malinconia

 

 

nessun dolore può tenere il passo
con la malinconia
– senza zavorre, vola come la fantasia.

 

 

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di gatti e di moine

 

 

per un po’ non parlatemi di gatti
che poi non è neanche colpa loro
se hanno lasciato aperto il varco all’obitorio
– lì cinque-sei in deposito
in attesa del fatto operatorio.
dice, ti salvano la vita
l’anestesista è l’ultimo che vedi
– adesso si sentirà… – e chi ha sentito niente
parlava troppo piano
e nelle orecchie si rideva osceno.

 

 

ricordami

 

 

ricordami, se tu te lo ricordi,
com’è guardarsi in faccia
perché non s’indovina mai che cosa c’è
dentro uno sguardo chiuso,
se l’anima o una voglia
o la brutalità – fatti non foste, dice –
ma l’alibi è poesia.

 

 

terra che sei

 

hai cancellato dal paesaggio quello che non ti bagna,
– lo so che preferisci il mare –
e tu – terra che sei – esclusa dalla vista
lo sai che non ci sei?
perché quest’acqua senza approdi
ti sgomenta
come l’insensatezza di annegare
in un fondale asciutto.

 

è già tanto

 

io che non guardo mai figure
e non invento lineamenti
per scagionare ombre e oscurità
da rughe di vecchiaia,
per me, non ho bisogno d’altro
a farmi male
– è già tanto immaginare
di aver desiderato la realtà.

 

 

PAUL CELAN – Lontananze

 

Con lo sguardo nello sguardo, nel freddo,
lasciaci fare questo ancora:
respirando
tessere insieme il velo
che ci nasconde l’uno all’altra,
quando la sera s’appresta a stimare
quanto ancora è lontana,
da ogni figura che essa si dà,
ogni figura che a noi essa presta.

(P. Celan, “Di soglia in soglia”, Poesie, Mondadori 1998, p. 157)

 

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autoritratti

 

non so scrivere a comando
non mi comanda neanche l’emozione
a caldo o a freddo
e poi questa stagione
che non dà punti di riferimento
– sai l’esistenza –
e non è facile capire se ci sei
tra questi autoritratti
nella finzione essere come sei
è sempre immaginare.

 

 

quanto al mio nome

 

ho assunto una posizione di ripiego
per riascoltare ancora le domande
non archiviate
ma ignorate a caldo
e sento scricchiolare alle giunture
voci d’anonimo
senza destinatario
tra fogli malamente accartocciati.
quanto al mio nome,
so che è ancora qui, tra ortica e vento.

 

forse piove ancora

 

resto ad aspettare che finisca questo stato d’attesa
con la sola necessità di tutto quanto è inutile,
che il tempo s’imbavagli, per esempio,
che passi le sue ore senza una ragione,
e senza torti,
tanto non saprò mai dove si trova l’oltre,
né l’altrove,
dove ha nascosto i miei ricordi
una memoria selettiva
che fa il bello e il cattivo tempo nella vita
– come adesso, che forse piove ancora.

 

 

miracoli

 

 

parli ancora del miracolo della fioritura.
ma non lo sai? succede a primavera per natura.

io coloravo l’acqua nelle ampolle
– polveri d’anilina sciolte nell’incolore –
quasi ogni giorno, comunque a volontà.

 
 

 

blade runner

 

appena sottopelle
sotto la stessa luce, la misura
l’identità
l’identica fattura:
anima già suicida e ventre molle
a tutte le prigioni.
la fantasia di vita denudata a festa
approda nell’origine, già stata:
riconsegnare il nome.
che importa l’emozione
– resta sul fondo della differenza –
se anche la morte ha amato del tuo nulla
quello che ti ha carpito in vita:
essere forma, a tempo, di un lavoro in pelle.

 

 

l’arte della decorazione

 

l’umidità di risalita che non si può fermare:
dal fondo di ogni crepa
fioriscono le muffe
tossiche a lungo andare.
ma non rispondo alle chiamate oscure,
meglio raschiarle fino a scomparire.
non sarò mai capace di decorare muri
con quel colore verdognolo fumé.

 

lumen

 

 

devi solo calcolare quanti lumen serviranno
a farla germogliare
qui – dov’è luce scura.
e non dire è artificiale,
la luce è sempre luce
qualunque sia il suo sole.

 

 

de gustibus

 

c’era musica di fondo e parole come didascalia
era bellissima quella scenografia.
e pensare che mancava così poco, e bastava 
non si rimescolassero i colori
con l’arbitrio della casualità.
parlo di estetica per dire
di gusti non graditi alla mia percezione. 
de gustibus,
così la delusione.

 

 

imprecisione

 

quest’aria così viziata
discontinua nei contorni
– sarà il vizio dell’imprecisione –
d’altra parte, la fissità di luce
è già invecchiare dentro un’ossessione.
che qualche cosa sia
più che immaginazione.