specchio delle mie brame

in fondo neanche serve una diagnosi del male
che contagia
a non distinguere
impietose suggestioni
d’essere io senza un’identità

specchio, specchio delle mie brame
– non rispondere, so già
che questo io è il più bello del reame.

°

si fa presto a dire quand’è nato
ma venire al mondo
non è come si crede
– neanche il vagito basta
alla vitalità.

sai quale fantasia raccoglie
prima che tocchi terra
il tuo progetto di singolarità?

 

 

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polvere di luna

 

 

impressa come imprinting
sulla pelle
nell’anima, negli occhi
scavati da una storia di tristezze,
questa la cifra, questa l’identità:
essere traccia
come di scarpa su polvere di luna.

 

 

una di queste sere

 

 

quando mi parlerai, una di queste sere,
ti dirò quello che ho visto
in questi occhi
sul fondo d’inquietudini
celate
alla costanza dei soliti perché.
non sarà facile vederle
ma è pieno di figure
e a volte mi confonde l’impensato
l’immaginario della percezione
– lo so io quanto mi affanna la salita
prima che mi accorga che non c’è.
vedi anche tu quella figura in ombra
nell’angolo lontano?
è come si rappresenta agli occhi d’altri,
chissà se sono io.

 

 

 

 

mi chiedevo di forma e di sostanza

 

 

mi chiedevo di forma e di sostanza

ma non c’è mai nessuno che risponda, a me

che sono qui in carne, ossa, spirito, dolori,

per questa perversione dello sguardo :

vedere solo quello che a sua insaputa l’occhio immagina di sé.

si condona questa violenza tragica d’infanzia

ma poi quanta vergogna non si prova,

e invece si dovrebbe,

quando già sai del limite inesatto

di ogni parola/cosa che vuole farsi vera.

 

mi aggiro in questo fitto di cose e di foschia

a chiedermi se sono  – neanche arrivo a chiedermi “io chi?”

 

 

 

 

 

 

dentro questa mancanza

Sun in an empty room (Hopper)

“Sun in an empty room”, E. Hopper

 

 

dentro questa mancanza non c’è il vuoto
né scampo in altrimenti
direi non altro che banalità – del male, sì, e fa male –
tutte le parole che talora non capisco
così i silenzi, i gesti, le omissioni.
con lenti spesse osservo l’orizzonte
ma non vedo più niente qui vicino
non mi ricordo la mia identità
neanche più di questi tatuaggi
ma so di aghi con inchiostro blu :
nome e cognome – è la burocrazia
che assegna un codice al destino.
qualche volta mi chiedo : ma sei tu?

(luciana riommi)

voglia di tacere

 
 

questa tua voglia di tacere.
forse è noia
forse ridondante sazietà :
replicare da sempre
sempre le stesse trame
sulla falsa/riga di nomi altisonanti
cuciti come griffes
sui gesti e l’espressione.
l’archetipo della ripetizione
per farsi un pieno d’anima
e d’altrove
mette a tacere ciò che ancora è muto
della nostra residua umanità

 
 

frattura

(Picasso 1939)

(Picasso 1939)

l’incomponibile frattura
che mi sfianca
su un’illusoria singolare identità :
lei non declina forme di plurale
ai margini invisibili di me
dove confusa_mente vado
in doveroso ossequio
all’ignoranza della gravità
di assecondare |sotto mentite spoglie|
l’autoinganno
desiderio|aspettativa|attesa
e la pretesa
che il respiro valga
come promessa per l’eternità

(in Antologia Nuovi Fermenti Poesia, 9, Fermenti editrice, 2015)

se

se a spezzare abitudini moleste
e la monotonia di un’altalena
stasera pane e olio
– e poi, prima che si sollevi il velo,
un saluto all’ora scialba
che sott’intende il nero –
assicurare all’albero maestro
il dubbio di sapere dei miei stracci :
se vessilli di esibita identità
come una vela al vento,
o proseguire a colpi di bracciate