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Abito una allucinazione elaboratamente arredata. Ammiro la competenza con cui sono stati simulati i muri, la loro garanzia contro la notte. Io so che i muri sono complici della notte e della pioggia e del vento, e che nella simulazione, cui tutti sono tenuti, vi sono limiti non valicabili. So che in un punto della notte una belva simula di esistere e di odiarmi: la blandisco con un moto simbolico delle mani, che immagino di avere ereditato da precedenti esperienze […].

[GIORGIO MANGANELLI, “Simulazioni”, in Agli dèi ulteriori, 1989]

Procedo per giorni variamente colorati di suicidio, talora colmi fin quasi a traboccarne, sì che una schiuma di morte ne tracima e gronda; talora, solo un profumo elegante ed amaro, ma non rammento, nella mia vita, un giorno in cui questo blando, anonimo consigliere, questo amico pedagogo non mi abbia seguito, misurando il suo passo sul mio, mai precedendomi, che sarebbe scortese e secco imperio, mai perdendomi di vista, mescolando il suono dei suoi passi ai miei, sì che io lo interpreti  come eco, come custode angelico, come coscienza, mia duplicata immagine, ombra, orma sonora, memoria.[…]

[GIORGIO MANGANELLI, “Alcune ipotesi sulle mie precedenti reincarnazioni”, in Agli dèi ulteriori, 1989]

 

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