su questa piana

 

 

 

 

su questa piana dove secca l’ironia
soltanto passi assicurati al vento:
so che il significato è sempre contromano
al sole a picco

 

 

 

 

 

 

 

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volevo giocare alle parole

 

 

 

Volevo giocare alle parole – aprire un varco nell’indistinzione, perlustrare bordi sconosciuti, sconfinare, poi ritrovarsi in tasca lo sgravio dell’assenza e sospensione provvisoria della pena: assistere le doglie e dare un volto al figlio che sarebbe stato il prologo in effigie di un pensiero nascituro, e infine dargli un nome.
Ma ho incontrato un altro gioco, senza interesse a questa lallazione – dell’anima, che esercita il linguaggio per dire di se stessa, di come accade il mondo alla sua vista, della sua stessa cecità, non della mia o della tua emozione.
Lei non ha complici di viaggio, né consanguinei disposti ad ascoltare il brontolìo di un sentimento strano, incauto, d’incertezza – privo d’incanto, indelicato, senza sapore di prelibatezza. Perché l’io non si allontana volentieri dal témenos protetto dove si gioca a chi sa dire meglio quelle che tutti hanno sentito già – parole che seducono all’ascolto e all’emozione. E collaudate strategie d’ingaggio: il senso di incolmabile mancanza, frustrazione e vuoto, e nostalgia di altrove immaginari, e la bellezza eterna della caducità: come si fa a non accorrere in soccorso di chi corteggia in solitudine tanta profondità?
A questo gioco vince facile la voglia di potere, ben nascosta, per chi non sa vedere, in pillole indorate di reciproca finzione.

Io volevo solo giocare alle parole, ma era una fantasia d’onnipotenza: il desiderio di autenticità.

 

 

 

 

 

anti_patìa

 

 

ho sentito tante volte parlare la poesia
di malinconia, rimpianto, nostalgia
– scusa, ma chi ti è morto?

*

per qualcuno è facile coprirsi gli occhi
e non vedere da ogni parte orrore
– basta parlar d’amore e di ciliegi in fiore

*

ecco la radice comune di fratellanza
e, se del caso, sorellanza poetica:
l’insopportazione
di un’insopprimibile mancanza

 

 

 

 

a teatro

 

 

e poi mi pento di aver detto
cos’è, cosa non è, cosa mi affligge.

– cosa?

di aver lasciato fare all’ego.

– non ci badare, è solo un altro ismo
e qui a teatro è pieno.

ma non lo sai che oggi ci saranno
ancora due posti vuoti in prima fila?

 

(ai morti di lavoro

 

umani

 

 

 

 

di questo mondo mastico bocconi
amari, di amarissimo veleno
che non può dare assuefazione o immunità,
eppure, vedo coscienze ignare d’insolvenza
fare naufragio dentro il fallimento
di ciò che si poteva e, dico, si doveva
– per fedeltà all’impegno a diventare
quel che saremmo stati : umani.

 

 

 

 

 

il brutto e il bello

 

 

sembra impossibile, ma siamo ancora qui:
ieri era inverno e si piangeva il morto
adesso l’equinozio: un’altra primavera!
come se fosse brutto riposare
e tempo perso
il sonno necessario per sognare.
è che nel buio girano fantasmi
e ancora trema la paura di finire,
ma tu “non disperare: se la fine è prossima, anch’essa passerà”*

[*il verso in corsivo è tratto da “Narrativa” di Mark Strand]

 

 

 

 

 

 

ma di che parla la poesia?

 

1.

ti ho vista rovistare l’ombelico
fino in fondo
ma tu, sorella, sollevi mai la testa
per guardarti intorno?

 

2.

c’era tutto quella sera – anche al mattino –
l’erba, la terra, i crochi, le viole
il sole un po’ nascosto, eh… la luna
sicuramente inargentava il mare
– e sottocosta naviga l’amore.
intanto dalle stelle grandina bellezza
e piovono rovesci di emozione

– come lo dici ai senzatetto
d’immaginarsi la tua primavera?

 

 

 

 

 

nota

calamaio-cornici-10

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

 

e stiamo a sbatterci in questa confusione
disavanzi delusi
a rigirarci nelle cose note
la nota della spesa e i mercatini dell’usato :
chi trova scampoli che sembrano un amore
chi compra stati di parasonnia
– come i sonnambulismi della poesia* –
c’è chi svende pezzi antiquati di ragione
per liberare spazio
dall’ingombro di coscienza e umanità.

 

[*Wallace Stevens]

 

 

 

l’iguana

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(K. Malevich, Black Square)

 

 

mi accorcio – come fa l’iguana
per sopravvivere a mancanze e carestia –
quando scarseggia la provvista
del pane secco che ogni sera bagno
in due sorsate d’acqua e latte
che riscaldo.

ero già poco
e so che prima o poi – se mi riduco ancora –
scomparirò in un punto
uno qualunque del mio quadrato nero.