Il lavoro dell’Ombra

COLLAGE CARTELLO

Les Désirs Impossibles

collages photographiques

de

Antòn Pasterius

bâties à l’ordinateur par Luciana Riommi

13 – 22 mars 2013

vernissage mercredi 13 mars à partir de 18 h.

galerie satellite

7, rue François-de-Neufchâteau Paris 11

01 43 79 80 20

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Textes de

Giovanni Baldaccini – Paolo Guzzi – Antonino Lo Cascio

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Il lavoro dell’Ombra: Antòn Pasterius e l’immagine

un pensiero di Giovanni Baldaccini

Dall’esilio cui la civiltà in cui viviamo ha relegato tutto ciò che la coscienza dell’Io non afferra immediatamente, semplicemente negando ciò che potrebbe turbarla o anche solo metterne in discussione le certezze, l’Ombra, cui Pasterius rivolge il proprio sguardo, cela proposte di diversità. Con il termine Ombra, C. G. Jung si riferisce ad aspetti di personalità che l’uomo ignora e consegna all’oblio apparente dell’inconscio in quanto sgraditi. Il soggetto che ne risulta è per lo meno mutilato, se non altro rispetto alla conoscenza di sé e delle proprie possibilità di linguaggio, condannandosi a un silenzio espressivo e a un’impotenza conoscitiva senza remissione. Non di tratta di fenomeno raro; Jung scrive che l’uomo senz’Ombra è “il tipo d’uomo statisticamente più frequente, che vaneggia d’essere soltanto ciò che preferisce sapere di sé” (C.G. Jung, 1947-1954, p. 225).

L’Ombra è dimensione diversa dell’esistere; la sua voce ha suono che scompone, i suoi occhi hanno visioni d’altro e i panorami in cui spazia non sono immediatamente riconoscibili nel mondo appiattito dalla luce accecante dell’unilateralità della coscienza in cui la civiltà occidentale si è avvolta: l’Ombra ha spessore profondo. L’occhio abitudinario del soggetto moderno che rifiuta il disagio dell’esistere è scosso da vertigine e il linguaggio della società ridotta ai termini minimi della quotidiana negazione dell’Ombra ne risulta sconvolto. Il linguaggio dell’Ombra è simbolo, nel senso che si fonda in un “non ancora” ignoto da cui trae messaggi d’inquietudine, necessità d’espressione diversa, rifiuto di ogni segno letterale, sfondamento della visione abituata a segni scontati così cari alla coscienza odierna. Non si intenda per simbolo – come oggi potrebbe avvenire – una semplice abbreviazione del tipo di qualche segnetto proprio del linguaggio telefonico o del web che dicono ancora meno di quello che impropriamente tentano di dire. Il simbolo è creazione di lingua, espressione nuova, forza costante d’urto, anelito e desiderio non di “cose”: d’essere. Il luogo della sua massima espressione è l’arte.

Noi siamo culturalmente nell’orizzonte strutturale della razionalità. Se questo è vero, dovremmo interrogarci su quale sia il nostro lato in ombra. Che cosa stiamo negando di noi o espellendo dalla nostra identità culturale? Con quale sembianza potrà ricomparire davanti a noi Mefistofele? Jung risponde: nella sembianza dell’uomo senz’Ombra. Il nostro “demone” potrebbe essere quest’uomo appiattito e senza figura che corrisponde al massimo dell’inflazione dell’Io. (Rovatti, 1992, p. 55).

Il nostro demone è allora l’Ombra negata. Non è il caso di Antòn Pasterius. Nella sua ricerca d’ “Altro”, Pasterius frequenta condizioni estreme, proprie del surrealismo, dove l’Ombra spazia e si presenta con aspetti non frequenti e perturbanti, tipici del mondo immaginario dell’inconscio. La visione che ne risulta è frammento e spazio, limite del consueto e sfondamento del già dato, provocazione di una realtà inesistente che, tuttavia, all’esistente si rivolge per stravolgerlo e rifondarlo, immettendo in esso ciò che in esso è mancante in quanto imprevisto, inatteso, inusuale, inaccettabilmente inaudito.

Pasterius non approda mai a un significato definito: il suo linguaggio è proposta che lascia libero l’osservatore di completarne il senso con i suggerimenti tratti dalla propria Ombra, di accettare o rifiutare, in ogni caso immaginare ancora. Non si tratta di un limite: le immagini di Pasterius sono sempre aperte e in esse è possibile vedere quello che si vuole, magari anche quello che non c’è (all’autore non dispiacerebbe) o ancora di usarle per pura stimolazione priva di senso apparente, dando così risalto al senso del non senso. Come scrive Franco Rella, “dobbiamo rivoltarci contro gli statuti della ragione, che ha espulso da sé pratiche, comportamenti, bisogni determinati, senza perderci, senza perdere la ragione, per ricostruire la sua realtà conflittuale, la realtà dei suoi conflitti.“ (Rella, 1978, pp. 10-12).

Per usare una metafora letteraria ispirata al Castello di Kafka, per Pasterius in quel castello non si deve entrare: non è quello che conta. Non ha importanza svelarne il contenuto, accedere alla verità che vi è celata, se mai ne contenga una come la ragione pretenderebbe. Occorre cercarla, girarci intorno, percorrere il cammino che la adombra e, adombrando, cercare qualcosa di diverso. La risposta è il percorso, non il riempimento che non svela; solo così la mancanza non è saturata da risposte piene e arbitrarie e l’essere continua ad anelare di esistere.

La forza del simbolo che l’espressione d’Ombra di Pasterius trascina nelle immagini stravolge la scena del reale immettendo in esso figurazioni inconsce che quella realtà velata di pretesa invadono e definiscono col linguaggio dell’”Altro”, rendendola sfuggente ed allusiva. Una forza capace di stimolare lo spettatore anche a sua insaputa e contro la sua volontà, proponendosi persino come provocatoriamente orribile, perché l’Io non è aduso all’inconscio e così definisce l’impensato/impensabile delle figurazioni che propone. Un’Ombra allucinata e allucinante irrompe allora nel reale reinventandolo diverso, affiancando ad esso la visione normalmente invisibile di figure che ammiccano la loro presenza a volte discreta, altre dirompente, per ricordare all’artista e al fruitore che esse possono esistere e che il mondo che l’uno propone e l’altro osserva è qualcosa di più ampio di quel che appare, qualcosa di normalmente ignorato che, se decifrato, rende presenza all’essere mancante e al suo linguaggio muto che deve essere detto se si desidera uscire dalla riproposizione di un passato defunto, sempre inattualmente attuale, e tentare di disegnare la diversità del mondo in un’espressione nuova. Poche mani sono in grado di farlo: una di queste appartiene ad Antòn Pasterius.

Roma, marzo 2013, Giovanni Baldaccini

Per la mostra di Parigi il testo è stato tradotto in francese da Cristina Bizzarri

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