affaccio

non ti affacciare, non c’è nessun affaccio
niente da vedere, non c’è vista.
se lo volessi, potrei dipingere un fondale
simulare un mare di cartone
in alto luna e più lontane stelle,
già sembra un’emozione.

ma che mi affaccio a fare a una finzione?

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pel di carota

 

 

quelle tue parole un po’ ubriache,
lo sai che sono astemia,
mi stordiscono e fatico a (non) capire
quando vorrei ignorare :  copri lo specchio
dove si rispecchia
quello che non vedrei, se accade alle mie spalle.
anche se sai che so, non me lo dire.

non ti stupisce? oppure sì, non mi si addice la finzione
e l’illusione non s’intona ai miei capelli
– io li ricordo con un po’ di nostalgia :
pel di carota, nella memoria sono sempre quella.

 

 

volevo giocare alle parole

 

 

 

Volevo giocare alle parole – aprire un varco nell’indistinzione, perlustrare bordi sconosciuti, sconfinare, poi ritrovarsi in tasca lo sgravio dell’assenza e sospensione provvisoria della pena: assistere le doglie e dare un volto al figlio che sarebbe stato il prologo in effigie di un pensiero nascituro, e infine dargli un nome.
Ma ho incontrato un altro gioco, senza interesse a questa lallazione – dell’anima, che esercita il linguaggio per dire di se stessa, di come accade il mondo alla sua vista, della sua stessa cecità, non della mia o della tua emozione.
Lei non ha complici di viaggio, né consanguinei disposti ad ascoltare il brontolìo di un sentimento strano, incauto, d’incertezza – privo d’incanto, indelicato, senza sapore di prelibatezza. Perché l’io non si allontana volentieri dal témenos protetto dove si gioca a chi sa dire meglio quelle che tutti hanno sentito già – parole che seducono all’ascolto e all’emozione. E collaudate strategie d’ingaggio: il senso di incolmabile mancanza, frustrazione e vuoto, e nostalgia di altrove immaginari, e la bellezza eterna della caducità: come si fa a non accorrere in soccorso di chi corteggia in solitudine tanta profondità?
A questo gioco vince facile la voglia di potere, ben nascosta, per chi non sa vedere, in pillole indorate di reciproca finzione.

Io volevo solo giocare alle parole, ma era una fantasia d’onnipotenza: il desiderio di autenticità.