ho amato nei miei giorni

Parete finestra

a voler dire ancora questa è casa
dovrei ritrovare il mio cartone
le prospettive, gli angoli, il colore
e ricordare quanta libertà
di non avere niente
quanta povertà
ho amato nei miei giorni.

Assonometria

(fotografie ed elaborazioni di luciana riommi)

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per amore di mancanza

 

il senso manomesso delle cose
già basterebbe a chi ci vede poco
ma è troppa carne al fuoco
per non vedere quanto sia ingombrante
la presenza di questo non-amore
– per amore di mancanza.

 

 

blade runner

 

appena sottopelle
sotto la stessa luce, la misura
l’identità
l’identica fattura:
anima già suicida e ventre molle
a tutte le prigioni.
la fantasia di vita denudata a festa
approda nell’origine, già stata:
riconsegnare il nome.
che importa l’emozione
– resta sul fondo della differenza –
se anche la morte ha amato del tuo nulla
quello che ti ha carpito in vita:
essere forma, a tempo, di un lavoro in pelle.

 

 

l’arte della decorazione

 

l’umidità di risalita che non si può fermare:
dal fondo di ogni crepa
fioriscono le muffe
tossiche a lungo andare.
ma non rispondo alle chiamate oscure,
meglio raschiarle fino a scomparire.
non sarò mai capace di decorare muri
con quel colore verdognolo fumé.

 

lumen

 

 

devi solo calcolare quanti lumen serviranno
a farla germogliare
qui – dov’è luce scura.
e non dire è artificiale,
la luce è sempre luce
qualunque sia il suo sole.

 

 

de gustibus

 

c’era musica di fondo e parole come didascalia
era bellissima quella scenografia.
e pensare che mancava così poco, e bastava 
non si rimescolassero i colori
con l’arbitrio della casualità.
parlo di estetica per dire
di gusti non graditi alla mia percezione. 
de gustibus,
così la delusione.

 

 

imprecisione

 

quest’aria così viziata
discontinua nei contorni
– sarà il vizio dell’imprecisione –
d’altra parte, la fissità di luce
è già invecchiare dentro un’ossessione.
che qualche cosa sia
più che immaginazione.

 

 

 

nostos

Ho amato l’irraggiungibile
in tutte le mie nostalgie.
(Nazim Hikmet)

dal presente dove è tutto qui
è facile osservare
l’irraggiungibile della nostalgia.
sulle stesse tracce
questa mimesi
a tempo di poesia.

 

 

contro la metafisica

 

«Se tutti gli enigmi sono risolti, le stelle si spengono.
Se tutto il segreto è restituito al visibile, e più che al visibile,
all’evidenza oscena, se ogni illusione è restituita alla trasparenza,
allora il cielo diventa indifferente alla terra»
(Jean Baudrillard)

 

perdimi di vista
se non capisci dove sta l’osceno.

preferisco l’indifferenza
all’attenzione
in cambio della complicità con l’illusione.

 

 

è noia

 

è noia quando ti guardi intorno e vedi sempre uguali
rappresentarsi cose logore, impacciate
come gesti incapaci di parlare.
c’è anche questo tempo che non passa
e tutto il tempo che hai passato ad affondare
sagome d’intralcio.
se poi ti guardi dentro
tra alta definizione e microspie
non c’è più traccia di nessun mistero.
e adesso che t’inventi?

 

 

formule

 

se ci fossero formule precise
per non buttarsi sempre a indovinare
come volume e superficie
ma non so come chiamare la misura di un sorriso.
hai calcolato mai quanta tristezza ci può stare?

 

 

i nemici del bello

 

I principali nemici del bello e dell’arte sono rappresentati non tanto dal brutto, quanto dallo squallore dell’insignificante, dal piacere regressivo di vedere ritornare quanto già sostanzialmente si conosce e dà perciò sicurezza, dal trionfo della banalità e della chiacchiera, dallo stordimento mentale, dall’inaridimento percettivo ed emotivo, dal virtuosismo fine a se stesso, dalla scarsa efficacia di molti tentativi di far nascere nuove forme di espressione, dalla diffusa tendenza al conformismo e al kitsch e da un’immediata mercificazione del prodotto artistico quale semplice status symbol o bene-rifugio.

(R. Bodei, Le forme del bello, 2a ediz. riveduta e ampliata, Il Mulino 2017, p. 189)

 

 

solitudine assolata

 

pensavo all’insensato girotondo
di tanta solitudine affollata
– come una giostra illuminata ad arte
confonde la coscienza e la realtà –
e a questa mia solitudine assolata
come assolata è l’ora verticale
che non proietta ombre.
questa solitudine assolata,
detta così, sembrerebbe solitudine assoluta.

 

 

non è vero

 

non è vero che non ho cercato altrove,
che non ho immaginato alterità,
non è vero che non ho guardato oltre,
è che le mie illusioni
io le volevo coltivare qui
senza colonizzare
territori inesistenti d’oltremondo.
è una banalità, ma l’ho capita tardi:
la selezione naturale,
a questo mondo,
premia infestanti inutili malerbe.

 

 

una risata mi salverà

 
sentivo l’oppressione nel fondo delle cose
e la pressione a risalire a galla
poi l’imbarazzo di lasciarla fare, l’anima,
che anche a nominarla
basta
per la retorica di qualche vita fa:
s’intrecciano radici
mentre fiorisce dalla stessa linfa
l’identico colore.
in soccorso, insiste un pensiero e la domanda:
i passeri preferiscono la crosta o la mollica?

 

 

non si muoveva un dito

 

ero immobile, ieri, sulla sedia, così ho pensato: “mi sono addormentata”.
ma poi mi sono detta: “sono sveglia”, se sto qui a domandarmi come mai non muovo neanche un dito.
non si muoveva un dito né un’idea.

 

 

se ritorna il freddo

 

 

è ancora presto per dire se ritorna il freddo
se brucerà le ali sulla via di fuga.
intanto nell’attesa, a spolverare la memoria
io non ci pensavo, fa da sé.
e c’è di tutto, che credevi perso,
quello che credevi, e quello che non credi.
personalismi o no – però che noia –
comincia a rinfrescare
l’aria, la sera, e niente.