Distanza – di Cristina Bove

 

Distanza

Dalle cose del mondo
e dai proclami-lame su misura
benché si affievolisca ogni rivalsa
andare via
lontano da tristezza e malamore
ché non si torna indietro
se già si apprese a proseguire
a desideri spenti e dell’amore
poche parole appena percettibili
quasi tacere.

tratta da La simmetria del vuoto, Arcipelago Itaca, 2018

 

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pensavo

 

 

 

c’è chi parla di speranza, in questa o, per chi crede, in altra vita,
chi nuota nell’oceano delle stelle,
chi sogna d’anima, d’amore, di poesia.
questa è l’infanzia della fantasia e, come vedi, è sempre solo quella.
vorrei che si aprisse un’altra scena
dove fermare la coazione
che ripete identica se stessa
dove trovare scampo, necessario, alla noia di saperla già:
mille volte nello stesso quadro
mille volte all’unico concerto
mille volte ancora lo stesso sentimento
e poche parole in più.

 

 

 

finesse

 

 

 

 

sentimento – chiamano così
quello che tocca intensamente il cuore –
e se ogni volta che ci inonda
ne facessimo poesie – chiamano così
la trascrizione in versi del sentire –
esonderebbero parole d’emozione
per un’alba che tramonta
o per un fiore
che si è spezzato e muore.
ma non è una metafora per dire
come si muore oltre il muro del giardino
– quel sangue lì è volgare.

 

 

 

 

leggo Paul Celan…

 

leggo Paul Celan, dove non trovo sentimenti delicati, trovo poesia.

 

 

TARDO E PROFONDO

Maligna quanto un dorato discorso comincia questa notte.
Noi mangiamo i frutti di chi tace.
Compiamo un’opera che volentieri si lascerebbe alla sua stella;
stiamo nell’autunno dei nostri tigli come cogitabondo rosso di bandiera,
come ardenti ospiti del meridione.
Giuriamo per Cristo, il Nuovo, di accoppiare polvere a polvere,
gli uccelli alla scarpa pellegrina,
il nostro cuore ad una ripida scala nell’acqua.
Noi giuriamo al mondo i sacri giuramenti della sabbia,
li giuriamo di buon grado,
li giuriamo ad alta voce dai tetti del sonno senza sogni
e agitiamo le chiome bianche del tempo…

Essi gridano: voi bestemmiate!

Lo sappiamo da gran tempo.
Lo sappiamo da gran tempo, ma che importa?
Voi macinate nei mulini della morte la bianca farina della promessa,
la imbandite ai nostri fratelli e sorelle –

Noi agitiamo le chiome bianche del tempo.

Ci ammonite: voi bestemmiate!
Lo sappiamo, la colpa
ricada su di noi.
Ricada su di noi la colpa di tutti i segnali ammonitori,
venga il mare gorgogliante,
l’aspra ventata del ritorno,
il giorno di mezzanotte,
venga ciò che ancora non fu mai!

Venga dal sepolcro un uomo.

 

 

(da “Papavero e memoria”, in P. Celan, Poesie, Mondadori)

ma di che parla la poesia?

 

1.

ti ho vista rovistare l’ombelico
fino in fondo
ma tu, sorella, sollevi mai la testa
per guardarti intorno?

 

2.

c’era tutto quella sera – anche al mattino –
l’erba, la terra, i crochi, le viole
il sole un po’ nascosto, eh… la luna
sicuramente inargentava il mare
– e sottocosta naviga l’amore.
intanto dalle stelle grandina bellezza
e piovono rovesci di emozione

– come lo dici ai senzatetto
d’immaginarsi la tua primavera?

 

 

 

 

 

nota

calamaio-cornici-10

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

 

e stiamo a sbatterci in questa confusione
disavanzi delusi
a rigirarci nelle cose note
la nota della spesa e i mercatini dell’usato :
chi trova scampoli che sembrano un amore
chi compra stati di parasonnia
– come i sonnambulismi della poesia* –
c’è chi svende pezzi antiquati di ragione
per liberare spazio
dall’ingombro di coscienza e umanità.

