, potrebbe minacciare l’egemonia del sistema. In psicologia si direbbe che un solo elemento, tra quelli che costituiscono la realtà contraddittoria e plurale della psiche, ha preso il sopravvento e determina il pensare e l’agire del soggetto esclusivamente in funzione delle sue specifiche motivazioni, generalmente ignaro delle loro radici profonde. Costruisce, allora, rigide barriere difensive intorno alla propria versione della realtà che, in quanto assoluta, inattaccabile, incapace di confronto e indisponibile al dialogo, assume le caratteristiche di un delirio psicotico, mascherato da realtà. Coloro che ne subiscono gli effetti, come i lettori/consumatori, cadono a loro volta vittime di una psicosi che si manifesta «non come rottura con la realtà, ma come eccesso di alienazione, di integrazione, di assimilazione conformista al discorso comune».
Una scrittura libera dagli allettamenti del mercato, e da esigenze solo commerciali, capace di assumersi la responsabilità dell’invenzione, non fine a se stessa, ma profondamente radicata su una percezione spregiudicata e critica dell’esistente, potrebbe invece restituirci lo stupore – necessario all’articolazione del nuovo – di cui si è persa traccia in una società che ingoia indiscriminatamente ogni nefandezza.
E nefandezza, a mio avviso, è anche l’offerta/domanda di libri-merce prodotti e consumati come ogni altro bene di consumo, che semplicemente rispecchiano e confermano il modello dominante. Un perfetto circolo vizioso nel quale un’offerta “culturale” omologata e scadente favorisce e perpetua la mancanza di quegli strumenti di riflessione e di decodifica che sarebbero necessari per riconoscere e mettere in discussione la Weltanschauung distruttiva e antiumana del mercato, la logica dell’economia e del potere che domina incontrastata la vita dell’individuo e della società, bloccandone alle radici le possibilità di crescita. Questo meccanismo perverso funziona perché rassicura le “coscienze” (del tutto inconsapevoli), le solleva dalla responsabilità di concepire modi diversi di essere nel mondo e le esime dalla fatica di impegnarsi attivamente per realizzarli. Per questo, forse, scrive Mario Lunetta, «oggi assistiamo pressoché impotenti a un costante incremento dell’indifferenza nei confronti di tutto ciò che è legato a un pensiero “non autorizzato”…».
Assistiamo dunque con amarezza, ma non impotenti. Il pensiero “non autorizzato” per definizione, e per fortuna, non cerca legittimazione e consenso e neanche di fronte all’indifferenza può esimersi dal continuare a proporre, sia pure in un ambito ristretto, il suo antidoto all’omologazione e all’immobilità. Se raggiungerà anche un solo individuo, generando in lui una riflessione critica, avrà svolto il suo compito.

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6 responses to “Il deserto dei libri

  • marzia

    Bello questa analisi. Il discorso di Lacan spiaggia sulla bulimia cui la nostra società è coattivamente vincolata, vero!

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  • cristina bove

    “Una scrittura libera dagli allettamenti del mercato, e da esigenze solo commerciali, capace di assumersi la responsabilità dell’invenzione, non fine a se stessa, ma profondamente radicata su una percezione spregiudicata e critica dell’esistente”

    Sarebbe davvero auspicabile!
    Ma non sono ottimista, temo che le cose stiano precipitando sempre più verso l’indifferenza e i l’indifferenziato.
    Questo è il mondo in cui si è sostituito al merito effettivo ed al valore in ambito letterario, artistico o altro, l’offerta omologata, specchio di brame e proiezioni pilotate dal mercato.

    un abbraccio
    cri

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    • lallaerre

      Neanche io sono ottimista, non vedo alcun segnale di rinnovamento sul piano collettivo. Esistono però realtà individuali che non si prestano all’omologazione, e da lì, come sempre d’altronde, forse potrà venire un qualche cambiamento (ma non so immaginare in quanto tempo) …
      Ciao cri
      ti abbraccio anch’io

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  • frantzisca

    Un pensiero lucido e pungente che condivido e che non avrei saputo esprimere con tanta bravura e padronanza.
    La mia stima

    frantzisca

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