non parlo mai d’amore

 

quante volte ho pensato che tacere
fosse la meraviglia del parlare:
un silenzio ancora grave di parole
impronunciate, impronunciabili,
non nate
all’interlocuzione.
tutto è possibile,
futuro,
mentre il già detto muore.
per questo non parlo mai d’amore.

 

 

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possibile che ancora?

 

 

ho letto versi ingrati che parlano di morte
malamente
come parlassero d’amore che delude
e non mi piace sentire
amare
parole
di lamento
come se si volesse non morire.
possibile che ancora?

 

 

non è pietra, non è sasso

so che non è pietra, non è sasso
sento che batte, anche se un po’ incostante,
tra costole e altre ossa già invecchiate
comunque batte la sua vitalità,
ma non lo chiamo cuore,
la rima troppo facile è l’amore
e troppo spesso è la banalità.
come se poi la vita la sapesse il corpo,
teatro di pulsioni a metà strada
tra l’obbligo d’istinto  – che non sa –
e la coscienza  – un’ombra.
o la sapesse, la vita, quel teatrino
che ha già assegnato i ruoli alle comparse,
interpreti perfetti del copione
che non dà margine a nessuna libertà.
che a sapere della vita sia soltanto la passione?
ma lì, tra patimento e godimento
c’è sempre confusione.
per me pensavo al gusto d’incontrare,
semplicemente dire: io sono viva, e tu?

alzheimer

 

hai visto? anche tu perdi memoria
delle nostre sere

– quando?

e già, chissà se sono state, quelle sere,
o se le abbiamo solo immaginate

– c’eri anche tu?

oddio, stai peggio di quello che pensavo,
non ti ricordi più le mani nei capelli?

– c’ero anche io?

eravamo noi due. sai, m’imbarazza un po’,
ma mi pare che con noi ci fosse Amore… (?).

 

per quest’attesa

 

 

 

 

aspettando che il silenzio sgravi
di quel peso che mi gonfia il grembo
verrà il momento, e l’ora, e nascerai,
figlia mia di dolore,
concepita in solitudine perfetta
e senza amore
che non sia per te, per quest’attesa
di darti forma, di trovarti un nome.

 

 

 

pensavo

 

 

 

c’è chi parla di speranza, in questa o, per chi crede, in altra vita,
chi nuota nell’oceano delle stelle,
chi sogna d’anima, d’amore, di poesia.
questa è l’infanzia della fantasia e, come vedi, è sempre solo quella.
vorrei che si aprisse un’altra scena
dove fermare la coazione
che ripete identica se stessa
dove trovare scampo, necessario, alla noia di saperla già:
mille volte nello stesso quadro
mille volte all’unico concerto
mille volte ancora lo stesso sentimento
e poche parole in più.

 

 

 

ma di che parla la poesia?

 

1.

ti ho vista rovistare l’ombelico
fino in fondo
ma tu, sorella, sollevi mai la testa
per guardarti intorno?

 

2.

c’era tutto quella sera – anche al mattino –
l’erba, la terra, i crochi, le viole
il sole un po’ nascosto, eh… la luna
sicuramente inargentava il mare
– e sottocosta naviga l’amore.
intanto dalle stelle grandina bellezza
e piovono rovesci di emozione

– come lo dici ai senzatetto
d’immaginarsi la tua primavera?

 

 

 

 

 

nota

calamaio-cornici-10

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

 

e stiamo a sbatterci in questa confusione
disavanzi delusi
a rigirarci nelle cose note
la nota della spesa e i mercatini dell’usato :
chi trova scampoli che sembrano un amore
chi compra stati di parasonnia
– come i sonnambulismi della poesia* –
c’è chi svende pezzi antiquati di ragione
per liberare spazio
dall’ingombro di coscienza e umanità.

 

[*Wallace Stevens]

 

 

 

nell’assolato mormorio del grano

(foto di luciana riommi)

(foto di luciana riommi)

troppo angusto lo spazio di manovra
nella sfinita assenza
di sostare
al tempo degli ulivi
senza che una parola
dia l’unzione
all’ingranaggio della fonazione

come intonati – a volte –
a una segreta assuefazione
rumori di preghiera
versi d’amore
e pena d’abbandono
e seduzione – sempre –
la passione
a trascinarsi – stracci alla deriva –
verso gli stessi dèi
che hanno lasciato il campo
increduli all’idea

e tuttavia alla morte
già digrigna i denti
– nell’assolato mormorio del grano

(pubblicata in Dentro spazi di raritàAntologia Nuovi Fermenti Poesia, 9, Fermenti editrice, 2015)

ancora chiami amore

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testo e foto di Luciana Riommi

 

come ridare corpo a coste già sbattute
dalla tempesta di una linguamadre
matrigna
nella pretesa di volerti addosso
e di preteso amore
a respirarti come fossi d’aria
e ti fai aria per chi ti respira
e per tenerti su
rivesti d’altri una seconda pelle :
non ti duole la ferita a morte
che ancora chiami amore

 
 

fammi sapere

(Christian Hetzel, Memento)

(Christian Hetzel, Memento)

 

di Luciana Riommi

 

fammi sapere il suono del tuo dire
dai segni di una voce   chiaro­_scura
e le tue mani
buone a tenere al caldo    il gelo
e la paura della notte   e il cielo nero
ma taci la parola che con_fonde
o non saprò che sei    che sono io
che getto ponti
tra una scheggia e il sole