Cose d’agosto

ancora Wallace Stevens, da Aurore d’autunno.
Un testo da studiare…

scrivere per immagini

VIII
Quando fu che le particelle diventarono
L’uomo intero, e i caratteri e le credenze divennero
Carattere e credenza e le differenze presero
Differenza e fu tutt’uno? Dovette essere
Alla presenza di una solitudine dell’io,
Un’espansione e l’astrazione di un’espansione,
Una zona del tempo senza il ticchettio dell’orologio.
Un colore che si mosse grazie all’oblio.
Quando fu che udimmo la voce dell’unione?

Fu forse quando, seduti nel parco, l’arcaica forma
Di una donna con una nuvola in spalla
Si levò contro gli alberi e poi contro il cielo
E il senso dell’arcaico ci toccò d’un tratto
In un movimento nei tratti della somiglianza?
Alla vista ci somigliavamo.
Il colore smemorato dell’autunno
Era pieno di tali forme arcaiche, giganti
Del senso, evocanti la stessa cosa in molti uomini,
Evocanti uno spazio arcaico, dileguantisi
Nello spazio, lasciando solo il contorno della sagoma
Di quell’essere impersonale, il viandante,
Il padre, l’antenato, il signore…

View original post 17 altre parole

Annunci

Wallace Stevens – Una sera qualunque a New Haven

(da Aurore d’autunno, a cura di Nadia Fusini, Adelphi, 2014, pp. 221-223)

XXXI

I significati meno leggibili del suono, i minuscoli rossi
Non sempre percepiti, le parole più leggere
Nel rullio grave del linguaggio, gli uomini interiori

Dietro gli scudi esteriori, le pagine della musica
Negli scoppi del tuono, candele accese alla finestra
Quando giunge il giorno, bava di fuoco nel moto ondoso,

Guizzi di minuzie in infime minuzie
E l’eccitazione universale dai busti di Costantino
Alle fotografie del defunto presidente, Mr. Vuoto,

Sono queste le prove e le riprove della forma finale,
l’attività brulicante delle formulae in cerca
Dell’affermazione diretta o indiretta, mirata,

Come una sera evoca lo spettro del viola,
Un filosofo s’esercita al piano,
Una donna scrive un biglietto e lo straccia.

Non è nelle premesse che la realtà
Sia solida. Forse è un’ombra che attraversa
La polvere, una forza che attraversa un’ombra.

 

Wallace Stevens

Celle qui fût Héaulmiette

(da Aurore d’autunno, a cura di Nadia Fusini, Adelphi, 2014, p. 111)

Nei primi caldi della primavera,
Nel luccichio della cicuta,
Tra gli alberi spogli e storti,
Al freddo lei trovò soccorso,

Come dal nulla un significato,
Come la neve prima che si squagli
E si riduca in pozze,
Come un riparo non in arco

Ma in cerchio, non nell’arco
Dell’inverno, ma nel cerchio intatto
Dell’estate, sull’orlo ventoso,
Affilato nell’ombra di ghiaccio in cielo,

Blu nonostante questo e bianco e duro,
Ma con l’acqua che scorre nel sole,
Guarnito d’oro e di lamé ma stinto,
Un’altra volgarità all’americana.

In quello scudo naturale lei s’infilò,
Signora di un’idea, figlia
Di una madre con braccia vaghe,
Mutilate, e d’un padre con la barba a fuoco.

 

L’uomo di neve – Wallace Stevens

 

Si deve avere un animo d’inverno
Per contemplare questo gelo e i pini
Con le rame incrostate dalla neve;

E avere avuto freddo lungo tempo
Per guardare i ginepri irti di ghiaccio
I rudi abeti nel brillìo remoto

Del sole di gennaio; e non pensare
D’alcun duolo nel gemito del vento,
O nel suono di queste poche foglie,

Voci di una regione visitata
Da quel vento che sempre
Sibila sullo stesso nudo luogo

Per chi ascolta, chi ascolta nel nevaio,
E nulla in sé medesimo, contempla
Là quel nulla che è e che non è.

°

Traduzione a cura di Renato Poggioli, tratta da Wallace Stevens, Mattino domenicale e altre poesie, Torino, Einaudi, “Nuova collana di poeti tradotti con testo a fronte”, I ediz., 1954.
Questo  e altri testi di Wallace Stevens si possono leggere sul blog “La poesia e lo spirito” ai seguenti link:  parte prima  e  parte seconda

 

Distanza – di Cristina Bove

 

Distanza

Dalle cose del mondo
e dai proclami-lame su misura
benché si affievolisca ogni rivalsa
andare via
lontano da tristezza e malamore
ché non si torna indietro
se già si apprese a proseguire
a desideri spenti e dell’amore
poche parole appena percettibili
quasi tacere.

tratta da La simmetria del vuoto, Arcipelago Itaca, 2018

 

sparizioni

 

Ho fatto appena in tempo a leggere una breve nota sull’arte, sulla situazione e sul destino dell’arte, sulle sue difficoltà a sottrarsi alla mercificazione – più che una tentazione oggi – che tutto divora e distrugge, in primo luogo la spinta potenzialmente innovativa di questa espressione umana in tutte le sue forme, dall’immagine alla parola al suono. L’arte nel suo rapporto con i nuovi media, il web tra tutti: che fine fa una volta catturata nella rete dei facili consensi, che si consumano, come tutto, nel giro di qualche ora, se va bene?
L’arte oggi, ancora elemento di rottura rispetto al pensiero collettivo dominante o sua tragica conferma? L’interrogativo sulla possibile o avvenuta “sparizione dell’arte” attraverso riflessioni di Benjamin, Baudrillard, Blanchot, Rella, e altri, e il riferimento ad aspetti drammatici dell’attualità.
Ho fatto appena in tempo a leggere prima che la nota sparisse nell’indifferenza generale. Non sia mai che ci si fermi un attimo a riflettere sullo stato della nostra coscienza, perché per me l’arte è soprattutto l’occasione per osservare chi siamo e in quale mondo viviamo.

