possibile che ancora?

 

 

ho letto versi ingrati che parlano di morte
malamente
come parlassero d’amore che delude
e non mi piace sentire
amare
parole
di lamento
come se si volesse non morire.
possibile che ancora?

 

 

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l’albero di fichi

 

 

proprio questo ti è toccato in sorte
se non hai scelto di che vivere e morire
– esserci finché un albero di fichi
sfamerà la dannazione della voglia
ma in effigie
e senza sciacquarsi mai la bocca
prima di dire amore –
non saper dire questa è la mia morte.

 

 

dialoghi con…

 

 

come stai?

e me lo chiedi proprio tu…?!

mi eri sembrata stanca…

stanca, sì, ma soprattutto amareggiata e arrabbiata, con tutto quello che succede, tra governi che non si fanno (spero), ministri poco rassicuranti, fascisti psicopatici, imbecilli telecomandati, barbarie, incultura, giovani alla deriva, donne massacrate dall’amore (!!), lavoratori morti di lavoro (!!) e poi tutti quelli che in troppe teste vuote sono diventati oggetto di qualche –fobia (persecuzione)… e, per non farsi mancare niente, ci sei tu che mi vuoi ammazzare…

no, no, io non voglio ammazzare nessuno: semplicemente ti porterò via quando sarà il momento… non ci crederai… te lo volevo proprio dire… per te provo un po’ di pietà…

e no, eh! ti ci metti pure tu: più devastante della malattia è la pietà che ti fa morta prima che morte sia…

– e adesso facciamo anche le rime! su, andiamo a riposare, che si fa tardi.

tardi per che che cosa? hai fretta? io non ho impegni per domani, vattene tu a dormire e trova pace…

sì sì, riposa in pace!

 

 

 

 

qualche volta la vita

di Giovanni Baldaccini

 

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

 

se andare
fosse
una categoria formale
di quelle che si dicono per dire
o magari
persino sorvolare
teso di vento
e scivolante
volti
denigrare
questa banalità avvolgente
dove
solo per apparire
e cose come sfratti
se
non venisse la morte
io non potrei rivolgermi al mio lato
e salutare
qualche volta la vita

 

nell’assolato mormorio del grano

(foto di luciana riommi)

(foto di luciana riommi)

troppo angusto lo spazio di manovra
nella sfinita assenza
di sostare
al tempo degli ulivi
senza che una parola
dia l’unzione
all’ingranaggio della fonazione

come intonati – a volte –
a una segreta assuefazione
rumori di preghiera
versi d’amore
e pena d’abbandono
e seduzione – sempre –
la passione
a trascinarsi – stracci alla deriva –
verso gli stessi dèi
che hanno lasciato il campo
increduli all’idea

e tuttavia alla morte
già digrigna i denti
– nell’assolato mormorio del grano

(pubblicata in Dentro spazi di raritàAntologia Nuovi Fermenti Poesia, 9, Fermenti editrice, 2015)