sparizioni

 

Ho fatto appena in tempo a leggere una breve nota sull’arte, sulla situazione e sul destino dell’arte, sulle sue difficoltà a sottrarsi alla mercificazione – più che una tentazione oggi – che tutto divora e distrugge, in primo luogo la spinta potenzialmente innovativa di questa espressione umana in tutte le sue forme, dall’immagine alla parola al suono. L’arte nel suo rapporto con i nuovi media, il web tra tutti: che fine fa una volta catturata nella rete dei facili consensi, che si consumano, come tutto, nel giro di qualche ora, se va bene?
L’arte oggi, ancora elemento di rottura rispetto al pensiero collettivo dominante o sua tragica conferma? L’interrogativo sulla possibile o avvenuta “sparizione dell’arte” attraverso riflessioni di Benjamin, Baudrillard, Blanchot, Rella, e altri, e il riferimento ad aspetti drammatici dell’attualità.
Ho fatto appena in tempo a leggere prima che la nota sparisse nell’indifferenza generale. Non sia mai che ci si fermi un attimo a riflettere sullo stato della nostra coscienza, perché per me l’arte è soprattutto l’occasione per osservare chi siamo e in quale mondo viviamo.

 

 

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profetica…

«désastre»

(post del 23 settembre 2013)

«[…] A parlare in lui, è il fatto che, in una maniera o nell’altra, egli non è più se stesso, non è già più nessuno»

(M. Blanchot, Lo spazio letterario, Reprints Einaudi, Torino 1975)

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(foto ed elaborazione di luciana riommi)

 

 

 

Maurice Blanchot

 

 

M. Blanchot a proposito di Kafka e dell’arte:

 

«L’arte è anzitutto la coscienza dell’infelicità, non la sua compensazione. Il rigore di Kafka, la sua fedeltà all’esigenza dell’opera, la sua fedeltà all’esigenza dell’infelicità, gli hanno risparmiato quel paradiso delle finzioni in cui si compiacciono tanti deboli artisti che la vita ha delusi. L’arte non ha per oggetto dei sogni, né delle “costruzioni”. […] L’arte è la coscienza di “questa infelicità”. Descrive la situazione di colui che si è perduto, che non può più dire “io”, che nello stesso movimento ha perduto il mondo, la verità del mondo, e appartiene all’esilio, a quel tempo dell’angoscia in cui, come dice Hölderlin, gli dei non sono più e non sono ancora»

(Lo spazio letterario, p. 58)