 

 

visite di cortesia

 

 

vorrei che fosse diventata bianca
questa chioma rada – sono gusti personali –
a incanutire, invece, è il tempo
e le parole che passano accanto a queste ore
a fare visite di cortesia.
non offro neanche un tè, che non mi piace affatto,
ci salutiamo e via: fuori di qui – direi e non dico –
è che non serve quest’aria da salotto
alla mia reclusione.

 

e proprio questo è il punto

 

e tu chi sei? che mi intravedo appena
ma riconosco i tratti soliti invecchiare
intorno a sconosciute, impensate finora,
ruvidezze
di fattura artigianale, ineleganti
ma insofferenti alla retorica volgare.
dice che con l’età s’incancrenisce
– come un incattivire –
quello che hai trascurato di vedere
ma mi pareva di averla vista bene
l’unica fede
in un gioco possibile – pensavo – ma extraumano
senza scomodare
mal/intesi sentimenti
compromessi con l’emotività.
e proprio questo è il punto : come ogni fede
è proprio lei che abbaglia
malata cronica, com’è, di cecità.

 

lingua morta

 

 

se parli come una lingua morta
– resuscitata, ma disadattata –
nessuno capirà, se mai qualcuno avrà sentito.
d’altronde non c’è curiosità
che ti ripaghi
né la restituzione d’altri pegni.
come quei segni impressi nell’argilla
finché non li decifri, dopo saranno pietra.

 

 

quanto fa strano

 

 

quanto fa strano questo silenzio insolito al mattino
qui, dove né albe né tramonti fanno testo
per ricordarsi di un piccolo destino.
viene voglia di camminare sulle punte
senza lasciare tracce sul terreno
già tanto ingombro della sonorità
frenetica di tacchi
che non servono a (s)lanciare verso il cielo,
solo battere il tempo
indaffarato
a (s)correre più in fretta.
forse loro sanno che la velocità
rallenta la misura.

 

 

ci sono parole

 

Ci sono parole che riempiono la bocca, come quando mordi un maritozzo con la panna e poi ti lecchi i baffi per la soddisfazione. Per me, fatti sempre salvi maritozzo e panna, sono parole indigeribili, indigeste. Per come le si usa, quasi sempre a sproposito, senza sapere in realtà di che si parla.
Ma riempiono la bocca, fanno altrettanto solo gli insulti, le bestemmie. Sarà anche per questo che non mi vanno giù. Per la volgarità gratuita, offensiva per l’intelligenza, di un alibi che non regge alla prova di realtà. Perché questo diventano certe parole al servizio di una nefasta inflazione di coscienza, che vorrebbe celare – e invece svela a chi la sa vedere – arretratezza e primitività.
Quante volte ho sentito anche nel mio ambiente – quello dell’analisi, della psicologia del profondo, ma non solo – l’entusiasmo per l’incontro inaspettato (generalmente nei sogni) con la Magna Mater, con il Vecchio Saggio, con il puer, o con una qualunque delle divinità olimpiche, o con la figura dell’eroe, colui (è sempre un maschio!) che sconfigge una volta per tutte il drago (dell’inconscio = femmina) e sancisce il trionfo dell’Io cosciente sulle forze oscure. Ecco, sto parlando di “archetipi”, modelli arcaici della percezione e dell’immaginazione.
Sono “modelli” e sono “arcaici”. Che ci sarà da entusiasmarsi tanto? Probabilmente è la loro capacità – abilmente sfruttata dal pensiero dominante – di sostituirsi a una percezione realistica e attuale del mondo umano e sociale, anche nei suoi modelli di relazione, proponendo presunte verità eterne e universali: l’alibi, appunto, per non esercitare alcuna critica e per non cambiare niente.

 

 

specchio delle mie brame

in fondo neanche serve una diagnosi del male
che contagia
a non distinguere
impietose suggestioni
d’essere io senza un’identità

specchio, specchio delle mie brame
– non rispondere, so già
che questo io è il più bello del reame.

°

si fa presto a dire quand’è nato
ma venire al mondo
non è come si crede
– neanche il vagito basta
alla vitalità.

sai quale fantasia raccoglie
prima che tocchi terra
il tuo progetto di singolarità?

 

 

come sono i giorni

 

 

come un dolore al fianco acuto ma costante
e l’abitudine adattata a nuove percezioni
l’assuefazione
non sente più lo strappo
alla continuità d’essere stata storia
ma discontinuità della memoria
e nei frammenti ripercorre i bordi
di fallimenti
prove di partenze e prove di ritorni
ad altre permanenze, come sono i giorni.