L’inesistente libro di Arno Schmidt

Un lamento di Giovanni Baldaccini

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“52 ANNI E 118 GIORNI: Dapprima uno si era messo a fischiettare. – Quando ripassarono straccamente un’altra volta, il fischio si era tramutato in canto nasale: “Oh, signorina Mirjam quando ballo con lei – za za, za za”, il resto onomatopea, schiocchi di lingua e ft ft; l’altro, probabilmente più anziano rise ringhioso. – Bella luna; quello che tocchi è d’argento.”

A patto di poter toccare… ma come si fa a toccare un libro che non c’è? E soprattutto, a leggerlo (non posso mica ricopiarlo tutto – dico: non posso).
Purtuttavia vero: anch’io mi trovo in una galera (quella del mondo) come il protagonista del racconto di cui ho cominciato a cianciare. Magari la sua era più angusta (vero, Pitea…?) e magari si trovava in un altro tempo (antecendente alla prima guerra punica, anche se di poco). Il trattamento, però, non era diverso: i carcerieri ti sputano quando non ti torturano. Per forza poi provi per lo meno a scappare un po’.
A.S. avrebbe tanto voluto fuggire dal mondo o per lo meno trattarlo come il mondo trattava lui (noi). Non potendo, trovò rifugio in una brughiera sassone e una casa di legno, nella luna e nel vento. Anche la notte, spesso. Non vi dico i sogni.
Li scriveva (i sogni) insieme alla sua rabbia che sbatteva sulle facce arrossate dei contemporanei sotto forma di lingua incomprensibile ai più, perché frutto di cieli lontani, racchiusa in romanzi e racconti che nessuno voleva pubblicare, beccandosi anche denunce per oscenità, come accadde con “Pocahontas” da parte di non pensanti benpensanti legulei (niente di peggio di giudici e avvocati: “ragionano” per articoli e codicilli per lo più di provenienza giustinianea).
Il libro in questione, Alessandro o Della verità, fu pubblicato, dopo aspre questioni e rimaneggiamenti, da Einaudi nel 1965. In esso, la verità è che Alessandro fa schifo ma tutti gli vanno dietro lo stesso. Nel racconto, il giovane poeta Lampone di Samo deve raggiungere lo zio, generale del Grande A., presso Babilonia. Per farlo, si accompagna a una singolare carovana di attori girovaghi, finendo inevitabilmente per innamorarsi della prima (e unica) donna.

“lei, misurata al massimo, virginale, castigata – ah, tutte cose che non è certamente. E la maschera d’avorio sopra il calice del bavero.”

Monica, Agraule, Pocahontas, Anna, nell’ultima pubblicazione italiana (in realtà la prima di Arno) Il Leviatano: le donne di Schmidt. Disincantate, calcolatrici, fredde e comunque meravigliosamente irraggiungibili, le donne di Schmidt sono la nostra anima, perduta e sempre disattesa, che dall’ombra in cui l’abbiamo relegata ci osserva e ritorna per incantarci ancora e, inevitabilmente, deluderci, perché non siamo capaci di capirla e, neppure lontanamente, amarla.
Dunque, Alessandro fa schifo: non lo sapevate? Alessandro è l’incarnazione del Leviatano, la bestia dell’ignoranza, del potere cieco, della violenza istintuale propria del maschile. È l’assassino infernale che spiana città e continenti, passa sopra a tutto e chiunque pur di raggiungere i suoi scopi (che non sono tali perché non sono altro che puro istinto animalesco, e dunque nulla hanno di sensato) e che, in realtà, dovremmo conoscere bene, se solo pensassimo alla schiera infinita di dittatori e satrapi di vario genere che si sono alternati nel mondo, anche ultimamente, sì, ed anche in Italia (ma per favore…!) Contro di lui, si schiera l’intelligenza di pochi come Pitea o Licofrone o Ipponatte o il sergente profugo dell’ultimo romanzo, tutti destinati a perire.
Prendiamo Pitea, ad esempio (d’altra parte, ho cominciato proprio con lui e la sua cella cartaginese). Ebbene, Pitea riuscirà a fuggire. No, non è vero (ci avevate creduto—?): lo sognerà soltanto e il suo sarà un sogno di morte.
Nel porto allucinato di Gadir, di fronte a una nave che non c’è, Pitea sogna la sua libertà dalla bestia che opprime.

