sai, l’anima

 

 

lei sta nascosta al sole
sceglie l’ombra al chiaro
terra al mare.

non trattiene l’acqua in una mano,
scorre,
unica traccia
il sale.

mille forme alla terra,
c’è ancora da giocare

sai, l’anima.

 

 

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solitudini

 

 

Solitudini: quelle volute, cercate, quelle subìte. Solitudini creative o depressive. Solitudini necessarie. Mescolate a volte tra di loro e non capisci più qual è la tua. E com’è.
Ma intanto è tua, e non puoi farne a meno. Soltanto lei non ti abbandona mai, perché un pezzo di te davvero è sempre solo. È lì dove sei tu, soltanto tu, da solo.

La solitudine ti parla e parli a lei, dunque almeno in due quando sei solo, tu e lei. Forse è soltanto una questione di distanza: quanto dista questa solitudine da me, o viceversa quanto sono io con lei oppure è sola lei, tutt’uno, e allora senza me.

Siamo tra le parole della solitudine, quando divergono i significati: ogni parola porta con sé tutta la sua/tua storia, l’interpretazione, la lettura, il senso, che sono tuoi e quasi mai coincidono con quelli di un altro. È allora l’illusione di dire, di dirsi, di capirsi: la solitudine dentro le parole, il paradosso del linguaggio che ci fa parlare senza comunicare.

E non comunichi con l’altro, con il mondo altro, nella necessità del tuo sentirti solo, di essere tu con il tuo proprio sé, in perfetta momentanea autonomia. Per chi cerca l’arte, nell’opera come nella vita, la distanza dal banale quotidiano è vita: è solitudine necessaria per fare posto a qualcosa che nasce dall’oscuro, e nasce con dolore, come tutto ciò che nasce.

Perché venga alla luce dovrai metterti in ascolto dell’anima che duole, ma se il dolore fa troppa paura, non riesci a fargli/farti compagnia: divenuta colpevole di lutto, non parla più, dissimula il dolore, l’anima in fuga da se stessa non sarà mai davvero sola, creativamente sola, non sarà mai un’anima di artista. Sarà dispersa nei mille volti della banalità.

La banalità della paura di incontrare l’altro, genera un’altra solitudine. E questa davvero può far male, quando a lasciarti solo non essendo solo, è il disinteresse: la solitudine dell’abbandono.

 

 

 

 

se, ma solo se

 

 

 

se qualcuno volesse indovinare
chi c’è
in una sagoma tagliata nel cartone
immaginasse lo spessore
se annida un’anima
nel corpo e tra le dita
che pensa | sente | prova
e cosa, e non, e il nome
se esiste di per sé
non per la voglia momentanea
di chiamarsi in vita
– se, ma solo se – direi
non è fallito l’esercizio
a chiamarsi umani.

 

 

 

pare non si veda

 

 

 

quest’aria – vedi? – si sta facendo solida
come un addensante, sai la gelatina.
e lei come respira? – disavvezza a lamentare
mancanze e imperfezione, lei alla fine muore.
no, non intendo quella morte brutta,
quella che non c’è ma fa paura
quella che non si dice
e che sussulti solo a nominare.
parlo di un’altra fine – solo lei scompare,
l’anima, tra scarti di verdura
nella banalità del verde che marcisce
e diventa coltura di batteri.
forse è disattenzione,
ma pare non si veda questo morire appena.

 

 

sostantivo femminile

 

 

 

 

a nominarla ci vorrebbe più attenzione
ma qui la trattano come una sorella
– e quand’è nata questa parentela? –
non assomiglia a niente, è un’ossatura
lei è materia oscura, ma sostantivo femminile.
e il passo è breve: da sorella, amante
gonfiabile, di gomma, di carne o silicone
purché confermi (onni)potenza
alla volgarità dell’intenzione.
poranima, pensavo stamattina,
questo ti è toccato in sorte.

