specchio delle mie brame

in fondo neanche serve una diagnosi del male
che contagia
a non distinguere
impietose suggestioni
d’essere io senza un’identità

specchio, specchio delle mie brame
– non rispondere, so già
che questo io è il più bello del reame.

°

si fa presto a dire quand’è nato
ma venire al mondo
non è come si crede
– neanche il vagito basta
alla vitalità.

sai quale fantasia raccoglie
prima che tocchi terra
il tuo progetto di singolarità?

 

 

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quando dici io

 

 

 

se sei tu quello che dice io
allora tu sono io, io sei tu?

 

ma quando dici io
esattamente a cosa stai pensando?

 

quante volte io dice falsamente io
ma non è scontato che io sappia io chi è

 

 

 

 

avevo un’altra idea

 

 

 

che ne facciamo di grammatica
e sintassi
se con licenza di cambiare il gioco
la fantasia disordina il discorso?
– sovverte l’ordine che è stato
e apre un altro tempo – dice,
come se in questo o quello
ci fosse verità
e lì spuntasse il bello.
avevo un’altra idea dell’immaginazione,
che non parlasse l’io
nascosto male nella sua invenzione.

 

 

 

volevo giocare alle parole

 

 

 

Volevo giocare alle parole – aprire un varco nell’indistinzione, perlustrare bordi sconosciuti, sconfinare, poi ritrovarsi in tasca lo sgravio dell’assenza e sospensione provvisoria della pena: assistere le doglie e dare un volto al figlio che sarebbe stato il prologo in effigie di un pensiero nascituro, e infine dargli un nome.
Ma ho incontrato un altro gioco, senza interesse a questa lallazione – dell’anima, che esercita il linguaggio per dire di se stessa, di come accade il mondo alla sua vista, della sua stessa cecità, non della mia o della tua emozione.
Lei non ha complici di viaggio, né consanguinei disposti ad ascoltare il brontolìo di un sentimento strano, incauto, d’incertezza – privo d’incanto, indelicato, senza sapore di prelibatezza. Perché l’io non si allontana volentieri dal témenos protetto dove si gioca a chi sa dire meglio quelle che tutti hanno sentito già – parole che seducono all’ascolto e all’emozione. E collaudate strategie d’ingaggio: il senso di incolmabile mancanza, frustrazione e vuoto, e nostalgia di altrove immaginari, e la bellezza eterna della caducità: come si fa a non accorrere in soccorso di chi corteggia in solitudine tanta profondità?
A questo gioco vince facile la voglia di potere, ben nascosta, per chi non sa vedere, in pillole indorate di reciproca finzione.

Io volevo solo giocare alle parole, ma era una fantasia d’onnipotenza: il desiderio di autenticità.