quanto fa strano

 

 

quanto fa strano questo silenzio insolito al mattino
qui, dove né albe né tramonti fanno testo
per ricordarsi di un piccolo destino.
viene voglia di camminare sulle punte
senza lasciare tracce sul terreno
già tanto ingombro della sonorità
frenetica di tacchi
che non servono a (s)lanciare verso il cielo,
solo battere il tempo
indaffarato
a (s)correre più in fretta.
forse loro sanno che la velocità
rallenta la misura.

 

 

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quell’incuria

 

 

 
so quanto si sente offesa
conosco l’imperizia che fa male
e quell’incuria
distratta, indifferente.

meglio lasciar tacere il suo silenzio
che usare malamente una parola.

 

 

se domani sarà vento forte

 

 

niente da dire
e adesso questo lugubre silenzio.
lugubre non per me
perché mi piace se nessuno parla.
mi piace sia il silenzio a dirmi quand’è ora
di ripensare una possibile parola,
una parola possibile da dire
se domani sarà vento forte
e pioggia, e se cadranno rami.
sai, questi alberi vecchi di cent’anni
che quando è vento forte vanno giù
lì, sul viale, davanti alla bocciofila del centro anziani,
dove passare a piedi
per andare a prendersi un cornetto col caffè.
dicevo, anzi tacevo,
che sarà sempre troppo poco il tempo, la durata
di questo rifiatare,
e allora come faccio a sprecarlo per dormire?

 

 

che tutto resti muto

 

si è persa un’ora
l’ultima, di un senso peregrino
rimasto a tacitare
lo sgomento
di un esilio senza sbocchi
in questa che è realtà
ma non sarà mai casa.

e quando campana a morto
inviterà a banchetto
in quale lingua
chiedere
che tutto resti muto?

 

non mi guardate

 

 

 

non mi guardate come fossi triste
e per piacere niente gesti d’occasione
– aria contrita, pena o che altro sia –
questa tristezza sarà pure cosa seria
ma è solo cosa mia
non le si addice nessun fuoco di attenzione
che è come il sole, brucia, e dici io me ne vado all’ombra
e aspetti sia silenzio sotto quella finestra che non apri
perché non entri in casa il chiacchiericcio
a volte aria di temporale.
poi mi ricordo che qui manca l’aria
quando è già buio e potevo rifiatare.

 

 

per quest’attesa

 

 

 

 

aspettando che il silenzio sgravi
di quel peso che mi gonfia il grembo
verrà il momento, e l’ora, e nascerai,
figlia mia di dolore,
concepita in solitudine perfetta
e senza amore
che non sia per te, per quest’attesa
di darti forma, di trovarti un nome.

 

 

 

mani

se una parola è troppo
ammutolisci e ascolti le omissioni
impari dai silenzi
a interpretarne la durata
come alfabeto morse e interpunzioni.

 

la Cueva de las manos, nella valle del fiume Pinturas (Argentina)

(la Grotta delle Mani, nella valle del fiume Pinturas, Patagonia, Argentina)

erano/sono anni di passione
le mani strette al freddo
era il consenso
a prolungare, un poco, il tempo che si dà:
tempo indeterminato – il paradosso della precarietà –
lo preferisco alla statistica degli anni
che calcola le medie e le eccezioni
e a quale percentile tu appartieni.
vorrei solo tornare a stringere le mani.

quella corrente sottocosta ha riportato a galla
frammenti che credevo d’irrealtà: a pezzi
parti di corpo, d’anima, d’amore
e il danno, un altro danno, e ancora, ancora
lo sperpero indecente, nella finzione vera.
quanti lo sanno, ma poi come lo ignori,
lo scempio delle mani?

 

 

eppure stavo bene

 

 

 

 

eppure stavo bene
quando l’ingenuità mi dava il braccio
e immaginavo immagini più vere
del vero dei fantasmi.
non so come nascondere il rossore
d’aver creduto e detto
ciò che ho creduto e detto.
ora è silenzio, quello che non dà quiete,
e non c’è modo di rifarsi il trucco.

 

 

 

 

 

fondali

 
 

 
 

due miei testi pubblicati il 5 febbraio 2013 su NEOBAR
 

non so se per dispetto o compagnia

a sibilarmi adesso nell’orecchio

– ché da lontano non ha voce il canto –

la nenia di un pensiero sconosciuto:

di nascosto, dal retro del fondale,
scompagina le forme ortogonali

su piani di diversa geometria

al crocevia: l’incontro non pensato

tra rette parallele che sapevo

non toccarsi neppure all’infinito

e mi stupisce, come fosse vera,

sintassi che disordina il discorso,

incurva ad altra legge o schema

iperbolica abbondanza di realtà

sui legni della scena, sullo sfondo,

figure d’ombra proiettate, scure,

come incollate ai piedi, nei passi

d’un monologo corale: la danza

già plurale di linguaggi che non so:

da sempre li taceva l’illusione

che non ci siano rughe sottopelle

(aprile 2012)

 
 

era voce di nebbia e di fogliame
l’ora solidale
a figurarsi in ombra – retroscena –
ma la ribalta è luce quotidiana
affaccendata a passo claudicante
al canovaccio steso per fondale
– lui fa da sfondo al nulla
dove il silenzio muore di rumore

(gennaio 2013)
 
 

è lungo viaggio

 
 

        ripercorrere i vicoli e le vie
        dalla periferia
        di verbi e di pronomi
        fino al centro
        in/abitato
        dove l’emozione

        senza parole
        a scrivere memorie
        è lungo viaggio dal silenzio in poi

       
       

      (pubblicata sulla Rivista Fermenti n. 242/2014)
       

l’anima del colore

(Iris Grace Halmshaw)

(Iris Grace Halmshaw)

 

all’ombra di un silenzio senza rami
– e tuttavia non spoglio –
fecondo di parole ormai taciute
nella sonorità di spazi
dove soltanto luce,
sognare con le mani
l’anima del colore

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Iris Grace Halmshaw è una bimba di tre anni con diagnosi di autismo. Dopo averle tentate tutte per aiutarla a comunicare, i genitori hanno provato con la pittura.
Si veda l’articolo:
http://www.repubblica.it/persone/2013/07/02/foto/gb_il_talento_di_iris_i
_dipinti_della_bimba_autistica_di_tre_anni-62236355/1/?ref=fbpr#2

lasciati tacere

(foto d Luciana Riommi)

(foto di Luciana Riommi)

 

sapevo della terra del silenzio
dove una traccia d’ombra
ha immaginato specchi
per osservare i segni e la distanza
tra l’orizzonte e i passi
come volesse nascere al morire :
nell’indistinto uguale delle ore
lasciati tacere

quanto silenzio

(Christian Hetzel, crossings)

(Christian Hetzel, crossings)

                                                                                                  di  Luciana Riommi

se le parole tacciono i percorsi
tracciati lungo i passi
che hanno segnato il tempo
e le distanze da coprire
quanto silenzio ancora da svelare
intorno all’illusione
di questa voglia insana di mostrare
la cosa che nascondi
la cosa che non c’è  :  morire

 
 
(pubblicata sulla Rivista Fermenti n. 242/2014)
 

tracce

(Christian Hetzel - signs in space)

(Christian Hetzel – signs in space)

di  Luciana Riommi

 

arrampicare bordi insoddisfatti
dove l’assenza già mi piega a lato
costeggiare altre rive
dove il silenzio incurva
a nessun altro senso
né commiato
che desiderio di raffigurare
anche le tracce degli uccelli in volo