il pathos della bellezza

 

«Soltanto un’idea della bellezza come la forma della complessità del mondo, e di noi soggetti nel mondo, può salvare dall’idiozia, dall’annientamento, dall’opaco del male e può rispondere a una esigenza estetica che è anche etica e quindi anche politica. È anche l’insegnamento di Adorno. L’arte non deve sanare le contraddizioni ma compierle portandole all’estremo. In questo modo l’arte può insegnarci la disciplina che costringe il pensiero a pensare contro se stesso, a pensare dunque anche l’impensato.»

(Franco Rella, “Il pathos della bellezza”, in Pathos. Itinerari del pensiero, Mimesis, 2016, p. 62)

 

 

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sparizioni

 

Ho fatto appena in tempo a leggere una breve nota sull’arte, sulla situazione e sul destino dell’arte, sulle sue difficoltà a sottrarsi alla mercificazione – più che una tentazione oggi – che tutto divora e distrugge, in primo luogo la spinta potenzialmente innovativa di questa espressione umana in tutte le sue forme, dall’immagine alla parola al suono. L’arte nel suo rapporto con i nuovi media, il web tra tutti: che fine fa una volta catturata nella rete dei facili consensi, che si consumano, come tutto, nel giro di qualche ora, se va bene?
L’arte oggi, ancora elemento di rottura rispetto al pensiero collettivo dominante o sua tragica conferma? L’interrogativo sulla possibile o avvenuta “sparizione dell’arte” attraverso riflessioni di Benjamin, Baudrillard, Blanchot, Rella, e altri, e il riferimento ad aspetti drammatici dell’attualità.
Ho fatto appena in tempo a leggere prima che la nota sparisse nell’indifferenza generale. Non sia mai che ci si fermi un attimo a riflettere sullo stato della nostra coscienza, perché per me l’arte è soprattutto l’occasione per osservare chi siamo e in quale mondo viviamo.

 

 

ci sono parole

 

Ci sono parole che riempiono la bocca, come quando mordi un maritozzo con la panna e poi ti lecchi i baffi per la soddisfazione. Per me, fatti sempre salvi maritozzo e panna, sono parole indigeribili, indigeste. Per come le si usa, quasi sempre a sproposito, senza sapere in realtà di che si parla.
Ma riempiono la bocca, fanno altrettanto solo gli insulti, le bestemmie. Sarà anche per questo che non mi vanno giù. Per la volgarità gratuita, offensiva per l’intelligenza, di un alibi che non regge alla prova di realtà. Perché questo diventano certe parole al servizio di una nefasta inflazione di coscienza, che vorrebbe celare – e invece svela a chi la sa vedere – arretratezza e primitività.
Quante volte ho sentito anche nel mio ambiente – quello dell’analisi, della psicologia del profondo, ma non solo – l’entusiasmo per l’incontro inaspettato (generalmente nei sogni) con la Magna Mater, con il Vecchio Saggio, con il puer, o con una qualunque delle divinità olimpiche, o con la figura dell’eroe, colui (è sempre un maschio!) che sconfigge una volta per tutte il drago (dell’inconscio = femmina) e sancisce il trionfo dell’Io cosciente sulle forze oscure. Ecco, sto parlando di “archetipi”, modelli arcaici della percezione e dell’immaginazione.
Sono “modelli” e sono “arcaici”. Che ci sarà da entusiasmarsi tanto? Probabilmente è la loro capacità – abilmente sfruttata dal pensiero dominante – di sostituirsi a una percezione realistica e attuale del mondo umano e sociale, anche nei suoi modelli di relazione, proponendo presunte verità eterne e universali: l’alibi, appunto, per non esercitare alcuna critica e per non cambiare niente.

