Brecht: Gli affari del signor Giulio Cesare

 

di Giovanni Baldaccini

“La strada che ci avevano indicato, stretta e piuttosto ripida, saliva a zig-zag tra gli oliveti che, sostenuti da bassi muretti di pietra, si alzavano a terrazzi dal lago. Era una mattina serena”.

Che ci fa un giovane avvocato appassionato di storiografia di buon mattino lungo una strada di campagna tra gli olivi? Ha un’ottima ragione per trovarsi lì: vent’anni dopo la morte di Cesare si sta recando nella tenuta di Mumlio Spicro, ex ufficiale giudiziario ed ex banchiere, che si dice detenga i segretissimi diari di Raro, ex intendente di casa del signor Giulio Cesare. Da questi diari lo storiografo si aspetta di ricavare informazioni preziosissime per ricostruire la figura del fondatore dell’Impero. Ne ricaverà senz’altro, ma non nel senso che si aspettava.

Ne Gli affari del signor Giulio Cesare (Einaudi, 1973), Brecht tratteggia un romanzo incredibile che difficilmente può esser definito romanzo. Si tratta infatti di una ricostruzione straordinaria della vita romana alla fine della Repubblica; non della vita quotidiana, ma degli intrighi, raggiri, tradimenti, sottilissimi inganni tra i poteri che quel mondo reggevano, non per governarlo: per depredarlo.

Il potere, infatti, è il protagonista di questo testo, nei suoi più reconditi aspetti, ma non per questo meno veri. Il potere per il potere, dunque; con esso tutto ciò che al potere occorre, compreso muovere uomini e nazioni come semplici pedine sullo scacchiere di una politica nascosta e spietata che di quegli uomini e di quelle nazioni non fa alcun conto.

Tutto questo risulta dalla lotta per il dominio che si svolge a Roma tra il senato e la city, ovvero  l’oligarchia latifondista e politica e i poteri forti dei banchieri che si appoggiano al popolo al solo fine di scalzare il senato dai suoi seggi. La situazione viene complicata dalla congiura di Catilina, che la city segretamente appoggia, e i “balzi” del signor Giulio Cesare da una fazione all’altra, nella disperata ricerca di una soluzione personale insostenibile, in cui tutti i personaggi muovono i fili di un teatro astruso senza potersi in alcun modo liberare dai fili che muovono loro stessi. Una rappresentazione che avrebbe dell’incredibile se non fosse totalmente credibile. Nessun ideale, grandi parole, nobili intenti, bene della repubblica o del popolo: solo la ricchezza e il potere che ne consegue, con l’intrusione di una buona dose di pazzia generale. Non molto diverso da oggi, credo.

Il testo è di un’attualità straordinaria e con un linguaggio scarno e a volte brutale sbatte in faccia al lettore quel che spesso non piace vedere: per questo non ci accorgiamo che oggi è praticamente uguale. La lettura del romanzo di Brecht trasmette anche angoscia, perché gli affari del signor Giulio Cesare sono affari angoscianti, colmi di debiti, creditori alla porta, ufficiali giudiziari pronti a pignorare e tra questi lo stesso Mumlio Spicro, che Cesare perseguitava e al tempo stesso ammirava, tanto da ordire trame segrete per porlo a capo del movimento della city. Come, si dirà, un uomo così compromesso e sull’orlo di un fallimento disastroso verrà posto a capo di un movimento? Sembra proprio di sì, perché così va la politica, secondo gli umori del popolo che, come sembra, allora come oggi – mi spiace dirlo – non ragiona molto.

