argento e oro

 

la sera, le  lampare,
il fondo basso, infido,
di quel mare
dove parole/pesci –
l’argento delle squame.

ci fosse stata mai un’età dell’oro
non costerebbe così tanto al grammo –
per ogni parte di altrove
immaginato
almeno due parti di realtà.

 

 

che tutto resti muto

 

si è persa un’ora
l’ultima, di un senso peregrino
rimasto a tacitare
lo sgomento
di un esilio senza sbocchi
in questa che è realtà
ma non sarà mai casa.

e quando campana a morto
inviterà a banchetto
in quale lingua
chiedere
che tutto resti muto?

 

ho visto

 

ho visto quant’è profondo il vuoto
l’interdetto
la vibrazione inquieta d’infrasuoni
incontenibili
parole
morte
sul nascere di un senso che non c’è.

ho visto
correre avanti e indietro
le distanze
e la mancanza
il desiderio di ritorno e di volare via
la nostalgia, ma orfana, che fabbrica
i suoi miti
immaginarsi di realtà

ho visto quant’è reale il nulla.

 

 

il cigno nero

 

 

me ne rimangono due-tre (parole) e non riesco a costruirci
una frase che abbia un senso, come non ne ha quello che vedo.
e quale senso vuoi che abbia?
solo che guardi intorno verso dove, verso niente, verso
questa che chiamano realtà, questa realtà di niente
che poi neanche questo, fosse davvero niente,
magari fosse niente la realtà.
che si morisse, qui si è morti sempre, e poi c’è il funerale
il rito necessario alla dimenticanza, a onor del morto a dare scampo al vivo,
che mica l’ho ammazzato io quel morto
quello lì, lo vedi, s’è morto da sé, se l’è cercata, io che ci posso fare?
ma dove cazzo scappi, stattene a casa tua, e non venire a bussare a casa mia:
guarda ti affondo, e se non basta sparo.
e l’entusiasmo applaude, applaude.
ma tutto questo è niente – si fa per dire, qui sotto c’è la pelle della gente –
tutto questo è fumo per coprire la realtà di altri (s)propositi da fare
sai quando compare il cigno nero.
due-tre parole, solo quelle: ti vedo male.

attendo ancora

IMG_0294 panchina giardinetto tagliata

(foto di luciana riommi)

 

 

lo sai, tremavo sulle gambe
e avevo mani troppo bianche
per la fantasia:
facevo trasfusioni di realtà
e non potevo neanche immaginare
lo spavento
nel mio sapermi danno.
era caduta la maschera già nota
nei corridoi d’attesa,
attendo ancora di vedere cosa sono.

 

 

 

ma di che parla la poesia?

 

1.

ti ho vista rovistare l’ombelico
fino in fondo
ma tu, sorella, sollevi mai la testa
per guardarti intorno?

 

2.

c’era tutto quella sera – anche al mattino –
l’erba, la terra, i crochi, le viole
il sole un po’ nascosto, eh… la luna
sicuramente inargentava il mare
– e sottocosta naviga l’amore.
intanto dalle stelle grandina bellezza
e piovono rovesci di emozione

– come lo dici ai senzatetto
d’immaginarsi la tua primavera?