è normale

 

così oscurati mai
per quanto è scuro
quello che ti colpisce gli occhi.
la storia di ogni giorno
dice è normale
dicono è normale.
qui non è più l’inizio della fine,
normalità è già fine.

 

 

Annunci

passare

stasera, ascoltando Mahler, Bruckner, Wagner

passare
come passa il giorno nella sera.
guardarsi intorno
dall’assenza.

°

sembra che (non) sia niente
quel vuoto
che (non) colma le distanze.
eppure so che ha peso.

°

scendo ai piani bassi,
lontano dal frastuono.
dove non c’è poesia
nessuno che accompagni.

°

lo vedi? niente ti meraviglia,
non sai più giocare.
la fine deve essere già stata.

 

lanciarsi una palla e fare un gioco

 

 

non m’interessa il dopo, l’infinito,
mi basta sempre poco, tempo, cose, o che,
poco di me, di te, di mondo no, che ne farei a meno,
meno di poco, se potessi lascerei,
ma per il poco che sono, sono qui.
sono per esser stata, per poco tempo addietro,
nella costanza di essere pensata
in uno spazio che mi ha dato spazio
a concepire un’utopia: il significato
di lanciarmi una palla e fare un gioco:
corri di qua e di là, rispondi tu al tuo lancio
poi rilanci tu, lanci e rilanci, corri
e non ti fermi mai – mai dire mai,
che poi arriva l’ultimo rilancio
e non rispondi più –
questo lo so
ma nel frattempo fino a lì ho giocato.

 

 

diciamolo una volta

 

 

 

e allora diciamolo una volta
che tutto questo serve a camuffare
la fine immonda
che non si può guardare
ad occultare l’incubo che sveglia
sotto un tappeto
d’immagini artefatte
atte a sedurre tutta l’attenzione:
con quelle calze a rete
chi riconosce la signora in nero?