per un giusto compenso

 

 

 

a compenso di ogni parola sconcia, per esempio
sentimento
– quando la puzza di marcio esala in superficie –
o verità
– fossa comune di pensieri lapidati a morte –
per un giusto compenso  – dicevo –
vorrei trovare imprecazioni adatte.
e qualcuno sa l’opposto di sublime?

 

 

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postilla

 

 

“La” malattia è anche scrematura: perdono valore molte cose che ti sembravano importanti; ne riconosci la superfluità, puoi farne a meno, a volte devi, ma non hai rimpianti. E così ti riduce all’osso – no, non per dimagrimento – ma perché c’è tanto nella vita che proprio non merita attenzione.
Eppure c’è anche altro a cui non avresti mai pensato, e la conoscenza è sempre un valore aggiunto, anche quando è una scheggia di dolore.
Parafrasando Ungaretti – mi si perdoni il paragone – “la” malattia è come la poesia, “porta in sé un segreto”, il segreto (svelato) di chi resta e di chi va.

 

 

non sprechiamo il fiato

 

 

non sprecare il fiato, che scarseggia,
tanto cadono giù pure se sembrano leggere
– lo sai, la gravità fa scendere una piuma –
e non credo ci sia mai parola senza peso
il peso stesso, a volte, della levità
inopportuna se si richiede d’esser seri
ma poi, se penso all’attenzione
alla cura che ci vuole a non tradirne la funzione:
significare al meglio quello che c’è da dire,
dunque la precisione,
no, non sprechiamo il fiato a pronunciare
parole che hanno perso, per poco che sia dato,
il peso di una qualche verità.

 

 

avevo un’altra idea

 

 

 

che ne facciamo di grammatica
e sintassi
se con licenza di cambiare il gioco
la fantasia disordina il discorso?
– sovverte l’ordine che è stato
e apre un altro tempo – dice,
come se in questo o quello
ci fosse verità
e lì spuntasse il bello.
avevo un’altra idea dell’immaginazione,
che non parlasse l’io
nascosto male nella sua invenzione.

 

 

 

lo so

 

 

 

lo so con tutta la chiarezza
di questa luce chiara che mi abbaglia
da quando gli occhi sono come sono
e non c’è vetro o lente
che mi oscuri un po’ la verità
– parziale e, come sempre, soggettiva
e tuttavia ora non provvisoria.
anche queste parole senza meta
sono di troppo
come le cose inutili
che pure si dicono e si fanno
da che veniamo al mondo:
da che proviamo a costruire mondo
ad inventarci qualcosa che non è.
questo lo so: non è.

 

 

 

la casa vecchia

 

 

ripensavo alla casa vecchia,
quella che non ho avuto,
ai ricordi immaginati
all’invenzione della verità.
era saperti essere – e poi
dimentico la storia
e i territori dei miei campi incolti,
ma non è più stagione.
fossi capace, adesso per la chiusa
aiuterebbe la poesia.