 

 

volevo andare a vedere la partita

 

quando non c’era la tivvù, non mi credete?
c’è stato un tempo che non c’era la tivvù,
per mia fortuna c’ero. anche curiosa.
volevo andare a vedere la partita
allo stadio con mio padre e mio fratello
e invece no: tu sei una femminuccia
devi restare a casa con mammà.
ecco, fu allora che risposi, o forse lo pensai
– perché io da bambina ero educata –
ci credete davvero a ‘sta stronzata?
per quanto mi riguarda, non ci ho creduto mai.
da allora sono passati più di sessant’anni
quasi settanta ormai,
ma se mi guardo intorno è lo sconforto
quando mi sento dire:
e che al cinema o al bar ci vado sola?
è come quando studi un’altra lingua,
il femminismo dico,
non basta una corretta traduzione
o ripetere in coro frasi fatte,
devi pensare per davvero in quella lingua
se la vuoi parlare.

 

 

Iosif Brodskij, Conversazioni

 

 

” […] chiunque si dia da fare per creare dentro di sé un proprio mondo indipendente, è destinato prima o poi a diventare un corpo estraneo nella società e a essere soggetto a tutte le leggi fisiche della pressione, della compressione e dell’estrusione”

 

(intervista a I. Brodskij di Michael Scammell, 1972, in Conversazioni, Adelphi, 2015, p. 39)

 

 

cronaca di uno stordimento persistente

sono quasi le 21 di mercoledì, dopo la mattinata nefasta al Sant’Andrea, dove ho sentito tanto freddo, dopo aver dormito come un sasso dalle 14,30 alle 17,00, aver fatto merenda con un pezzo di crostata e aver preso il caffè, dopo aver bevuto quasi uno dei due litri d’acqua che devo bere ogni giorno, ecco, sono passate le 21 e mi sta tornando una sonnolenza feroce, simile allo stordimento da antistaminici (assunti in vena come pre-medicazione contro possibili reazioni allergiche alle gammaglobuline), queste benedette gammaglobuline che crescono poco e niente, anzi crescono un po’ e poi scendono di nuovo. ma dove vanno a finire? e quante ne dovrò assumere ancora? perché il sistema immunitario mi difenda davvero invece di lasciarmi inerme come sono ancora adesso.  dice che dovrò fare anche una serie di vaccini, antiquesto e antiquello, antitutto. Non sono antivax, certo che no, però sono stanca, non per niente, ma mi sarei un po’ scocciata di queste puntate quindicinali all’ospedale. non mi sono mai piaciuti gli ospedali e poi sono pieni di gente, nei corridoi, nelle sale d’attesa, nel salone del cup. sono pieni di gente che ha parecchio fiato per urlare, è tutto un urlio, un vociare che copre  la voce elettronica del cup. già il cup, hanno cambiato anche la macchinetta per prendere il numero che ti fa saltare la fila, dice, ma con o senza numero io la fila non l’ho saltata mai, anche se avrei i requisiti per una corsia preferenziale, ma sembra, se ho capito bene, che abbiano abolito la corsia preferenziale. proprio adesso che mi spettava,  la mia solita fortuna o come altro la vogliamo chiamare. Chissà se tra quindici giorni avranno spostato, come ogni settimana al Carrefour spostano i prodotti sugli scaffali,  il dh che attualmente è al piano zero, e l’avranno sceso magari al piano -3 dove adesso è migrato il bar che faceva comodo anche lui al piano zero, sai per le merendine e l’acqua, che non è mai quella liscia che voglio io, ma sempre frizzantina, che mi fa schifo. Ma tanto al piano -3 io non ci vado, con tutti quegli ascensori che non si sa dove ti portano e se ti perdi, sei perduto.

 

 

postilla

 

 

“La” malattia è anche scrematura: perdono valore molte cose che ti sembravano importanti; ne riconosci la superfluità, puoi farne a meno, a volte devi, ma non hai rimpianti. E così ti riduce all’osso – no, non per dimagrimento – ma perché c’è tanto nella vita che proprio non merita attenzione.
Eppure c’è anche altro a cui non avresti mai pensato, e la conoscenza è sempre un valore aggiunto, anche quando è una scheggia di dolore.
Parafrasando Ungaretti – mi si perdoni il paragone – “la” malattia è come la poesia, “porta in sé un segreto”, il segreto (svelato) di chi resta e di chi va.