 

 

 

pensavo

 

 

 

c’è chi parla di speranza, in questa o, per chi crede, in altra vita,
chi nuota nell’oceano delle stelle,
chi sogna d’anima, d’amore, di poesia.
questa è l’infanzia della fantasia e, come vedi, è sempre solo quella.
vorrei che si aprisse un’altra scena
dove fermare la coazione
che ripete identica se stessa
dove trovare scampo, necessario, alla noia di saperla già:
mille volte nello stesso quadro
mille volte all’unico concerto
mille volte ancora lo stesso sentimento
e poche parole in più.

 

 

 

parlavo della vita

sai, quando l’anima è sgualcita sotto un mucchio di stracci alla rinfusa
certe piaghe non le riprendi più – volevo dire pieghe –
e l’odore di stantio: tutti gli stracci puzzano di vecchio.

mica parlavo di quella vecchia storia, ormai obsoleta,
del femminile archetipo, quello che ammalia e strega,
quella specie di ninfa che aleggia nei giardini
e poi la porti a letto – il fare anima di Hillman, per capire,
o le psicotiche di Jung, che quasi usciva pazzo
(per Freud, lo sappiamo, è stata sempre mamma).
no, nemmeno anima mundi, ché questo mondo sicuramente non ce l’ha,
meno che mai l’anima come riflessione,
quella che blocca il capro a mezzogiorno e lo costringe a dirsi:
ma guarda che coglione.
che qui non blocca niente lo sappiamo.

sgombrato il campo da questa inutile psicologizzazione,
parlavo della vita:
lei raccoglieva il piccolo non-senso che è stato essere qui.

volevo giocare alle parole

 

 

 

Volevo giocare alle parole – aprire un varco nell’indistinzione, perlustrare bordi sconosciuti, sconfinare, poi ritrovarsi in tasca lo sgravio dell’assenza e sospensione provvisoria della pena: assistere le doglie e dare un volto al figlio che sarebbe stato il prologo in effigie di un pensiero nascituro, e infine dargli un nome.
Ma ho incontrato un altro gioco, senza interesse a questa lallazione – dell’anima, che esercita il linguaggio per dire di se stessa, di come accade il mondo alla sua vista, della sua stessa cecità, non della mia o della tua emozione.
Lei non ha complici di viaggio, né consanguinei disposti ad ascoltare il brontolìo di un sentimento strano, incauto, d’incertezza – privo d’incanto, indelicato, senza sapore di prelibatezza. Perché l’io non si allontana volentieri dal témenos protetto dove si gioca a chi sa dire meglio quelle che tutti hanno sentito già – parole che seducono all’ascolto e all’emozione. E collaudate strategie d’ingaggio: il senso di incolmabile mancanza, frustrazione e vuoto, e nostalgia di altrove immaginari, e la bellezza eterna della caducità: come si fa a non accorrere in soccorso di chi corteggia in solitudine tanta profondità?
A questo gioco vince facile la voglia di potere, ben nascosta, per chi non sa vedere, in pillole indorate di reciproca finzione.

Io volevo solo giocare alle parole, ma era una fantasia d’onnipotenza: il desiderio di autenticità.

 

 

 

 

 

anatre

 

cinque anni fa (11 aprile 2013) si faceva birdwatching…

 

anatre-veio-lg1

Dipinto di Louis Garden ripreso dalla “Tomba delle Anatre (Parco di Veio)” 

 

 

nell’ora dell’anima carponi
incline alle sue zolle___
dove sfinisce
sete d’acqua e terra
l’attimo ripiegato all’aria scura
e l’assolata nostalgia di soste
ad annusare
l’umido di parola ancora infante
___ solo un corteo di anatre
sorvola la terrazza

 

 

 

inaspettatamente

 

Jamie Heiden

(immagine di Jamie Heiden)

 

inaspettatamente
basta una pioggia a sgretolare muri
e la dimenticanza della via
il centro, la sua storia
e oltre : solo uno sguardo di periferia.
inaspettato il danno
a imperfezioni latenti di postura
dell’anima – intendevo – che non s’affaccia
ai bordi di coscienza
già resi opachi da senilità, forse paura.

