10 pensieri su “dislessia

  1. Ancora immaginario, allora! In quella distinzione -bastarda- col simbolico: che ce ne facciamo?
    Ma l’immaginazione chi ce l’ha regalata? A noi e agli animali? E -meccanicamente- alle piante?
    Che casino, e chi davvero lo spiega, in termini di interesse?

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    • Per dirla in modo semplice, credo che noi siamo nel simbolico in modo costitutivo, ma troppo spesso ci rifugiamo nell’immaginario, che ha quasi sempre una funzione di “fuga”, di consolazione, rispetto a quello che ci inquieta del mondo là fuori e del mondo interiore. Quanto ai regali, sai che non credo che ci sia qualcosa o qualcuno che ce ne ha fatti!

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      • Però quella distinzione tra costitutivo e “fuga”… per cui ti chiedo: fuga da che, visto che non si fugge? Allora resta solo il costitutivo. Rispetto al quale l’immaginario è “destitutivo” (e non fantasticheria).

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        • fuga… illusoria da quello che non riusciamo a sostenere, a scapito però della dimensione simbolica che contiene in sé i germi possibili di un qualche senso (sempre provvisorio e mai assoluto e perciò vivo e vitale). Nell’immaginario non vedo possibilità né volontà di comprensione, di crescita, vedo piuttosto staticità nella ripetizione.

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        • … eppure l’immaginario deriva dall’antropologia, da quelli e quelle che hanno identificato umanità non capitalista… è il capitalismo che ci situa alla fine e compimento della Storia.

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        • dal mio punto di vista (ma non comprendo bene il tuo commento) il capitalismo è una delle manifestazioni dell’immaginario, nel senso “impoverito” che gli assegno rispetto al simbolico. Capisco comunque che uso questi termini nel senso che hanno assunto in ambito psicoanalitico, non sempre coincidente con altri usi in altre discipline.

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        • … il simbolico come cesura, da cui il linguaggio, la possibilità di dire. Nell’ambito di ciò che è.
          Quante riflessioni invece sul dire collegato al linguaggio materno, quello appreso dalla madre (il semiotico), al linguaggio da cui le donne sono state escluse finora (Cavarero), alla lingua come Verbo (Muraro?).
          La simbolizzazione come legge del padre. La tua dislessia e l’eco troppo lontano, e quando resti sola a dialogare come ti intendi se non con… qualcosa che a livello di quel simbolico non è mai arrivato?
          Intendiamoci poi, che la distinzione è recente, situa il linguaggio in ciò che è costituito, è mi pare in opposizione all’altro schema del verbo presso dio di Giovanni (forse anche di Dante), del verbo come creazione infinita della creatura. Allora la funzione creativa spetterebbe all’immaginazione.

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        • Cristiana mi è difficile risponderti, per due motivi… il primo che ho appena finito di mangiare dopo aver dormito più di due ore !!! (da un po’ di tempo appoggiarsi sul letto il pomeriggio significa cadere in un sonno profondissimo 🙂 ) e il secondo è che le tue argomentazioni mi portano su un terreno, quello filosofico-politico, che ho praticato poco, soprattutto negli ultimi anni, e in ogni modo ripropongono la difficoltà o la necessità di mettersi d’accordo sui termini. A me risulta difficile distinguere la lingua materna come semiotica e il linguaggio simbolico come legge del padre… la lingua e il simbolico sono per me originariamente “lingua madre”, anche se poi nelle radicalizzazioni del logos sembra andare perduto quel legame originario e insieme la capacità di continuare a operare quella “creazione infinita della creatura”, che, sono d’accordo con te, spetta all’immaginazione, intesa come attività immaginativa, che è qualcosa di diverso da quello che chiamo “l’immaginario”, dove si depositano in modo statico e sterile significati già svuotati nel tempo, ma spesso, purtroppo, ancora capaci di determinare in modo del tutto inconscio la visione della cosiddetta realtà. Quanto al mio dialogo, è vero, è con quell’estraneità interiore che non ha avuto ancora accesso alla dimensione simbolica… ma il dialogo servirebbe proprio a questo… utopia? illusione? boh!

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    • a volte proprio la fatica di “leggere” qualcosa che per noi abbia un senso in quello che la cultura dominante ci butta addosso, a pezzi in frammenti, ecc. Per questo in fondo ci si riposa un po’ a tuffarsi nel proprio “vuoto” per cercare di estrarne una qualche forma per noi intelligibile…

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