che tutto resti muto

 

si è persa un’ora
l’ultima, di un senso peregrino
rimasto a tacitare
lo sgomento
di un esilio senza sbocchi
in questa che è realtà
ma non sarà mai casa.

e quando campana a morto
inviterà a banchetto
in quale lingua
chiedere
che tutto resti muto?

 

un’idea

lascio che sia un’idea ad accompagnare
la solitudine di passi abituati
a non spartire il peso tra le sponde
di una strada che non ricordo familiare
come d’altronde sfugge alla memoria
il nome di questo luogo
dove risiede il senso di essere in esilio :
l’espatrio  la cacciata  l’espulsione
come venire al mondo, ma senza protezione.

Maurice Blanchot

 

 

M. Blanchot a proposito di Kafka e dell’arte:

 

«L’arte è anzitutto la coscienza dell’infelicità, non la sua compensazione. Il rigore di Kafka, la sua fedeltà all’esigenza dell’opera, la sua fedeltà all’esigenza dell’infelicità, gli hanno risparmiato quel paradiso delle finzioni in cui si compiacciono tanti deboli artisti che la vita ha delusi. L’arte non ha per oggetto dei sogni, né delle “costruzioni”. […] L’arte è la coscienza di “questa infelicità”. Descrive la situazione di colui che si è perduto, che non può più dire “io”, che nello stesso movimento ha perduto il mondo, la verità del mondo, e appartiene all’esilio, a quel tempo dell’angoscia in cui, come dice Hölderlin, gli dei non sono più e non sono ancora»

(Lo spazio letterario, p. 58)

 

 

 

REM

Image14[1]

 

 

e se insolvenza penetra rappezzi
malamente arrangiati sul confine
e muto
il calco delle cose già distinte,
(quanto lontano) esilio
non basterà a segnare la distanza
dalla parola (oscena)
di un’esibita fantasia di sazietà :
sempre la stessa aria (all’organetto)
a garanzia che non sia sonno REM

 

 

 

ho traslocato

 
 

ho traslocato l’anima in esilio
e i sassi
che mi porto dietro
da ripetuti danni:
macerie
già destinate alla disattenzione

come per ricomporre
l’inventario
mette in cornice pezzi di memoria
strappi nella trama
ed autoinganni.
disadattata più di quanto basta
lucida a specchio
sembianze d’irrealtà
dolore fondo:

nel disumano estraneo d’altro mondo