Wallace Stevens – Una sera qualunque a New Haven

(da Aurore d’autunno, a cura di Nadia Fusini, Adelphi, 2014, pp. 221-223)

XXXI

I significati meno leggibili del suono, i minuscoli rossi
Non sempre percepiti, le parole più leggere
Nel rullio grave del linguaggio, gli uomini interiori

Dietro gli scudi esteriori, le pagine della musica
Negli scoppi del tuono, candele accese alla finestra
Quando giunge il giorno, bava di fuoco nel moto ondoso,

Guizzi di minuzie in infime minuzie
E l’eccitazione universale dai busti di Costantino
Alle fotografie del defunto presidente, Mr. Vuoto,

Sono queste le prove e le riprove della forma finale,
l’attività brulicante delle formulae in cerca
Dell’affermazione diretta o indiretta, mirata,

Come una sera evoca lo spettro del viola,
Un filosofo s’esercita al piano,
Una donna scrive un biglietto e lo straccia.

Non è nelle premesse che la realtà
Sia solida. Forse è un’ombra che attraversa
La polvere, una forza che attraversa un’ombra.

 

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ho indovinato

 

 

ho indovinato
il senso delle ruote
nell’illusione ottica del giro,
ho sciolto qualche enigma con tranello,
ancora non indovino come finisce il gioco:
se sarà di faccia o di profilo
l’incognita del nome.

 

 

Wallace Stevens

Celle qui fût Héaulmiette

(da Aurore d’autunno, a cura di Nadia Fusini, Adelphi, 2014, p. 111)

Nei primi caldi della primavera,
Nel luccichio della cicuta,
Tra gli alberi spogli e storti,
Al freddo lei trovò soccorso,

Come dal nulla un significato,
Come la neve prima che si squagli
E si riduca in pozze,
Come un riparo non in arco

Ma in cerchio, non nell’arco
Dell’inverno, ma nel cerchio intatto
Dell’estate, sull’orlo ventoso,
Affilato nell’ombra di ghiaccio in cielo,

Blu nonostante questo e bianco e duro,
Ma con l’acqua che scorre nel sole,
Guarnito d’oro e di lamé ma stinto,
Un’altra volgarità all’americana.

In quello scudo naturale lei s’infilò,
Signora di un’idea, figlia
Di una madre con braccia vaghe,
Mutilate, e d’un padre con la barba a fuoco.

 

lascito

 

hai registrato tracce
segnalibri
per ricordare i passi
ma è tutta in circolo
la tua liquidità
nei sotterranei della banca dati.

resta un’ora, del lascito del giorno,
tu metti in conto
che hai facoltà di sperperare.

 

sentimenti

 

 

io che ho messo a tacere anche le scarpe,
sai quelle nuove che facevano rumore,
io che parlo così piano che a volte non mi senti,
e tanti altri silenzi,
è lì che hanno riparo i sentimenti.

 

 

se voleranno

 

 

a volte mi pare d’intravedere incroci
dove si va di qua o di là.
senso di perdita, quasi un sentimento,
o un preavviso di posterità.
raccontare una storia riempirebbe i buchi
che l’insonnia ha già svuotato
ma le parole, poi, si sa,
non si sa mai se voleranno.
per me, scelgo il silenzio che non mette ali.

 

 

l’istante

 

cancello l’inutile dal tempo
– la nostalgia, l’attesa, sempre, mai –
di me resta l’istante :
punto d’arrivo
di un inizio senza storia.
perché rimane ancora un senso di durata?

 

 

 

due parole

 

mancano all’appello
neanche tardive o misurate
due parole

spiazzante
come mille parole inappropriate
a non detto o non udito

contro una barriera, sembra muro,
ricade senza eco
come suonare a vuoto.

 

L’uomo di neve – Wallace Stevens

 

Si deve avere un animo d’inverno
Per contemplare questo gelo e i pini
Con le rame incrostate dalla neve;

E avere avuto freddo lungo tempo
Per guardare i ginepri irti di ghiaccio
I rudi abeti nel brillìo remoto

Del sole di gennaio; e non pensare
D’alcun duolo nel gemito del vento,
O nel suono di queste poche foglie,

Voci di una regione visitata
Da quel vento che sempre
Sibila sullo stesso nudo luogo

Per chi ascolta, chi ascolta nel nevaio,
E nulla in sé medesimo, contempla
Là quel nulla che è e che non è.

°

Traduzione a cura di Renato Poggioli, tratta da Wallace Stevens, Mattino domenicale e altre poesie, Torino, Einaudi, “Nuova collana di poeti tradotti con testo a fronte”, I ediz., 1954.
Questo  e altri testi di Wallace Stevens si possono leggere sul blog “La poesia e lo spirito” ai seguenti link:  parte prima  e  parte seconda

 

sincronicità

 

 

senza nessun rumore, né fruscio – l’anima non ha peso –
per questo non so dire in quale forma se n’è volata via.
può aver assunto le fattezze di un volatile qualsiasi
o di uno qualunque degli insetti alati
– come questa cimice atterrata proprio ora sullo schermo del pc –
in ogni modo, lei,  se n’era già volata via:
so quanto pesa la sua assenza, è da allora che non gioco più.

 

 

Paul Celan – L’UNO

 

L’UNO
che mi è rimasto in eredità
segnato con una croce:

intorno ad esso
devo lambiccarmi, mentre tu,
in abito di sacco,
sferruzzi alla calza del mistero.

 

(P. Celan, da “Luce coatta” IV, in Poesie, traduzione di Giuseppe Bevilacqua, Mondadori, 1998, p. 1021)

 

 

il pathos della bellezza

 

«Soltanto un’idea della bellezza come la forma della complessità del mondo, e di noi soggetti nel mondo, può salvare dall’idiozia, dall’annientamento, dall’opaco del male e può rispondere a una esigenza estetica che è anche etica e quindi anche politica. È anche l’insegnamento di Adorno. L’arte non deve sanare le contraddizioni ma compierle portandole all’estremo. In questo modo l’arte può insegnarci la disciplina che costringe il pensiero a pensare contro se stesso, a pensare dunque anche l’impensato.»

(Franco Rella, “Il pathos della bellezza”, in Pathos. Itinerari del pensiero, Mimesis, 2016, p. 62)

 

 

emivita

«Il grido. Sta all’inizio della vita dell’uomo sulla terra. Il grido di caccia, di guerra, d’amore, di terrore, di gioia, di dolore, di morte. Ma anche gli animali gridano; e per l’uomo primitivo grida anche il vento e la terra, la nube e il mare, l’albero, la pietra, il fiume. Ma solo l’uomo si raccoglie attorno al proprio grido, in assenza degli eventi che l’hanno provocato.»

[Emanuele Severino – Il parricidio mancato]

 

 

in un angolo a smaltire l’emivita
a mezza bocca
una mezza verità.
nessuno ha più sentito una parola intera
nessuno sa com’era,
come fu spartirsi dallo stesso grido.