cacofonia

ci sei tu e ci cono io
ma non sei tu e non sono io:
l'inesistenza delle singolarità. e noi? tu/ed/io: dunque la somma inesistente della pluralità.
e lei/lui/loro conoscono la legge d'armonia?
perché se c'è chi stona
basta un silenzio, è già cacofonia.
 

q.b.



non sia mai sprecare una parola
e in virtù di tanto spreco
quanto basta
come un pizzico di sale
al condimento della pasta.

non puoi guardare in faccia la poesia
sai che domani sarà già stantia.



stessa lunghezza d’onda

sicuramente c’è un problema d’ombra da affrontare
non si distingue dov’è luce, dove ombra,
non si vede ombra della luce
e luce d’ombra,
stessa lunghezza d’onda.
raccontarsi una lontana parentela
non dà conto dell’impensabile miscela
dalla testa ai piedi,
neanche proforma un filo di vergogna.
come si fa a parlare
se la stessa lingua è una conferma
e le parole un’eco dell’uguale?

 

onnipotenza

della serie “sproloqui”

 
l’arroganza di un alibi bastardo
nato dall’incrocio col pensiero “io lo so”
– pieni poteri all’io –
d’altronde, chiamare libertà
questo volere tutto della voglia
è come rimescolare il dolce col salato
il primo col secondo
e poi ricominciare
a rimpinzare il vuoto.
fare scorta, allora, di altri travestimenti,
mimetismi, simulacri di passioni,
sentimenti – e d’immanenza –
con l’illusione di celare
il vero volto dell’onnipotenza.

 

in questo cono d’ombra

non m’importa sapere se ci sono ancora
– le stelle, dico – che non vedo più lassù
nel buio finto, cieco, dove sarebbero
se non fossimo in città.
l’immaginario vede ciò che vuole
un po’ con la memoria, di più con l’invenzione.
ma poi, davvero, che mi cambia
in questo cono d’ombra che assomiglia a cecità?

 

intanto basterebbe

                                                              della serie “sproloqui”

non ho un’estetica di riferimento
per giudicare della qualità
o un’etica a sostegno
di un personale sentimento
che valuta se è giusto bello o brutto
aspettarsi il rispetto delle identità,
ho però un’ontologica avversione
per chi mi dà farina quando chiedo pane:
la sineddoche ignora la mia fame.
– tu non capisci, è linguaggio di poesia –
è vero, non capisco
quello che non risponde, non dialoga, non parla.
ma se tu non sei tu e io non sono io
allora è solitudine perfetta:
non la molesti mai l’inutile esercizio
che presta ascolto e pone una domanda,
ché non si fa l’analisi del testo
quando intuisci qualche nostalgia.
intanto basterebbe si capisse
se chi parla sa quello che dice
o se dice a se stesso, non volendo,
qualcosa che non sa.

amore/amare

amore, lo sappiamo, è uno sconsiderato
uno che bazzica, da demone qual è,
tra casa tua e gli dèi
ma non sa mai dov’è: amore è cieco,
amore è irresponsabile, un idiota.

e se chiedessi
cosa si intende con il verbo amare?
qualcuno sa che non riguarda amore?

 

tramonti

alla fine diventa anche banale
questo affannarsi intorno alle parole
per dire di tramonti
caduti oltre la linea di orizzonte.
lì non c’è niente, per definizione,
di qua non c’è più niente, per disattenzione.

 

sassi di ghiaia

non ho mai avuto in dotazione
il filo di perle necessario
/quello falso dei vent’anni era finzione\
sarà per questo che in vecchiaia
non trovo perle di saggezza nell’armamentario
tutt’al più, se vuoi, sassi di ghiaia.

 

la poetica dell’insostenibile realtà (per fortuna la pazzia)

Per rendere sopportabile la realtà,
siamo costretti a coltivare in noi qualche pazzia.
(M. Proust)

 

dottore, come mai sto ancora male,
non ha tagliato tutto?
– alla sua età, signora…
con tutto quello che ha passato…
e poi là dentro era l’inferno… –
già, qui dentro, un vero inferno
e questa insostenibile realtà.
così nasce la poetica dell’insostenibile realtà
(per fortuna la pazzia)
come non si sapesse
che non basta un taglio netto e via.
ma che ne sa costui
dell’infelicità senza rimedio
quando incontrare la follia non è un gioco di società.

 

storia di mare

immaginavo il mare intorno a me
ancorata sottocosta
nei lunghi pomeriggi di un’estate breve.
battuta da venti di burrasca
inaspettati
che non so nominare
porto segni di smarrimento.
c’è il mare intorno a me
però non riconosco la stagione.