 

 

poi mi faccio delle idee

 

 

poi mi faccio delle idee che non mi fanno bene, non mi fa bene dover pensare che ci sia di peggio, peggio del cancro, dico, che non mi ammazza a breve, e che mi ammazzi, invece, questa vita.
che scoperta! – dice una voce nella mia coscienza –
ma io non intendevo in questo senso, che si muore lo so già e non mi fa paura, mi terrorizza vivere così, vivere in questo modo, in questo mondo, ma non è nemmeno questo, che alla fine neanche mi fa paura e non mi terrorizza: mi sradica, mi estenua, mi consuma, mi porta via da me, mi lascia qui senz’anima, esanime, espropriata di quel poco di umano che mi resta. qualcuno sa l’umano dove sta di casa?
se mi lasciassi crescere le unghie e camminassi a quattro zampe, forse starei meglio a (con)vivere nel bosco con un branco di ungulati. con le lingue non ho avuto mai problemi, sono sicura che imparerei anche a grufolare. quanto al cibo, si fa presto ad assuefarsi a un nuovo regime alimentare.

 

 

ingombrante

 

minuscolo, ma ingombrante, a volte mi distrae,
per le sue storie, i suoi malanni e piccoli malori
eppure di pesantezze qui ce n’è d’avanzo.
ci sarebbe da dire delle banalità e gli orrori
sbattuti in faccia senza parsimonia
ovunque
non sempre decifrati
ma peggio ancora quando sai perché
succede questo e quello
succede e sai perché il dolore è rabbia
per questo fallimento
dell’occasione offerta da una casualità :
è stato il caso a fare la coscienza
ma dopo
dopo è l’ingombro anomalo dell’io
a farci responsabili se è storia d’incoscienza.

 

 

cos’ero?

qualche rimpianto e qualche punto di domanda

ricordo bene la forza nelle mani e queste braccia magre – ti ricordi? –
a sollevare pesi, come quel frigo, in due, per le scalette ripide in Toscana
o tavoli di rovere e poltrone, o io da sola a portare di sopra la tivvù.
adesso non apro scatole di tonno e l’acqua minerale,
e l’altra sera mi è caduta la pentola di pasta, meno male non addosso – con l’acqua bollente sono guai.
ma dimmi, secondo te, ci ho guadagnato con questa maledetta debolezza
che mi fa dire sono menomata, ci ho guadagnato in femminilità?
perché le donne, si sa, non sono forti, le donne sono dolci e delicate,
chiedono aiuto, vogliono protezione:  «sorreggimi, che cado»
«non temere, cara, sono qui»
e allora io cos’ero fin da tanto tempo fa quando cambiavo la gomma se bucavo,
quando bucavo il muro con il bosch, quando aprivo il pc e aggiungevo ram
o cambiavo l’hard disk che non girava più?
quando stringevo nelle mani la libertà di essere e sapermi non inetta,
dimmi, cos’ero?
dimmi, cos’è per te la femminilità?

 

 

