visione

 

 

raro averne la visione
quanto l’idea di averla
– una visione/del/mondo
che ti detta
cosa dire/essere/sentire
(e così fai)
come pensarti, come pensare noi.

 

 

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consapevolezza e creatività

Introduzione

In qualunque cosa diciamo, scriviamo o facciamo, e nel modo in cui lo facciamo – il contenuto e la forma delle nostre parole e azioni – si esprime, che lo si sappia o no,  la nostra visione del mondo, la nostra personale filosofia di vita.
Naturalmente, forse per la mia (de)formazione professionale, ritengo essenziale essere quanto più possibile consapevoli delle implicazioni delle nostre azioni, perché tutto quello di cui non abbiamo coscienza tende a riproporsi in maniera autonoma, al di fuori del nostro controllo, e a trasformarsi in una sorta di automatismo che, in quanto tale, e quanto più ci riconosciamo in esso (nel nostro gergo si direbbe quanto più è “egosintonico”), ci impedisce di collocarci a quella distanza da noi stessi utile e necessaria per assumere un atteggiamento critico (nel senso etimologico del termine), in una parola ci impedisce di evolvere, anche nelle nostre abitudini di pensiero. E di assumerci la responsabilità di quello che diciamo/facciamo e degli effetti che produciamo: se non ne siamo consapevoli, noi semplicemente “facciamo” e lo facciamo sempre nello stesso modo, senza renderci conto, se non a posteriori, del significato e delle conseguenze della nostra azione.
A me pare che tutto questo abbia un rapporto stretto anche con l’attività creativa.
Non voglio certo dire che un artista debba avere una coscienza chiara del “significato” di ciò che crea, ammesso e non concesso che un’opera possa avere un significato nel senso ingenuo e riduttivo di poter “tradurre” il suo carattere allusivo, il suo “mistero”, la sua complessità, nel discorso lineare della logica razionale ordinaria; voglio dire, invece, che l’artista potrebbe usare la propria creazione, come farebbe qualunque fruitore o lettore della sua opera, come un’opportunità di riflessione su se stesso e sulla “domanda” che l’opera gli pone, sia sul piano del contenuto che su quello formale. In questo modo, attraverso il suo “testo”, l’individuo creativo potrebbe interrogarsi sulla propria visione del mondo: sulla relazione che intrattiene con se stesso, in primo luogo, e con il mondo dell’Altro. La sua opera diventerebbe così occasione di crescita, personale e artistica, liberandolo dalla ripetizione dell’uguale: dalla coazione a comporre 700 volte lo stesso concerto, come dicevano di Antonio Vivaldi  musicofili non particolarmente appassionati di musica barocca (per la cronaca, io adoro Vivaldi!).
Un pregiudizio ricorrente vede però in questa consapevolezza, come nell’esperienza di analisi, un nemico della creazione artistica, un ostacolo alla libertà creativa. La mia impressione è che qui entrino in gioco altri elementi che meritano attenzione, come la profondità del livello psichico da cui l’individuo attinge per la sua creazione e la pervasività della sua dimensione “nevrotica” personale, oltre all’idea, da tempo superata nella riflessione e nella prassi degli addetti ai lavori, ma ancora diffusamente presente nel pensiero comune, di cosa sia l’analisi e quali siano le sue finalità…

(il discorso continuerà con ulteriori approfondimenti, anche in risposta ai feedback e agli stimoli che riceverà questa introduzione)