postilla

 

 

“La” malattia è anche scrematura: perdono valore molte cose che ti sembravano importanti; ne riconosci la superfluità, puoi farne a meno, a volte devi, ma non hai rimpianti. E così ti riduce all’osso – no, non per dimagrimento – ma perché c’è tanto nella vita che proprio non merita attenzione.
Eppure c’è anche altro a cui non avresti mai pensato, e la conoscenza è sempre un valore aggiunto, anche quando è una scheggia di dolore.
Parafrasando Ungaretti – mi si perdoni il paragone – “la” malattia è come la poesia, “porta in sé un segreto”, il segreto (svelato) di chi resta e di chi va.

 

 

Annunci

una piccola storia

ho fatto bene a fare l’artigiano per mestiere
– lì fuori, nella vita, sono tutti artisti

 

Il mio incontro con la poesia. Se c’è una storia è quella dei dolori che per alcuni anni mi hanno tenuta sveglia. E menomale il mac, in una nicchia appartata sotto una finestra. Stare seduta non faceva male e quindi, invece che a letto, stavo lì. A leggere, soprattutto, finché una notte mi dissi: adesso scrivo anch’io. Perché la rete offre ospitalità a chi vuole lasciare un segno dei suoi pensieri, sentimenti, tracce di emozioni, comunque voglia esprimersi, in immagini o parole, nel racconto di sé o nella forma più sintetica che chiamano poesia.
Erano lunghe quelle notti di passione, tanti i pensieri nelle ore fino a giorno fatto, quando lo sfinimento mi regalava qualche mezz’ora sparsa di ristoro, prima che fosse nuovamente tempo di lavorare. Poi la sera, fino a un’altra notte. Un’altra notte insonne e quei dolori. E la poesia.
Leggevo tanto. Poeti noti e nomi sconosciuti, maestri e dilettanti. Perché volevo imparare ad ascoltare quel linguaggio per me nuovo, che non avevo frequentato mai. Da sempre ero convinta che il mio canale espressivo fosse l’immagine, avevo disegnato in gioventù, quando cercavo di dare forma ai malumori, alle inquietudini, ai pensieri. Anche allora leggevo, ho sempre letto nella mia vita, ma quasi mai poesia, che mi sembrava così lontana dalla mia capacità di comprensione. Adesso, invece, ero curiosa, mi era venuta voglia di cambiare gioco, di usare il linguaggio, le parole per dare una forma a qualcosa che ancora non sapevo, e che forse vagamente intuivo, quella presenza estranea che era già lì a farmi compagnia. Sono arrivate insieme la poesia e la malattia.
Qualcuno commentava i miei tentativi di scrittura, qualcuno mi gratificava con parole di apprezzamento e mi incoraggiava a continuare, qualcun altro taceva. Ho continuato, frequentando spazi virtuali di reciproca lettura. E ho continuato a leggere, incontrando “grandi” poeti per me molto importanti.
Sono passati sette anni, non frequento più circoli poetici, diventati sempre più affollati e al tempo stesso limitati nelle interazioni tra partecipanti, suddivisi spontaneamente in piccoli gruppi, come fossero le parrocchie, a volte rivali, di una grande diocesi.
Quanto a me, so per certo che non scrivo poesia, non ho il “sacro fuoco” dell’artista, ma questo non l’avevo mai pensato. Credo di potermi definire un’artigiana, per di più dilettante, che traduce alcune sue riflessioni ed emozioni non sempre coscienti in quelli che le piace chiamare “pensieri inversi”. Come il pensiero ancora oscuro che ci sia un legame profondo tra l’esperienza di malattia e il mio avvicinamento alla poesia.

 

se sono anni

 

 

se sono anni, sono stati questi,
anni a scadere,
scadenti nelle prove qualità:
quasi umiliata ho perso a tutti i giochi
ho perso un’illusione
roba da poco, qualche significato,
e poi l’umanità
pronta a morirsi addosso.
ma non ha colpa questa malattia
per il pensiero inopportuno
che adesso, qui, comincerà il morire
– cancellato all’atto d’esser nati
fino al ritorno del rimosso (adoro Freud).

sia come sia, sia come sono stati
in perdita costante questi anni,
anni scadenti, i miei anni a scadere.

 

 

dialoghi con…

 

 

come stai?

e me lo chiedi proprio tu…?!

mi eri sembrata stanca…

stanca, sì, ma soprattutto amareggiata e arrabbiata, con tutto quello che succede, tra governi che non si fanno (spero), ministri poco rassicuranti, fascisti psicopatici, imbecilli telecomandati, barbarie, incultura, giovani alla deriva, donne massacrate dall’amore (!!), lavoratori morti di lavoro (!!) e poi tutti quelli che in troppe teste vuote sono diventati oggetto di qualche –fobia (persecuzione)… e, per non farsi mancare niente, ci sei tu che mi vuoi ammazzare…

no, no, io non voglio ammazzare nessuno: semplicemente ti porterò via quando sarà il momento… non ci crederai… te lo volevo proprio dire… per te provo un po’ di pietà…

e no, eh! ti ci metti pure tu: più devastante della malattia è la pietà che ti fa morta prima che morte sia…

– e adesso facciamo anche le rime! su, andiamo a riposare, che si fa tardi.

tardi per che che cosa? hai fretta? io non ho impegni per domani, vattene tu a dormire e trova pace…

sì sì, riposa in pace!