consapevolezza e creatività

Introduzione

In qualunque cosa diciamo, scriviamo o facciamo, e nel modo in cui lo facciamo – il contenuto e la forma delle nostre parole e azioni – si esprime, che lo si sappia o no,  la nostra visione del mondo, la nostra personale filosofia di vita.
Naturalmente, forse per la mia (de)formazione professionale, ritengo essenziale essere quanto più possibile consapevoli delle implicazioni delle nostre azioni, perché tutto quello di cui non abbiamo coscienza tende a riproporsi in maniera autonoma, al di fuori del nostro controllo, e a trasformarsi in una sorta di automatismo che, in quanto tale, e quanto più ci riconosciamo in esso (nel nostro gergo si direbbe quanto più è “egosintonico”), ci impedisce di collocarci a quella distanza da noi stessi utile e necessaria per assumere un atteggiamento critico (nel senso etimologico del termine), in una parola ci impedisce di evolvere, anche nelle nostre abitudini di pensiero. E di assumerci la responsabilità di quello che diciamo/facciamo e degli effetti che produciamo: se non ne siamo consapevoli, noi semplicemente “facciamo” e lo facciamo sempre nello stesso modo, senza renderci conto, se non a posteriori, del significato e delle conseguenze della nostra azione.
A me pare che tutto questo abbia un rapporto stretto anche con l’attività creativa.
Non voglio certo dire che un artista debba avere una coscienza chiara del “significato” di ciò che crea, ammesso e non concesso che un’opera possa avere un significato nel senso ingenuo e riduttivo di poter “tradurre” il suo carattere allusivo, il suo “mistero”, la sua complessità, nel discorso lineare della logica razionale ordinaria; voglio dire, invece, che l’artista potrebbe usare la propria creazione, come farebbe qualunque fruitore o lettore della sua opera, come un’opportunità di riflessione su se stesso e sulla “domanda” che l’opera gli pone, sia sul piano del contenuto che su quello formale. In questo modo, attraverso il suo “testo”, l’individuo creativo potrebbe interrogarsi sulla propria visione del mondo: sulla relazione che intrattiene con se stesso, in primo luogo, e con il mondo dell’Altro. La sua opera diventerebbe così occasione di crescita, personale e artistica, liberandolo dalla ripetizione dell’uguale: dalla coazione a comporre 700 volte lo stesso concerto, come dicevano di Antonio Vivaldi  musicofili non particolarmente appassionati di musica barocca (per la cronaca, io adoro Vivaldi!).
Un pregiudizio ricorrente vede però in questa consapevolezza, come nell’esperienza di analisi, un nemico della creazione artistica, un ostacolo alla libertà creativa. La mia impressione è che qui entrino in gioco altri elementi che meritano attenzione, come la profondità del livello psichico da cui l’individuo attinge per la sua creazione e la pervasività della sua dimensione “nevrotica” personale, oltre all’idea, da tempo superata nella riflessione e nella prassi degli addetti ai lavori, ma ancora diffusamente presente nel pensiero comune, di cosa sia l’analisi e quali siano le sue finalità…

(il discorso continuerà con ulteriori approfondimenti, anche in risposta ai feedback e agli stimoli che riceverà questa introduzione)

 

«vivere da uomini»

 

 

ANTONIO GRAMSCI, Quaderni del carcere, 1948/51 (postumo).

Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stessi il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e tutti, sforzarsi di capire, ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte, penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, di volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore in modo da essere pronti, secondo le necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato.

 

 

 

follow-up

 

 

due anni di controlli ogni sei mesi, ci guardiamo insieme l’emocromo senza guardarci in faccia e te ne vai pensando questo è il follow-up: con i clienti nuovi sotto chemio qui è cominciato un altro giro, un minuetto, la danza delle ore, le ore contate nell’attesa, sala d’attesa piena, ma quanti siamo in attesa di vivere o morire?!
l’ultima volta sono spariti gli anticorpi, ma erano già spariti tempo fa, per effetto (un paradosso) di anticorpi specializzati che per due anni ti hanno tenuto in vita, e allora diamogli giù di gammaglobuline, perché lei, signora, è a rischio, ma senza dire il rischio né cosa succede, e quindi esageriamo un po’: cinque boccette in vena tutte insieme  – e io che ne so? –  cinque come i giorni successivi d’emicrania e debolezza, formicolii, dolori e stordimento e piano piano quella stasi ematica, non si sa dove in corpo, temo lì dove batte forte sulla fronte – quello è il lobo frontale santo dio! – e poi nell’occhio a farti esplodere una vena e il sangue diventato scuro e denso come blob.
venti giorni dopo, senza chiederti nemmeno «come sta?»,  dice: prego si accomodi che facciamo il bis, ma che ha fatto all’occhio?
no, io non mi accomodo per niente, dico, voi siete pazzi irresponsabili,  io no (sarà perché la vita è mia): con l’iperviscosità lo sa, dottore, ci si muore!

tralasciando per un attimo il rischio della vita, che pure non è cosa secondaria, c’è tutta l’amarezza di un abbandono e un tradimento e, come sempre accade in questi casi, non ci si fida più.
documentarsi, allora, sempre, fidarsi dell’intuito e dell’istinto, decidere da sé, quando non è possibile affidarsi a chi non ha coscienza e  scrupolo a fregarsene di te.

