ci sono parole

 

Ci sono parole che riempiono la bocca, come quando mordi un maritozzo con la panna e poi ti lecchi i baffi per la soddisfazione. Per me, fatti sempre salvi maritozzo e panna, sono parole indigeribili, indigeste. Per come le si usa, quasi sempre a sproposito, senza sapere in realtà di che si parla.
Ma riempiono la bocca, fanno altrettanto solo gli insulti, le bestemmie. Sarà anche per questo che non mi vanno giù. Per la volgarità gratuita, offensiva per l’intelligenza, di un alibi che non regge alla prova di realtà. Perché questo diventano certe parole al servizio di una nefasta inflazione di coscienza, che vorrebbe celare – e invece svela a chi la sa vedere – arretratezza e primitività.
Quante volte ho sentito anche nel mio ambiente – quello dell’analisi, della psicologia del profondo, ma non solo – l’entusiasmo per l’incontro inaspettato (generalmente nei sogni) con la Magna Mater, con il Vecchio Saggio, con il puer, o con una qualunque delle divinità olimpiche, o con la figura dell’eroe, colui (è sempre un maschio!) che sconfigge una volta per tutte il drago (dell’inconscio = femmina) e sancisce il trionfo dell’Io cosciente sulle forze oscure. Ecco, sto parlando di “archetipi”, modelli arcaici della percezione e dell’immaginazione.
Sono “modelli” e sono “arcaici”. Che ci sarà da entusiasmarsi tanto? Probabilmente è la loro capacità – abilmente sfruttata dal pensiero dominante – di sostituirsi a una percezione realistica e attuale del mondo umano e sociale, anche nei suoi modelli di relazione, proponendo presunte verità eterne e universali: l’alibi, appunto, per non esercitare alcuna critica e per non cambiare niente.

 

 

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