invisibile

 

 

sarei rimasta invisibile davvero
a ogni inopportuna indiscrezione
invece quel ritratto
inverosimile
a colori e in bianco e nero
ha lasciato tracce
di memoria: è ancora tutto qui.
so che è un diritto scomparire,
ma come esercitare su di me
il meccanismo dell’oblio?

 

 

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rarefazione

da junghiana pentita
(ma hillmaniana non lo sono stata mai)

 

bisogna essere allenati alle partenze,
ai cambiamenti d’aria
se più fina –
e ovunque sia è più fina
quando dalla città
risali alla collina e un poco ti stordisce,
rarefatta,
corpo sottile senza densità.
se ci credessi – ma si sa che non ci credo –
direi che in quella forma evocativa
– quasi una nebbiolina –
si aggira ancora l’anima del mondo:
vecchia signora  – anima mundi
impegnativa,
che per carenza di concentrazione
il suo respiro è affanno.

 

volevo andare a vedere la partita

 

quando non c’era la tivvù, non mi credete?
c’è stato un tempo che non c’era la tivvù,
per mia fortuna c’ero. anche curiosa.
volevo andare a vedere la partita
allo stadio con mio padre e mio fratello
e invece no: tu sei una femminuccia
devi restare a casa con mammà.
ecco, fu allora che risposi, o forse lo pensai
– perché io da bambina ero educata –
ci credete davvero a ‘sta stronzata?
per quanto mi riguarda, non ci ho creduto mai.
da allora sono passati più di sessant’anni
quasi settanta ormai,
ma se mi guardo intorno è lo sconforto
quando mi sento dire:
e che al cinema o al bar ci vado sola?
è come quando studi un’altra lingua,
il femminismo dico,
non basta una corretta traduzione
o ripetere in coro frasi fatte,
devi pensare per davvero in quella lingua
se la vuoi parlare.

 

 

lo diceva anche Céline

 

chissà se poi si vendono all’ingrosso
o solo al mercato nero
in traffici sottobanco taxfree
perché ne ho viste, spuntano ogni giorno,
fabbriche di memoria
roba di lusso – e frusciano le sete –
oppure qualche straccio di pietà.
sottintesa ogni volta c’è una storia
poco importa che ci sia contraddizione
tra oggi e l’altroieri
tra vite raccontate e la realtà.
solo la trama, lo diceva anche Céline,
per molti è ciò che conta: è lì la commozione
e te la porti a casa
come un cespo di verdura di stagione.

 

 

com’è giusto che sia

 

non è rimasto quasi niente, com’è giusto che sia
per me che non ho lasciti da fare
e neanche proiezioni di valore
su cose già archiviate
con l’etichetta dei ricordi
o d’invenzione.
adesso ho pure smesso
di catalogare
e il mio disordine lo lascio lì com’è.
ci sarebbe da riordinare un’altra stanza
ma non merita che ci si metta mano:
è dove si è riempito di sciocchezze
il vuoto che ha lasciato ogni mancanza.

 

catechesi

 

imparentati con la stessa madre
– lei, come si sa, sragiona –
anche i figliastri non li vedo bene
– eros, dico, sesso, amore
o la passione, pathos, con punte di dolore –
poveretti, sempre confusi con un pizzo di mutanda
come fosse solo lì, nella banalità
– “uomini e donne” ormai ha fatto scuola –
l’esercizio quotidiano di emozione.
ognuno scelga la palestra che gli aggrada
e i muscoli che vuole rassodare,
però sarebbe onesto si astenesse
dal farne catechesi, ché non è una religione.

 

 

e così via

 

 

e questa storia, a conoscerla
da quando è cominciata fino a qui:
corsi e ricorsi,
ripetizioni,
rivoluzioni, fallimenti
e regressioni
quando non calza la misura di realtà
e il verso contrario
improvviso a volte come il vento,
a volte no, rimonta piano piano
carsico, sotterraneo, finché sfocia
e butta tutto all’aria, secoli e millenni
anche soltanto il giro di due anni:
l’idea che non esista tempo
qui o altrove
e così via.