 

 

 

 

 

se sapesse

(Caravaggio, Morte della Vergine)

(Caravaggio, Morte della Vergine)

 

 

 

se sapesse
che l’ostensione gonfia
è sfoggio involontario di varici
e inaspettato versamento
l’emorragia d’un sogno
assomigliato al vero
e se sapesse
il gioco delle parti e le figure
scambiarsi d’abito
tra milligrammi d’irrealtà
gettati come sassi
addosso a ogni riflesso d’attenzione,
la bellezza d’anima tradita
nasconderebbe – se sapesse – il viso

 

 

l’anima del colore

(Iris Grace Halmshaw)

(Iris Grace Halmshaw)

 

all’ombra di un silenzio senza rami
– e tuttavia non spoglio –
fecondo di parole ormai taciute
nella sonorità di spazi
dove soltanto luce,
sognare con le mani
l’anima del colore

——————————————————————–
Iris Grace Halmshaw è una bimba di tre anni con diagnosi di autismo. Dopo averle tentate tutte per aiutarla a comunicare, i genitori hanno provato con la pittura.
Si veda l’articolo:
http://www.repubblica.it/persone/2013/07/02/foto/gb_il_talento_di_iris_i
_dipinti_della_bimba_autistica_di_tre_anni-62236355/1/?ref=fbpr#2

anatre

Anatre (parco di Veio)

Dipinto di Louis Garden ripreso dalla “Tomba delle Anatre (parco di Veio)” http://it.wikipedia.org/wiki/File:AnatreLG.jpg

 

nell’ora dell’anima carponi
incline alle sue zolle
dove sfinisce
sete d’acqua e terra
l’attimo ripiegato all’aria scura
e l’assolata nostalgia di soste
ad annusare
l’umido di parola ancora infante
___ solo un corteo di anatre
sorvola la terrazza

 

 

 

 

animus e anima

(A. Giacometti)

(A. Giacometti)

svuotarsi l’animo, meticolosamente,
dell’indigesto niente sovrapposto
ai fianchi magri d’anima accigliata
e ritrovare la distanza
per navigare i bordi dell’assenza,
un buco nero, o cosa?
non ha voce, volto, non ha nome
dunque : il desiderio d’incontrare te

[luciana riommi]

come un’emicrania

 
Hopper drawing for morning sn[1]E. Hopper (disegno per “Morning sun”)

duole. la lingua non avvezza
a percorrere il lastrico dei ponti
tra una parola e l’altra
e l’inutile rischio di naufragio
nel mare dei discorsi abituati
a frantumare scogli.

viene al mattino, come un’emicrania,
l’anima : a farsi voce della metà di te.
più spesso tace
e un crampo ammutolisce i passi.

nascita

(Paul Klee - Angeli)

(Paul Klee – Angeli)

attraversare piano quel crinale
dove affonda il passo
e l’ombra un po’ soccorre
dove s’annida fertile memoria
tra le radici già dimenticate
e adesso come esangui: cose.
ma custodisce grembo d’afasia
l’anima in attesa, nelle zolle,
che la ferisca ancora a sangue
l’eco di una domanda che va sposa
a ruvido sussulto di emozione.
lei partorisce sogni di figure:
per dare nomi inventerà parole

a me stessa

 

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

 
 

[chiedendo umilmente scusa a Majakovskij]

 
 

ma uno come me dove potrà ficcarsi?

leggo un poeta, mentre piango dentro
e per adesso resto all’addiaccio
ma s’increspano l’anima e la pelle
nel crampo di sussulti inaspettati.
dovunque sia: non dico sia così
e tuttavia non cerco più riparo
nemmeno soltanto questa sera
ché troppo uguali ad altre sere
mi accerchiano inutili zavorre,
indebite addizioni, avverbi,
frasi fatte o imprecazioni – ma
non ho dimenticato la domanda
che anch’io volevo fare:

dove
mi si è apprestata – o appresterò –
una tana?

 
 
(settembre 2012)

 
 

ho traslocato

 
 

ho traslocato l’anima in esilio
e i sassi
che mi porto dietro
da ripetuti danni:
macerie
già destinate alla disattenzione

come per ricomporre
l’inventario
mette in cornice pezzi di memoria
strappi nella trama
ed autoinganni.
disadattata più di quanto basta
lucida a specchio
sembianze d’irrealtà
dolore fondo:

nel disumano estraneo d’altro mondo