questo scrivere da vecchi

 

 

non ha colori forti
neanche la pretesa, invano,
di risarcire ammanchi d’occasione
per caso o per (s)ventura.
così com’è : doveva,
è stato,
se questo scrivere da vecchi
è il senso della narrazione.

 

 

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l’idea

 

 

 

queste lacrime, accidenti a loro,
di una tristezza che non ha pietà.
era meglio credere a qualcosa
a un’idea, per esempio umanità.
che fosse stupida lo so  – l’idea –
ma dava un senso a esserci.

 

 

ho visto

 

ho visto quant’è profondo il vuoto
l’interdetto
la vibrazione inquieta d’infrasuoni
incontenibili
parole
morte
sul nascere di un senso che non c’è.

ho visto
correre avanti e indietro
le distanze
e la mancanza
il desiderio di ritorno e di volare via
la nostalgia, ma orfana, che fabbrica
i suoi miti
immaginarsi di realtà

ho visto quant’è reale il nulla.

 

 

comunque un’emozione

 

 

 

è che non sono quasi mai distratta
– pure se qui è tutto distrazione –
ma non mi pare d’essere ossessiva
quando registro assente chi non c’è
e chi c’è  – a casaccio
come la raffica di un’aria troppo scossa
piega l’ailanto e tosa le lantane –
quando osservo il tempo che si sdoppia
e resta ferma al palo un’irrealtà
tra successioni armoniche a sostegno
– figure, suoni, voci – di parole
il senso che intuisco oppure no,
comunque un’emozione.

 

 

 

Un giorno chiaro e nessuna memoria – Wallace Stevens

 

 

[…]

Oggi l’aria è libera di tutto,
Non ha percezione se non del nulla
E scorre su noi senza significati,
Come se nessuno di noi fosse mai stato qui in precedenza
E non vi fosse ora: in questo spettacolo angusto,
Quest’attività invisibile, questo senso.

(in W. Stevens, Il mondo come meditazione, Guanda 1998)