onnipotenza

della serie “sproloqui”

 
l’arroganza di un alibi bastardo
nato dall’incrocio col pensiero “io lo so”
– pieni poteri all’io –
d’altronde, chiamare libertà
questo volere tutto della voglia
è come rimescolare il dolce col salato
il primo col secondo
e poi ricominciare
a rimpinzare il vuoto.
fare scorta, allora, di altri travestimenti,
mimetismi, simulacri di passioni,
sentimenti – e d’immanenza –
con l’illusione di celare
il vero volto dell’onnipotenza.

 

in questo cono d’ombra

non m’importa sapere se ci sono ancora
– le stelle, dico – che non vedo più lassù
nel buio finto, cieco, dove sarebbero
se non fossimo in città.
l’immaginario vede ciò che vuole
un po’ con la memoria, di più con l’invenzione.
ma poi, davvero, che mi cambia
in questo cono d’ombra che assomiglia a cecità?

 

intanto basterebbe

                                                              della serie “sproloqui”

non ho un’estetica di riferimento
per giudicare della qualità
o un’etica a sostegno
di un personale sentimento
che valuta se è giusto bello o brutto
aspettarsi il rispetto delle identità,
ho però un’ontologica avversione
per chi mi dà farina quando chiedo pane:
la sineddoche ignora la mia fame.
– tu non capisci, è linguaggio di poesia –
è vero, non capisco
quello che non risponde, non dialoga, non parla.
ma se tu non sei tu e io non sono io
allora è solitudine perfetta:
non la molesti mai l’inutile esercizio
che presta ascolto e pone una domanda,
ché non si fa l’analisi del testo
quando intuisci qualche nostalgia.
intanto basterebbe si capisse
se chi parla sa quello che dice
o se dice a se stesso, non volendo,
qualcosa che non sa.

amore/amare

amore, lo sappiamo, è uno sconsiderato
uno che bazzica, da demone qual è,
tra casa tua e gli dèi
ma non sa mai dov’è: amore è cieco,
amore è irresponsabile, un idiota.

e se chiedessi
cosa si intende con il verbo amare?
qualcuno sa che non riguarda amore?

 

tramonti

alla fine diventa anche banale
questo affannarsi intorno alle parole
per dire di tramonti
caduti oltre la linea di orizzonte.
lì non c’è niente, per definizione,
di qua non c’è più niente, per disattenzione.

 

sassi di ghiaia

non ho mai avuto in dotazione
il filo di perle necessario
/quello falso dei vent’anni era finzione\
sarà per questo che in vecchiaia
non trovo perle di saggezza nell’armamentario
tutt’al più, se vuoi, sassi di ghiaia.

 

la poetica dell’insostenibile realtà (per fortuna la pazzia)

Per rendere sopportabile la realtà,
siamo costretti a coltivare in noi qualche pazzia.
(M. Proust)

 

dottore, come mai sto ancora male,
non ha tagliato tutto?
– alla sua età, signora…
con tutto quello che ha passato…
e poi là dentro era l’inferno… –
già, qui dentro, un vero inferno
e questa insostenibile realtà.
così nasce la poetica dell’insostenibile realtà
(per fortuna la pazzia)
come non si sapesse
che non basta un taglio netto e via.
ma che ne sa costui
dell’infelicità senza rimedio
quando incontrare la follia non è un gioco di società.

 

storia di mare

immaginavo il mare intorno a me
ancorata sottocosta
nei lunghi pomeriggi di un’estate breve.
battuta da venti di burrasca
inaspettati
che non so nominare
porto segni di smarrimento.
c’è il mare intorno a me
però non riconosco la stagione.

 

le conversazioni

 

da troppo tempo sto a parlare con i morti di morte prematura
che non erano annunciati – unico indizio, il freddo delle mani.
dunque, c’è solo l’eco a rimandare indietro la mia voce
quando credevo fosse dialogare,
ma niente di speciale, conversazioni di banalità
e tutto il blaterare
su niente di nuovo che riguardi l’uno o l’altro.
c’è del ridicolo in questa situazione
ma il tragico nasconde la precisione di una verità.

 

negata per la poesia

eliminato ogni elemento di disturbo
tornerà tutto come è sempre stato:
cielo stellato
un calice di vino
e un po’ di vento
per le serate della nostalgia.

non darti pensiero d’invitarmi:
sai che non bevo
non mi piace il vento
sono negata per la poesia.

 

non so dire

ci sarebbe tanto da dire e tanto da tacere
in questa confusione tra fantasia e pensiero
tra pensiero ed immaginazione
tra l’irreale e questa privazione di realtà.
l’impresentabile già supera i confini
svela l’orrendo
che tutto nasca da una compulsione.
ma non so dire se le parole siano nate morte
o siano morte dopo.
 

Antonia Pozzi

Sfiducia

Tristezza di queste mie mani
troppo pesanti
per non aprire piaghe,
troppo leggére
per lasciare un’impronta –

tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
parole tue
– altre cose intendendo –
e questo è il modo
della più disperata
lontananza.

A. Pozzi – 16 ottobre 1933

altre qui

 

chiusa

[…]
È la legge di un gioco spietato.
Non sono uomini che muoiono, ma mondi.

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko – Uomini

 

sai quelle volte che fai finta di dormire
invece ti parli addosso.
è questa chiusa,
offende la forma della fine.

 

la macchina del tempo

passato remoto
dove mi ha relegata la macchina del tempo,
passato prossimo, ancora a portata di rimpianto
ma il privilegio non riguarda me.
in tutto questo niente
nell’assenza di presente
non trovo più chi sono stata
non riconosco chi sono diventata.

 

pulizie di pasqua

è ora di sgombrare
l’amaro delle ortiche
l’indigesto di gramigne e bacche,
quelle parole a strascico
su fondali di facile emozione
dove attecchisce un’altra povertà
– qui si arricchisce coi soldi del monòpoli
ma a rendersi ridicoli
si paga pegno con moneta vera.