schizophrenia

 

quelle domande, dico, che me le faccio a fare
io che non so rispondere agli enigmi, dice,
e che non ho incontrato la follia: ma come?
se la conosco come mia sorella,
ma è pur vero che non ho avuto una sorella
anche se sono duplice e a metà.
a mezza costa mi guardo intorno per studiare
a cosa serve tutto questo sgomitare
se l’inutilità di avere un nome è già chiamarsi
– cosa? – è già chiamarsi cosa.
l’altra metà sto chiusa in un cappello che non tolgo mai
calato sopra il naso, bianco, floscio,
più grande di quale sia misura necessaria.
nessuno sa lì dentro cosa faccia e se ci sia una traccia
di qualche forma, o un’altra, d’immaginazione.
dico, stai bene? e tu?
ma come al solito nessuno mi risponde,
potrebbe dirmi almeno che non c’è.

 

 

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appunti sulla peste

                                                                 agli untori di bellezza

 

non è vero che la peste è debellata,
la malattia mortale
in verità dilaga,
pure se cambia forma e s’imbelletta.
era l’idiota a dire di bellezza, quella
che salverà dalla disperazione,
ma disperatamente
inconsapevole di sé
ora il contagio distrugge le coscienze
con accidiosa noluntas e l’oblio:
al servizio della dimenticanza
la bellezza
– o l’uguale e contraria non-bellezza –
fa dell’untore folla, ed è un’altra follia.

 

 

 

quella parola

(foto di Luciana Riommi)

(foto di Luciana Riommi)

 

 

come se gravitasse verso il centro
d’inesplorate formule d’ingaggio
o liturgie  :  sacrificare i lineamenti
all’apparenza lucida
d’assenza
dove l’opaco inganna
come il confine che contiene a stento
regioni millenarie
di follia :
quella parola che stordisce il sonno
e sogna un mondo vero