visione

 

 

raro averne la visione
quanto l’idea di averla
– una visione/del/mondo
che ti detta
cosa dire/essere/sentire
(e così fai)
come pensarti, come pensare noi.

 

 

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consapevolezza e creatività – 2

 

Nei giorni scorsi, rileggendo la mia introduzione (qui), con l’intenzione di continuare il discorso, ho provato una vaga inquietudine. Ho percepito una sorta di nodo che mi tratteneva e che bloccava il mio pensiero. Ho imparato da tempo a utilizzare questi stati d’animo come opportunità di comprendere qualcosa di me stessa, di sciogliere qualche “nodo” nella riflessione in atto, attivata da una situazione specifica, che non si presenta con chiarezza alla coscienza.
Sapevo di non poter formulare direttamente la domanda sul motivo della mia inquietudine, perché così la risposta non sarebbe venuta. Dovevo lasciarmi andare a uno stato di coscienza leggermente “sfocato”, perché si articolasse spontaneamente, e quasi in forma associativa, il “discorso” ancora oscuro che stava dentro quel malessere.
In pratica nella mia introduzione stavo invitando l’individuo creativo, l’artista, colui che crea grazie alla sua libertà e capacità creativa, ad assumere un atteggiamento riflessivo nei confronti di se stesso e della propria opera, a cogliere e svelare a se stesso e agli altri la visione del mondo che vi si esprime. Compresa una quota, forse inevitabile, della sua “nevrosi” personale (come dice scherzosamente uno dei miei maestri, siamo tutti “pazzisani”, quando non siamo affetti da qualche patologia conclamata).
Qui mi sono tornate in mente le parole pronunciate da Iosif Brodskij nel suo discorso in occasione del Premio Nobel: «… l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo» (in Dall’esilio, pp. 61-62). L’artista, in questo caso il poeta, sembra esprimere la punta più avanzata della coscienza del suo tempo, spesso con grande anticipo rispetto al pensiero dominante, a quel pensiero omologato e funzionale al sistema, che l’artista riconosce come tale e che continuamente mette in crisi con prospettive inedite e ancora non pensate, con una nuova visione del mondo, di cui non può non essere in qualche modo consapevole. La sua opera lo è sicuramente. E molto meglio e prima che ci arrivi, con fatica, la riflessione razionale di chi, come Freud per esempio, ha dedicato la vita a studiare i recessi sconosciuti della psiche e i meccanismi della creatività e della distruttività. O di chi, come Jung, ha predicato il valore dell’individuo, e della sua sofferenza nel contrasto con un mondo dominato dal conformismo della coscienza collettiva e dunque poco propenso a riconoscere la diversità, invitandolo a fare della propria vita una sorta di “opera d’arte”, con la realizzazione della sua unicità. E mi sono tornate in mente altre parole, di poeti che scrivono di poeti, con un chiaro riferimento all’intreccio ineliminabile tra la «“sostanza” primaria di cui siamo unici e irripetibili portatori» e le necessarie «“strategie di controllo”, non solo formali», e non solo coscienti: i due piani nel loro intersecarsi danno al poeta la «cadenza» che gli è propria, il «timbro» della sua voce e al tempo stesso impediscono che la sua «vocazione emozionale» sfoci semplicemente nella «commozione», e si apra invece a quell’oltre che caratterizza la poesia, e l’arte in genere, come una nuova prospettiva sull’esistenza  (dalla Postfazione di Francesco Marotta al volume Mi hanno detto di Ofelia di Cristina Bove, 2012).

A questo punto mi era chiaro che il destinatario del mio invito alla riflessione era un altro. Avevo fatto confusione, e anche di questa dovrò venire a capo.
Intanto non posso che scusarmi con artisti e poeti chiamati inopportunamente ed erroneamente in causa.

(continua)

consapevolezza e creatività

Introduzione

In qualunque cosa diciamo, scriviamo o facciamo, e nel modo in cui lo facciamo – il contenuto e la forma delle nostre parole e azioni – si esprime, che lo si sappia o no,  la nostra visione del mondo, la nostra personale filosofia di vita.
Naturalmente, forse per la mia (de)formazione professionale, ritengo essenziale essere quanto più possibile consapevoli delle implicazioni delle nostre azioni, perché tutto quello di cui non abbiamo coscienza tende a riproporsi in maniera autonoma, al di fuori del nostro controllo, e a trasformarsi in una sorta di automatismo che, in quanto tale, e quanto più ci riconosciamo in esso (nel nostro gergo si direbbe quanto più è “egosintonico”), ci impedisce di collocarci a quella distanza da noi stessi utile e necessaria per assumere un atteggiamento critico (nel senso etimologico del termine), in una parola ci impedisce di evolvere, anche nelle nostre abitudini di pensiero. E di assumerci la responsabilità di quello che diciamo/facciamo e degli effetti che produciamo: se non ne siamo consapevoli, noi semplicemente “facciamo” e lo facciamo sempre nello stesso modo, senza renderci conto, se non a posteriori, del significato e delle conseguenze della nostra azione.
A me pare che tutto questo abbia un rapporto stretto anche con l’attività creativa.
Non voglio certo dire che un artista debba avere una coscienza chiara del “significato” di ciò che crea, ammesso e non concesso che un’opera possa avere un significato nel senso ingenuo e riduttivo di poter “tradurre” il suo carattere allusivo, il suo “mistero”, la sua complessità, nel discorso lineare della logica razionale ordinaria; voglio dire, invece, che l’artista potrebbe usare la propria creazione, come farebbe qualunque fruitore o lettore della sua opera, come un’opportunità di riflessione su se stesso e sulla “domanda” che l’opera gli pone, sia sul piano del contenuto che su quello formale. In questo modo, attraverso il suo “testo”, l’individuo creativo potrebbe interrogarsi sulla propria visione del mondo: sulla relazione che intrattiene con se stesso, in primo luogo, e con il mondo dell’Altro. La sua opera diventerebbe così occasione di crescita, personale e artistica, liberandolo dalla ripetizione dell’uguale: dalla coazione a comporre 700 volte lo stesso concerto, come dicevano di Antonio Vivaldi  musicofili non particolarmente appassionati di musica barocca (per la cronaca, io adoro Vivaldi!).
Un pregiudizio ricorrente vede però in questa consapevolezza, come nell’esperienza di analisi, un nemico della creazione artistica, un ostacolo alla libertà creativa. La mia impressione è che qui entrino in gioco altri elementi che meritano attenzione, come la profondità del livello psichico da cui l’individuo attinge per la sua creazione e la pervasività della sua dimensione “nevrotica” personale, oltre all’idea, da tempo superata nella riflessione e nella prassi degli addetti ai lavori, ma ancora diffusamente presente nel pensiero comune, di cosa sia l’analisi e quali siano le sue finalità…

(il discorso continuerà con ulteriori approfondimenti, anche in risposta ai feedback e agli stimoli che riceverà questa introduzione)

 

lo so

 

 

 

lo so con tutta la chiarezza
di questa luce chiara che mi abbaglia
da quando gli occhi sono come sono
e non c’è vetro o lente
che mi oscuri un po’ la verità
– parziale e, come sempre, soggettiva
e tuttavia ora non provvisoria.
anche queste parole senza meta
sono di troppo
come le cose inutili
che pure si dicono e si fanno
da che veniamo al mondo:
da che proviamo a costruire mondo
ad inventarci qualcosa che non è.
questo lo so: non è.