Ultimo ottenebramento: Vento nebbioso, fradicio, sommerge la montagna con frastuono d’organo, rotola sopra boschi ululanti. Aspirai profondamente e rantolai, gargarizzai fuori con beatitudine insensata: verso la libertà.
A sera: nuvolaglia di tempesta si aduna.
Ho aggirato già da un pezzo la montagna; in basso si stende Gadir, con i suoi vicoli ben tracciati, con i sobborghi dove incrociano a volo i piccioni.
Otto navi stanno all’ancora nel porto, oscillano; due davanti all’isola di Erythia, una, nera, qui di fronte, sulla sinistra, molto più in basso rispetto a me (un’ora di strada per arrivarci): tenterò con quella.”

Salirà su quella nave e salperà: verso la morte, nella cella mai abbandonata.

Si solleva e si abbassa la prua! E io la seguo con ritmico altalenare. (L’oscurità è ormai fitta; devo smettere di scrivere).
Quale fortuna! O Pitea creatura dei flutti! Mi solleva – mi trae in basso!
Mi solleva – –
Notte si fa ancora più fonda.
Non vedo più nulla.”

Né altro vede il giovane Licofrone, il cui destino sarà segnato dal potere ottuso incarnato da un finanziere di Roma (e la di lui figlia) e dal vescovo al suo seguito, il temibile Gabriele, colmo di costrizioni che dispensa sotto forma di fede.
L’incontro fatale avverrà sotto forma (naturalmente) di un obbligo: rendere omaggio all’illustre vicino appena arrivato da Roma in Tracia per “scontare” brevemente qualche peccatuccio commesso in patria.

Ma non può essere! – – –“: e già scendeva affabile i 3 gradini, mani da retore spiegate con mestiere:
“ – il figlio del chiarissimo Marcello?! : Ma non era poi così necessario! – “ (però, sempre ‘necessario’ comunque, eh?!). “Sicché, questo è Licofrone.”
“Ma certo: il figlio del nostro vicino!” (gli altri cercarono di apparire partecipi, quasi che ora sapessero ogni cosa: che razza di blaterone!).
Questi è il nostro universalmente riverito Gabriele di Thisoa:- -” (inchinarsi educatamente: il prete di casa, pare. Forse anche il precettore nello stesso tempo).
“ – e qui la mia figliola Agraule : – – ”
Capelli scuri le incorniciavano il volto. Pallida, clorotica, il naso aguzzo, con sguardi neri (solitamente, gli occhi umani formano segni di infinito; in questo caso, una formula fissa).

Una formula fissa. Come la cosmogonia ecclesiale che Gabriele insegnerà ai due giovani, del tutto inesatta e fantasmatica, come Lico ben sa, grazie agli insegnamento di filosofia e fisica ricevuti dal suo amatissimo maestro Eutochio, costretto a riparare in Persia per sfuggire le persecuzioni clericali del vescovo, così come Lico sarà costretto a seguirne le lezioni per salvare padre e maestro. Alla fine, dovrà anche sposare Agraule per mettersi definitivamente al riparo dal Torquemada di turno: il Leviatano trionfa sempre. (Provate a convincermi del contrario).

Tra 10 anni la faccenda sarà bell’e dimenticata” aveva affermato lei, ‘allora avrei potuto richiamarli, se proprio ci tenevo’!! Oh captain, my captain!!! –
Il suo naso si decise ad un singultio esile; dapprima dolce e monocorde; quindi più massiccio –: e tutt’a un tratto si mise a zampognare con vero brio: ecco dunque che cosa avrei udito d’ora in poi, chi sa quante notti! – –

Per dimenticare Alessandro o Della verità non ci è voluto molto di più, se mai qualche pazzo oltre me e Alfredo Giuliani che me lo consigliò lo abbia ricordato.
Arno Schmidt morì povero in canna per complicazioni cardiocircolatorie. Con lui scomparve la sua enorme scienza e l’infinita poesia che la accompagnava.
Il libro non venne mai ristampato e oggi è perduto, come molti altri. Il Leviatano conosce il suo mestiere e lo fa bene (basta guardarsi in giro). Tra l’altro, fa dimenticare.

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