 

 

questa non è poesia

                                               questa non è poesia, è dolore e rabbia

 

Prima ho scherzato un po’ per tentare di sollevarmi l’anima da terra, ma non riesco a non pensare al danno che ci ha fatto e continuerà a farci l’idiozia. È conseguente e connivente, per esempio, versare lacrime in forma di “poesia” per qualche amore immaginato o per il mare dell’eternità, quando c’è qualcuno in questo mondo che ingabbia dei bambini, strappati alle famiglie: sono migranti, sono illegali, sono indesiderati.
L’occhio sinistro è rosso del mio sangue che offusca un po’ la vista (e fa paura), ma non distoglie lo sguardo dall’orrore di chi fomenta l’odio per sete di potere, dalla violenza, l’ignoranza, l’arroganza che urlano livore contro i diseredati, e contro tutti coloro che si riconoscono nei valori della civiltà e nel rispetto dovuto a ogni essere umano.
Per tutto questo dobbiamo ringraziare la stupidità, che irresponsabilmente ancora tace.

 

 

Maurice Blanchot

 

 

M. Blanchot a proposito di Kafka e dell’arte:

 

«L’arte è anzitutto la coscienza dell’infelicità, non la sua compensazione. Il rigore di Kafka, la sua fedeltà all’esigenza dell’opera, la sua fedeltà all’esigenza dell’infelicità, gli hanno risparmiato quel paradiso delle finzioni in cui si compiacciono tanti deboli artisti che la vita ha delusi. L’arte non ha per oggetto dei sogni, né delle “costruzioni”. […] L’arte è la coscienza di “questa infelicità”. Descrive la situazione di colui che si è perduto, che non può più dire “io”, che nello stesso movimento ha perduto il mondo, la verità del mondo, e appartiene all’esilio, a quel tempo dell’angoscia in cui, come dice Hölderlin, gli dei non sono più e non sono ancora»

(Lo spazio letterario, p. 58)

 

 

 

dialoghi con…

 

 

come stai?

e me lo chiedi proprio tu…?!

mi eri sembrata stanca…

stanca, sì, ma soprattutto amareggiata e arrabbiata, con tutto quello che succede, tra governi che non si fanno (spero), ministri poco rassicuranti, fascisti psicopatici, imbecilli telecomandati, barbarie, incultura, giovani alla deriva, donne massacrate dall’amore (!!), lavoratori morti di lavoro (!!) e poi tutti quelli che in troppe teste vuote sono diventati oggetto di qualche –fobia (persecuzione)… e, per non farsi mancare niente, ci sei tu che mi vuoi ammazzare…

no, no, io non voglio ammazzare nessuno: semplicemente ti porterò via quando sarà il momento… non ci crederai… te lo volevo proprio dire… per te provo un po’ di pietà…

e no, eh! ti ci metti pure tu: più devastante della malattia è la pietà che ti fa morta prima che morte sia…

– e adesso facciamo anche le rime! su, andiamo a riposare, che si fa tardi.

tardi per che che cosa? hai fretta? io non ho impegni per domani, vattene tu a dormire e trova pace…

sì sì, riposa in pace!

 

 

 

 

nonessere

 

 

 

temo di nonessere, perché, come tu sai,
non sei se non ti riconosci in qualche specchio,
anche solo un frammento di bicchiere,
o nell’occhio di qualcuno che ti veda
– che se non c’è, non c’è  –

temo di nonessere, dicevo, e non so più che fare…
…non ti aspettare niente – dice – e tu, in fondo,
cosa volevi fare?

 

 

 

 

 

dimora

 

 

 

per ospitarlo ho preparato una dimora.
non aspirava a tanto
ma il desiderio arcaico della tana
madre_rifugio per consegnare al grembo
questi tagli – anche qui affondano le lame
come se fosse carne –

sembrava niente – dice – volatile com’è.

per questo in questa tana
faccio dimora al suo dolore, di spirito fratello