 

[*Wallace Stevens]

 

 

 

la casa vecchia

 

 

ripensavo alla casa vecchia,
quella che non ho avuto,
ai ricordi immaginati
all’invenzione della verità.
era saperti essere – e poi
dimentico la storia
e i territori dei miei campi incolti,
ma non è più stagione.
fossi capace, adesso per la chiusa
aiuterebbe la poesia.

 

dentro spazi di rarità…

… testi di Gualberto Alvino, Domenico Cara, Bruno Conte, Sergio D’Amaro, Giovanni Fontana, Gemma Forti, Panos Ikonòmu, Umberto Piersanti, Luciana Riommi, Italo Scotti, Vinicio Verzieri
DSCN5578
Dentro spazi di rarità, Antologia Nuovi Fermenti Poesia – 9 (Fermenti Editrice, 2015)

Ringrazio Donato Di Stasi per le parole che mi riserva nella sua nota introduttiva:

“[…] Luciana Riommi adopera luoghi mentali e fisici, attraversati dal pathos, allo scopo di sperimentare tutte le vite possibili: una scena o un grappolo di scene assorbono in sé tutto il febbrile che si stende e si protrae in cronaca (quel malanno di parole/gettate a ricucire/spazi di manovra/e ripartire per un altro giro/nell’incerto raggio/di una rotta/che non sa dire dove).

[…] in quel particolare assetto di tempo scelto (il presente) si aprono fenditure progressive, piccole e grandi epifanie, capaci di regalare soluzioni catartiche grazie a una marcata perizia prosodica e concettuale.

[…] All’interno dei suoi testi brevi e meno brevi Luciana Riommi disegna luoghi geometrici impeccabili, radure di luce aspra, dove significati ricomposti senza enfasi rimandano a una scrittura matura e appassionante.”

magic

 
una poesia di Cristina Bove
 

L’assetto

Fermo sulla stadera il peso morto
controbilancia un falso macroscopico
benché l’estrema copertura regga
sessantaquattro chili d’imballaggio

l’angelo veste fiori di lillà
redige l’atto notarile
certificante un esito qualunque
lo stato di prenascita o postmorte
ed in entrambi i casi
totale garanzia d’inesistenza

si resta in forse
accoccolati nelle proprie braccia
sospesi nello spazio relativo
d’una protratta pausa tra due suoni

a garanzia di persistenza
un ghirigoro di pensiero
mentre
 
https://ancorapoesia.wordpress.com/2015/04/18/lassetto/
 
 

… e un mio piccolo omaggio alla sua “magia”


 
 

intrusioni

 

l’orizzonte degli eventi

nell’intenzione
verso ciò che attrae
– dove confonde
vivere a sparire –
quanto è profonda
e scura
la linea di contorno
che definisce quello che non c’è

(già pubblicata il 23 novembre 2014)

agguato

 

(foto di Maria Caruso)

(foto di Maria Caruso)


 
 

mi seguiva
l’ombra di un pensiero
(e s’era fatto scuro)
stava in agguato
ai margini del senso di realtà
dove
al confine tra tacere
e stare appeso a un chiodo
tracciava segni insoliti :
dava figura a voci
come vedesse (forme) nell’oscurità

 
 

fondali

 
 

 
 

due miei testi pubblicati il 5 febbraio 2013 su NEOBAR
 

non so se per dispetto o compagnia

a sibilarmi adesso nell’orecchio

– ché da lontano non ha voce il canto –

la nenia di un pensiero sconosciuto:

di nascosto, dal retro del fondale,
scompagina le forme ortogonali

su piani di diversa geometria

al crocevia: l’incontro non pensato

tra rette parallele che sapevo

non toccarsi neppure all’infinito

e mi stupisce, come fosse vera,

sintassi che disordina il discorso,

incurva ad altra legge o schema

iperbolica abbondanza di realtà

sui legni della scena, sullo sfondo,

figure d’ombra proiettate, scure,

come incollate ai piedi, nei passi

d’un monologo corale: la danza

già plurale di linguaggi che non so:

da sempre li taceva l’illusione

che non ci siano rughe sottopelle

(aprile 2012)

 
 

era voce di nebbia e di fogliame
l’ora solidale
a figurarsi in ombra – retroscena –
ma la ribalta è luce quotidiana
affaccendata a passo claudicante
al canovaccio steso per fondale
– lui fa da sfondo al nulla
dove il silenzio muore di rumore

(gennaio 2013)