dimora

 

 

 

per ospitarlo ho preparato una dimora.
non aspirava a tanto
ma il desiderio arcaico della tana
madre_rifugio per consegnare al grembo
questi tagli – anche qui affondano le lame
come se fosse carne –

sembrava niente – dice – volatile com’è.

per questo in questa tana
faccio dimora al suo dolore, di spirito fratello

 

 

 

 

 

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casa/riparo/tana

arrampicare i giorni fino a sera

con la speranza di tornare a casa

e spalancare uno spiraglio d’aria

ma non ho pareti stagne a protezione

e mi rovina addosso l’insensato

di passi mossi a caso su binari

dove sferraglia avanti e indietro

il treno: precipitare rovinoso

di pensieri e sotto i piedi scalzi

aguzzi come cocci di bicchieri.

mentivo quando dicevo la speranza:

dispero di cervelli sotto i tacchi

meno che mai l’anima nelle suole.

e dunque io non ho casa, né riparo:

sapessi dove, cercherei una tana

a me stessa

 

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

 
 

[chiedendo umilmente scusa a Majakovskij]

 
 

ma uno come me dove potrà ficcarsi?

leggo un poeta, mentre piango dentro
e per adesso resto all’addiaccio
ma s’increspano l’anima e la pelle
nel crampo di sussulti inaspettati.
dovunque sia: non dico sia così
e tuttavia non cerco più riparo
nemmeno soltanto questa sera
ché troppo uguali ad altre sere
mi accerchiano inutili zavorre,
indebite addizioni, avverbi,
frasi fatte o imprecazioni – ma
non ho dimenticato la domanda
che anch’io volevo fare:

dove
mi si è apprestata – o appresterò –
una tana?

 
 
(settembre 2012)