figurine

 

 

ce l’ho, ce l’ho, mi manca, ce l’ho –
cantilenava il gioco delle figurine –
ma in cambio per le più rare almeno tre.

certe volte ti chiedi il perché di tanto spreco
ma non ha senso contare le mancanze
e le varianti nell’immaginario.

 

 

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visto dal vero

non passa niente da fessure d’ombra
per quante parole presti alla mimesi
la cosa che, manco a dirlo, sembra un’emozione
e chissà cos’è dal vero.
in ogni modo, sempre di storie piccole si tratta,
che se ne parla a fare?
minime storie insoddisfatte
e tutti senza pace
pronti a sgranare inutilmente gli occhi:
vedi? non vedi?
vado? e dove andare?
cosa inventare?
se neanche sai cos’è che si dovrebbe soddisfare.
e tutti gli anni di abbandono,
quelli serviti a te
nel tempo personale
per far cadere un’ultima illusione
tra gli artifici dell’animazione.

ma il cancro di che colore è, visto dal vero?
ci pensavo ieri
mentre ancora trattavo il prezzo di una rosa, rossa, dal fioraio.

 

di gatti e di moine

 

 

per un po’ non parlatemi di gatti
che poi non è neanche colpa loro
se hanno lasciato aperto il varco all’obitorio
– lì cinque-sei in deposito
in attesa del fatto operatorio.
dice, ti salvano la vita
l’anestesista è l’ultimo che vedi
– adesso si sentirà… – e chi ha sentito niente
parlava troppo piano
e nelle orecchie si rideva osceno.

 

 

ricordami

 

 

ricordami, se tu te lo ricordi,
com’è guardarsi in faccia
perché non s’indovina mai che cosa c’è
dentro uno sguardo chiuso,
se l’anima o una voglia
o la brutalità – fatti non foste, dice –
ma l’alibi è poesia.

 

 

terra che sei

 

hai cancellato dal paesaggio quello che non ti bagna
– lo so che preferisci il mare –
e tu – terra che sei – esclusa dalla vista
lo sai che non ci sei?
perché quest’acqua senza approdi
ti sgomenta
come l’insensatezza di annegare
in un fondale asciutto.

 

è già tanto

 

io che non guardo mai figure
e non invento lineamenti
per scagionare ombre e oscurità
da rughe di vecchiaia,
per me, non ho bisogno d’altro
a farmi male
– è già tanto immaginare
di aver desiderato la realtà.

 

 

PAUL CELAN – Lontananze

 

Con lo sguardo nello sguardo, nel freddo,
lasciaci fare questo ancora:
respirando
tessere insieme il velo
che ci nasconde l’uno all’altra,
quando la sera s’appresta a stimare
quanto ancora è lontana,
da ogni figura che essa si dà,
ogni figura che a noi essa presta.

(P. Celan, “Di soglia in soglia”, Poesie, Mondadori 1998, p. 157)

 

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autoritratti

 

non so scrivere a comando
non mi comanda neanche l’emozione
a caldo o a freddo
e poi questa stagione
che non dà punti di riferimento
– sai l’esistenza –
e non è facile capire se ci sei
tra questi autoritratti
nella finzione essere come sei
è sempre immaginare.

 

 

quanto al mio nome

 

ho assunto una posizione di ripiego
per riascoltare ancora le domande
non archiviate
ma ignorate a caldo
e sento scricchiolare alle giunture
voci d’anonimo
senza destinatario
tra fogli malamente accartocciati.
quanto al mio nome,
so che è ancora qui, tra ortica e vento.

 

forse piove ancora

 

resto ad aspettare che finisca questo stato d’attesa
con la sola necessità di tutto quanto è inutile,
che il tempo s’imbavagli, per esempio,
che passi le sue ore senza una ragione,
e senza torti,
tanto non saprò mai dove si trova l’oltre,
né l’altrove,
dove ha nascosto i miei ricordi
una memoria selettiva
che fa il bello e il cattivo tempo nella vita
– come adesso, che forse piove ancora.

 

 

miracoli

 

 

parli ancora del miracolo della fioritura.
ma non lo sai? succede a primavera per natura.

io coloravo l’acqua nelle ampolle
– polveri d’anilina sciolte nell’incolore –
quasi ogni giorno, comunque a volontà.

 
 

 

blade runner

 

appena sottopelle
sotto la stessa luce, la misura
l’identità
l’identica fattura:
anima già suicida e ventre molle
a tutte le prigioni.
la fantasia di vita denudata a festa
approda nell’origine, già stata:
riconsegnare il nome.
che importa l’emozione
– resta sul fondo della differenza –
se anche la morte ha amato del tuo nulla
quello che ti ha carpito in vita:
essere forma, a tempo, di un lavoro in pelle.

 

 

l’arte della decorazione

 

l’umidità di risalita che non si può fermare:
dal fondo di ogni crepa
fioriscono le muffe
tossiche a lungo andare.
ma non rispondo alle chiamate oscure,
meglio raschiarle fino a scomparire.
non sarò mai capace di decorare muri
con quel colore verdognolo fumé.

 

lumen

 

 

devi solo calcolare quanti lumen serviranno
a farla germogliare
qui – dov’è luce scura.
e non dire è artificiale,
la luce è sempre luce
qualunque sia il suo sole.

 

 

de gustibus

 

c’era musica di fondo e parole come didascalia
era bellissima quella scenografia.
e pensare che mancava così poco, e bastava 
non si rimescolassero i colori
con l’arbitrio della casualità.
parlo di estetica per dire
di gusti non graditi alla mia percezione. 
de gustibus,
così la delusione.