Incredibilmente, sembra che l’intento della politica di allora (soltanto?) fosse quello di “portare nella Curia il diluvio, o almeno la sua schiuma; naturalmente non i contadini affamati, soltanto i loro carnefici, gli strozzini. Naturalmente non gli artigiani falliti, soltanto i possessori delle ipoteche. No, il signore non dimenticava la miseria, il grande democratico si ricordava della disperazione dei ‘depauperati’; in caso contrario, come avrebbe potuto ricattare i ‘depauperatori’? Il senato era troppo piccolo: occorreva ingrandirlo. I ladri privilegiati erano troppo pochi: si trattava di aumentarli con l’aggiunta di ladri non privilegiati. Sotto lo sguardo minaccioso del dittatore, tutti quelli cui la polizia aveva recapitato la refurtiva a domicilio stringevano le mani a tutti quelli che erano andati a prendersela da sé. E la lebbra, per reprimere, allontanare, decimare la quale avevano fatto tante promesse contro altrettante bustarelle? Non era forse decimata, quando invase la curia? Era effettivamente soltanto una minima parte della lebbra, soltanto quella che sapeva far tintinnare le monete. Una parte piccolissima. Ma forte, e rumorosa. Bisogna saper gridare se si vuol contrattare. Si guardi un po’ il suo senato. Un mercato. Vuole motivi di vita contemporanea per un pittore? ‘Senatori romani che si cercano i pidocchi’. Sì, veramente un grand’uomo, il suo impiegato, Spicro!” (pp. 154-155).

Questo il riassunto della situazione fatto da Vastio Aidro, durante una cena in casa di Spicro, con grande meraviglia e sconcerto del giovane avvocato storiografo. Se fosse entrato in possesso dei famosi diari, ne avrebbe avuto delle belle da scrivere. O meglio, riscrivere: praticamente l’intera storia della Roma dei suoi tempi.

Attraverso la lettura dei diari del liberto Raro emerge tutto questo. E molto altro. Emerge come lo stesso Raro cerchi disperatamente il suo amante tra i morti accatastati delle legioni di Catilina, mandati al macello al momento opportuno, perché la ratio della politica nascosta aveva bisogno di contadini contro contadini, poveri contro poveri, da far scannare nei campi intorno a Pistoia, in una delle pagine più terribili e toccanti del romanzo. Leggiamo dai diari di Raro:

“Riprendendo il cammino arrivammo in campo aperto. I mucchi scuri anche qui erano fitti (1), ma non si vedevano pattuglie di sgombero.

Non mi chinai nemmeno una volta per guardare un viso. Pure, avevo la sensazione di cercare. Per tenermelo impresso, pensavo. Infatti qui non si distinguevano amici da nemici, tutti erano romani, tutti portavano uniformi romane. E tutti provenivano dallo stesso ceto. Avevano obbedito agli stessi comandi quando erano partiti all’attacco, gli uni contro gli altri. È vero che tanto l’esercito di Catilina quanto quello di Antonio, non erano formati di gente che aveva gli stessi interessi. Spalla a spalla stavano gli ex coloni militari di Silla e i contadini etruschi cui erano stati portati via i campi per darli a quelli. E a quelli a loro volta i campi li avevano portati via i latifondisti. Incapaci di resistere alla speranza di una vita più sopportabile, che era stata loro prospettata da Catilina, combattevano disperati contro i veterani arruolati dal signor Cicerone, che dai loro campi carichi di debiti erano finiti a Roma, e insieme ai contadini indebitati della Campagna non avevano potuto resistere alla prospettiva di 50 sesterzi di paga giornaliera  […]. Io da parte mia mi stordisco come posso. Sono quasi ogni sera a un’altra corsa di cani.” (pp . 150-151)

Un’altra corsa di cani… un’altra sera… un altro stordimento, da allora – e probabilmente anche prima – ad oggi e probabilmente anche dopo.

Alla morte di Brecht, avvenuta nel 1956, l’attesa per questo romanzo era enorme. Alla morte del romanzo, cioè alla sua ultima pagina, la delusione lo è altrettanto perché il romanzo è rimasto incompiuto. Tuttavia, se Brecht non fosse morto e avesse portato a termine questa sua opera, non avrebbe potuto dire nulla di più: ciò che il romanzo contiene, compiuto o meno, è più che sufficiente.

__________________

(1) Pile di cadaveri dopo la battaglia di Pistoia.

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